Ragazzo con la testa fra le mani

Ci sono parole che nascono da una ferita comune, e quelle che Davide Solaroli scrive a Chiara Mocchi sono esattamente questo: un abbraccio che si fa riflessione. Davide è un professore, ma sceglie di parlare innanzitutto come collega di Chiara, la docente di 57 anni colpita ieri da un suo alunno di soli 13. Abbiamo ricevuto questa lettera stamattina, mentre lo sgomento per un gesto così incomprensibile pesava ancora sul cuore di tutto il Paese.

Il messaggio del professor Solaroli è un grido che non possiamo ignorare: racconta di aule che dovrebbero essere porti sicuri e che invece si scoprono fragili, abitate da una rabbia e da un vuoto che fanno paura. Per lui, il dolore di Chiara non è un caso isolato, ma lo specchio di una crisi profonda che sta rubando l'innocenza ai più piccoli, lasciandoli soli.

Vi proponiamo integralmente la lettera di Davide Solaroli, da Lugo di Romagna: un atto di vicinanza che parla a ognuno di noi.

Cara Chiara,
oggi il tuo nome pesa come un macigno nel cuore di tutti noi. Non è solo un fatto di cronaca, non è solo un episodio da raccontare e poi archiviare tra le tante notizie che scorrono veloci: è una ferita aperta, viva, che attraversa ogni corridoio, ogni aula, ogni sguardo di chi, come noi, entra ogni giorno in una scuola con la speranza di costruire futuro.

E invece oggi il futuro ha impugnato un coltello. Fa male anche solo scriverlo. Fa male pensare che un ragazzo di tredici anni, uno di quelli che dovremmo accompagnare, proteggere, educare, possa trasformarsi in una minaccia concreta, reale, devastante. Fa male perché non è solo lui.

Non è solo un gesto isolato. È il segno di qualcosa che si sta spezzando da tempo, sotto i nostri occhi, spesso nel silenzio generale. Noi insegnanti lo sentiamo, lo viviamo, lo respiriamo ogni giorno. Entriamo in classe e, sempre più spesso, non sappiamo cosa troveremo: non solo difficoltà, non solo fragilità, ma rabbia, aggressività, vuoto.

Un vuoto educativo che nessuno sembra più voler vedere davvero. E mentre tutto questo cresce, noi restiamo lì, esposti, soli, senza strumenti adeguati, senza protezione, senza ascolto. La scuola dovrebbe essere un rifugio, un luogo sicuro, un posto dove si impara a vivere, non a ferire. E invece, lentamente, sta diventando altro. Sta diventando un terreno fragile, instabile, dove anche il gesto più estremo smette di sorprenderci.

 Ed è proprio questo che fa più paura: non lo stupore, ma l’abitudine. Non l’eccezione, ma la ripetizione. Episodi come quello che ti ha colpita non sono più impensabili. Sono sempre più frequenti, sempre più vicini, sempre più possibili. E allora indignarsi non basta più.

Non bastano le parole, i messaggi di solidarietà, i dibattiti accesi per qualche giorno. Non basta promettere attenzione e poi tornare al silenzio. Perché mentre si rimanda, mentre si minimizza, mentre si finge che sia un problema di pochi, noi continuiamo a entrare in classe con una paura nuova, che non dovrebbe esistere: la paura di non essere al sicuro.

Questa è un’emergenza educativa, profonda, drammatica. Una crisi che sta trasformando bambini in qualcosa che non dovrebbero mai diventare. Non perché siano “cattivi”, ma perché sono lasciati soli, senza limiti, senza riferimenti, senza una guida vera.

E quando l’educazione cede, il vuoto si riempie nel modo peggiore. Chiara, oggi sei tu. Oggi è il tuo dolore, il tuo corpo ferito, la tua vita sconvolta. Ma dentro quella ferita ci siamo tutti noi insegnanti come te.

Noi che continuiamo a credere nella scuola, nonostante tutto, noi che ogni giorno proviamo a tenere insieme pezzi che si stanno sgretolando, noi che non vogliamo arrenderci all’idea che educare possa diventare un rischio. Per questo non possiamo più aspettare.

Non possiamo più permetterci di rimandare, di girarci dall’altra parte, di accettare che tutto questo diventi normale. Perché il punto non è solo reagire a ciò che è accaduto, il punto è impedire che accada ancora prima che sia davvero troppo tardi.

Ti sono vicino, Chiara. Con il pensiero, con il dolore, con quella rabbia silenziosa che oggi si mescola alla paura e alla stanchezza. Ma anche con una speranza ostinata, fragile ma viva: che qualcosa, finalmente, cambi davvero.


Tieni duro, Chiara.
Ti abbraccio forte forte da Lugo di Romagna.
Il tuo collega Davide Solaroli 

A cura della Redazione di Skuola.net Questo articolo è frutto del lavoro condiviso della redazione di Skuola.net (direttore Daniele Grassucci): un team di giornalisti, data analyst ed esperti del settore education che ogni giorno produce contenuti e approfondimenti originali, seleziona e verifica le notizie più rilevanti per studenti e famiglie, garantendo un'informazione gratuita, accurata e trasparente.
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