In Italia l’ascensore sociale è bloccato… al piano terra. Infatti, fin dai primi mesi di vita dei bambini si iniziano a registrare le prime avvisaglie di quanto il censo possa fare la differenza.
Basta un numero per quantificarlo: 35,5% ovvero la percentuale di piccoli nella fascia 0-3 anni che vanno in quello che comunemente chiamiamo asilo nido.
Eppure, per renderlo un diritto universale, così come propone il neonato soggetto politico Progetto Civico Italia, costerebbe (secondo le loro stime) 500 milioni di euro.
Al di là della cifra necessaria, sono le stesse neuroscienze a rendere l’urgenza di ampliare la frequenza scolastica in tenera età: nei primi tre anni di vita avviene oltre l’80% dello sviluppo neuronale e in questo processo di costruzione del cervello gli stimoli mentali e le interazioni con gli altri sono necessarie a partire dalla nascita.
Indice
- La dura realtà italiana: la distanza dai target europei e l'illusione delle nascite
- “Effetto San Matteo”: così i nidi comunali premiano chi è già favorito
- Le ragioni del ritardo: il "gap temporale" e la carenza di educatori
- Le proposte della politica: le visioni di Onorato e Pratelli da Roma Capitale
La dura realtà italiana: la distanza dai target europei e l'illusione delle nascite
Quindi affidare i propri figli, fin da piccolissimi, a professionisti formati per adempiere a questo compito dovrebbe essere la normalità. Peccato che la realtà quotidiana vissuta dai genitori sia però molto diversa.
Un'approfondita analisi condotta da noi di Skuola.net - da sempre in prima linea sul tema scuola dell’infanzia - basata sul nuovo report della Fondazione Agnelli ("Partire bene: i servizi educativi per l'infanzia in Italia e in Europa") mette a nudo proprio le difficoltà del sistema e la distanza che separa l'Italia dal resto del continente.
Mentre, infatti, l'Unione Europea chiede di raggiungere entro il 2030 il 45% di frequenza scolastica tra i bambini sotto i tre anni, le rilevazioni dell'indagine campionaria EU-SILC attestano il nostro Paese ad appena il 35,5%; in pratica, poco più un terzo dei bambini (nella fascia 0-3 anni) prende le misure con l’ambiente scuola prima che inizi l’asilo vero e proprio.
Il confronto con i principali competitor europei è quasi impietoso: ad esempio, la Francia sfiora il 60% e la Spagna il 55%.
A confermare le stime europee intervengono anche le rilevazioni ISTAT sul piano dell'offerta fisica di posti autorizzati, che parlano di appena 31,6 opportunità ogni 100 bambini, mancando il Livello Essenziale delle Prestazioni (LEP) del 33% fissato dalla legge per il 2027.
Inoltre, il lieve miglioramento della copertura registrato negli ultimi anni non è merito di un boom di asili, ma dell'illusione demografica legata al crollo delle nascite, che ha visto un calo di circa 40.000 bambini - tra 0 e 2 anni - in un triennio.
Nemmeno il PNRR - che ha messo sul piatto circa 4 miliardi di euro per il settore - riequilibrerà la situazione. Sebbene la piena realizzazione dei cantieri porterebbe la copertura teorica media al 38,5% entro il 2027, due grandi regioni come Campania e Sicilia rischiano di rimanere bloccate al 27%, mentre i Comuni sotto i 1.000 abitanti hanno intercettato appena il 2,5% delle risorse complessive a causa della mancanza di capacità progettuale.
“Effetto San Matteo”: così i nidi comunali premiano chi è già favorito
Oltre alla carenza di strutture, la ricerca evidenzia pure un'ingiustizia più strutturale: in Italia l'aumento dei posti di cui si è parlato non ha portato equità, ma al contrario ha innescato il cosiddetto “effetto San Matteo” ("a chiunque ha verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha verrà tolto anche quello che ha"). Negli ultimi vent'anni, infatti, la forbice nella frequenza al nido tra i ceti benestanti e le famiglie meno abbienti è più che raddoppiata, passando da 7,5 a 19 punti percentuali di divario.
Le cause sono spesso scritte nei regolamenti degli enti locali: il 94% dei Comuni considera l'occupazione dei genitori come criterio primario per l’attribuzione dei posti pubblici e il 48,5% assegna il massimo dei punti in graduatoria soltanto se entrambi lavorano a tempo pieno. Per contro, soltanto il 25% dei Comuni valuta l'ISEE e appena il 5% attribuisce una priorità al basso reddito o alle fragilità economiche.
Così le famiglie a doppio reddito ottengono la priorità e la liquidità per pagare la retta, mentre i genitori precari, disoccupati e monoreddito vengono sistematicamente esclusi.
A questo si aggiungono, poi, le macchinosità del Bonus Asilo Nido: funzionando tramite il rimborso ex-post di spese già anticipate, il sussidio scoraggia chi ha poca liquidità, mentre chi vive nei Comuni privi di nidi non può richiedere nemmeno un euro.
Le ragioni del ritardo: il "gap temporale" e la carenza di educatori
A monte di tutto ciò, il confronto internazionale della Fondazione Agnelli evidenzia due nodi strutturali di fondo che spiegano il ritardo italiano. Innanzitutto, siamo l'unico tra i grandi Paesi europei a non garantire per legge un posto al nido nella fascia 0-6 anni, creando il "gap temporale" più ampio nel Vecchio Continente, tra la fine dei congedi retribuiti e l'effettivo inserimento al nido. La Germania, per dire, garantisce dal 2013 il diritto legale al nido al compimento del primo anno di vita.
In secondo luogo, il nostro sistema rischia il collasso per il drammatico labour shortage: nei prossimi anni mancheranno all'appello almeno 25.000 educatori. L'obbligo di laurea triennale (L-19) per esercitare non è stato accompagnato da stipendi adeguati e nel settore privato e nella cooperazione la paga d'ingresso è inferiore di 400-800 euro lordi al mese rispetto al settore pubblico comunale, alimentando un continuo turnover di personale che penalizza la continuità educativa.
Le proposte della politica: le visioni di Onorato e Pratelli da Roma Capitale
Ma delle soluzioni, come detto, sono a portata di mano. Nel dibattito con le istituzioni locali, le risposte arrivano ad esempio dall'esperienza di Roma Capitale, dove la copertura pubblica della prima infanzia ha raggiunto il 41,7% e supera il 50% con il privato convenzionato, centrando in anticipo i target UE 2030.
Per il già menzionato Progetto Civico Italia, per bocca del suo segretario Alessandro Onorato, l'asilo nido gratuito è il primo pilastro per contrastare il declino demografico. A suo avviso, oltre a dover stanziare meno di 500 milioni per la gratuità delle rette, lo Stato dovrebbe farsi carico della fornitura dei beni primari ("dai pannolini al latte") e introdurre un congedo paritario tra padri e madri per riequilibrare i carichi di cura.
Sulla stessa linea, sempre di recente, si è collocato l'appello di Claudia Pratelli, assessora alla Scuola di Roma Capitale, che chiede una svolta su scala nazionale: "Noi abbiamo bisogno che il nido diventi gratuito per tutte e per tutti, che diventi un diritto universale esigibile, non più un servizio a domanda individuale".
Garantire il nido gratis a tutti, infatti, secondo la sua visione è l'unico modo per azzerare le disuguaglianze sociali ai blocchi di partenza e liberare il tempo e le opportunità di carriera delle madri, trasformando il nido nella prima, vera infrastruttura democratica del Paese.