
Se qualcuno ancora pensa alle università telematiche come l’equivalente in salsa accademica delle scuole serali, si sbaglia di grosso: oggi gli atenei online hanno un bacino di utenza sempre più ampio e composto anche da giovani, tant’è che sfiorano i 300 mila immatricolati e alla più grande del lotto manca una manciata di iscritti per superare in termini dimensionali la più popolosa delle università tradizionali, ovvero La Sapienza di Roma.
Tuttavia, è altrettanto innegabile che il “laureato a distanza” tipico sia soprattutto un lavoratore che studia e non viceversa. A confermarlo è il primo Rapporto Censis-United sulla didattica digitale, basato su un'indagine condotta su quasi 4.000 laureati online, nel periodo tra il 2020 e il 2024. Che mostra come il ruolo sociale che questi atenei hanno assunto nel tempo non sia più ignorabile.
Per una vasta e specifica fetta della popolazione - fatta soprattutto di lavoratori, donne e studenti “over” - rappresentano, infatti, l'unica vera porta d'accesso all'istruzione terziaria. Eppure, proprio in una fase di forte espansione e maturità del settore, la formazione a distanza si trova al centro di un dibattito rovente.
La recente decisione del Ministero dell'Università e della Ricerca (MUR) di reintrodurre come regola generale l'obbligo degli esami in presenza per le università digitali ha spaccato l'opinione pubblica, sollevando interrogativi cruciali sulla qualità della didattica, sul valore legale del titolo e sul delicato equilibrio tra flessibilità e rigore accademico.
A fare chiarezza in questo clima di forte polarizzazione ci abbiamo provato noi di Skuola.net, unendo i dati Censis con i risultati di un suo sondaggio proprio sulla riforma degli esami online, per intravedere quale futuro potrebbe spettare alle “telematiche”. E se qualcosa è destinato a cambiare.
Indice
L'identikit: per lavoratori, donne e adulti così la laurea è possibile
Partiamo dal passaggio forse più interessante contenuto nel report elaborato dall’istituto di ricerca: l'identikit di chi sceglie l’istruzione digitale. Che smentisce la narrazione che a volte dipinge le telematiche come un porto franco per ventenni in cerca di percorsi agevolati. Il profilo medio del laureato online è, al contrario, quello di un adulto già inserito nella società, per il quale il modello universitario in presenza risulterebbe fisicamente inaccessibile.
Al momento dell'iscrizione, secondo i numeri messi a disposizione dal Censis, oltre il 75% degli studenti delle telematiche è già stabilmente occupato. E, a questo punto non a caso, per quasi tre iscritti su quattro (il 73,7%) la motivazione principale di tale scelta è stata proprio la necessità vitale di conciliare lo studio con il lavoro.
L'ecosistema digitale si rivela, inoltre, uno straordinario strumento di inclusione sociale e generazionale: quasi il 40% dei laureati ha, infatti, 46 anni o più. Il che conferma l'importanza che per molte persone ricopre il cosiddetto lifelong learning (l'apprendimento continuo in età adulta).
C'è, poi, una spiccata prevalenza femminile (53,7%). A dimostrazione di come la flessibilità offerta dalle università telematiche aiuti a superare gli ostacoli logistici e familiari che spesso gravano sulle lavoratrici e impediscono loro di coronare il sogno della laurea.
Forte anche l'impatto sul Mezzogiorno, dove risiede oltre la metà degli iscritti (51,2%), e sull'ascensore sociale: il 48,4% proviene da diplomi tecnici o professionali.
Il dato più dirompente, tuttavia, riguarda il ruolo "salvavita" di questi atenei: quasi la metà (45,1%) dei laureati intervistati ammette che, senza la didattica digitale, non avrebbe mai conseguito il titolo.
La pagella della didattica: tante luci e qualche ombra
Ma la vera domanda che si fanno, spesso e volentieri, quelli che guardano da fuori gli atenei online è un’altra: qual è la reale qualità della formazione erogata? A quanto pare, se non addirittura ottima, quantomeno promossa. Il giudizio di chi ha completato il percorso, infatti, è un vero e proprio plebiscito: il 93,4% dei laureati ritiene che sia stata una scelta molto o abbastanza soddisfacente.
I punti di forza riconosciuti dagli studenti risiedono, in particolare, nell'accessibilità dei materiali, nella comodità delle piattaforme intuitive e, più di ogni altra cosa, nella modalità asincrona di erogazione della didattica, che permette di seguire le lezioni in qualsiasi momento della giornata e ovunque ci si trovi.
Anche l’approccio innovativo di questa tipologia di università viene promosso a pieni voti: il 78,4% valuta positivamente l'impiego diffuso che tali strutture fanno delle tecnologie più avanzate, dall'Intelligenza Artificiale ai laboratori virtuali.
L'analisi del Censis, al tempo stesso, non nasconde i punti deboli strutturali del modello “a distanza”. Una quota minoritaria, ma esistente, di laureati (6,6%) ad esempio segnala l'urgente bisogno di una maggiore interazione diretta con i docenti e di un supporto più personalizzato, evidenziando il rischio di quel "senso di isolamento" che rappresenta ancora oggi la vera sfida per la didattica totalmente digitale.
Il nodo degli esami in presenza: un'università, due visioni
Anche se, prima di questa, c’è un’altra questione calda con cui nell’immediato futuro dovrà fare i conti l’intero sistema accademico online: la stretta sugli esami. Recentemente, infatti, il Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, ha deciso di introdurre l’obbligo anche per gli iscritti alle “telematiche” di sostenere gli esami in presenza. Facendo esplodere la bagarre.
Da una parte, ci sono gli studenti delle università digitali che, comprensibilmente, protestano - attraverso lettere aperte e petizioni - chiedendo il mantenimento delle prove a distanza. La loro posizione è chiara: per chi lavora otto ore al giorno, ha carichi familiari o vive lontano dalle sedi d'esame, l'obbligo di presenza si traduce in una compressione inaccettabile del diritto allo studio, rischiando di tagliare fuori proprio quel 45% di persone che, come certifica il Censis, si laurea solo grazie alla totale flessibilità. Per non parlare del fatto che, a detta loro, la mossa ministeriale andrebbe a snaturare la filosofia che è alla base di queste università.
Dall'altra parte della barricata, però, si erge la maggioranza degli studenti degli atenei tradizionali. Secondo una nostra rilevazione, circa 2 universitari su 3 si dicono d'accordo con la stretta del Ministero. Per i ragazzi delle università “fisiche”, l'equità è un elemento imprescindibile. E il sospetto che l'esame a distanza possa tradursi in una agevolazione, per via di un approccio potenzialmente più morbido da parte dei professori e di ipotetici minori controlli sulla correttezza dello svolgimento, è forte.
Per loro, invece, la presenza in carne e ossa davanti alla commissione è l'unico strumento in grado di garantire lo stesso rigore valutativo per tutti, difendendo così il valore e il prestigio del "pezzo di carta" sul mercato del lavoro.
Due visioni dell'università che oggi sembrano inconciliabili. Il compito delle istituzioni sarà trovare una sintesi capace di proteggere la qualità e l'autorevolezza del sistema universitario nazionale, senza però disinnescare quella formidabile leva di inclusione sociale che la didattica digitale ha dimostrato di essere.