
Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta di uno studente arrivato al termine del suo percorso quinquennale nell'indirizzo di telecomunicazioni. Il neo-diplomato ha deciso di scrivere alla Dirigenza Scolastica del proprio istituto e, per conoscenza, al Ministero dell'Istruzione e del Merito, "affinché nessun altro studente debba più sentirsi 'sprecato' come mi sento io oggi".
Un grido d'allarme che fotografa una realtà con cui, purtroppo, molti giovani si trovano a fare i conti.
Indice
Un fallimento educativo e la discontinuità didattica
Nel testo della sua lettera, lo studente non usa mezzi termini e parla di un vero e proprio fallimento educativo. Secondo lo studente, la scuola ha mancato l'obiettivo fondamentale di formare, ispirare e valorizzare i ragazzi.
"In questi cinque anni, la scuola ha mancato il suo obiettivo primario: non ha saputo formarmi, né ispirarmi, né valorizzare chi ero e chi sono."
Tra le principali cause del disastro viene indicata la discontinuità didattica. Il continuo cambio di docenti, in particolare durante il triennio di specializzazione, ha reso impossibile la costruzione di un metodo di studio solido. A questo si è aggiunto il totale disinteresse di molti professori, descritti come figure che vivevano il proprio ruolo come un semplice "impiego burocratico", privi di slancio, curiosità o della volontà di trasmettere la passione per le materie di indirizzo.
In questo scenario desolante, il ragazzo ci tiene a salvare un'unica eccezione: la sua docente di italiano e storia, definita una guida e una protezione preziosa, il cui impegno purtroppo non è bastato a compensare le carenze di un intero sistema.
Iniquità nei voti e disparità tra indirizzi
Un altro punto centrale della denuncia riguarda la valutazione del merito e la gestione interna dell'istituto.
La lettera sottolinea come il sistema abbia spesso premiato chi cercava la via della minor resistenza, penalizzando e sottovalutando chi si impegnava seriamente. I voti ricevuti nelle prove scritte non hanno mai rispecchiato le sue reali capacità.
Lo studente evidenzia inoltre una netta differenza di trattamento all'interno dello stesso istituto. Mentre l'indirizzo linguistico riceveva attenzioni, cure e vedeva i ragazzi crescere, l'indirizzo di telecomunicazioni veniva trattato con disinteresse, lasciando gli studenti in uno stato di costante scoraggiamento.
L'unica nota positiva: l'amicizia tra i banchi
Se dal punto di vista culturale e professionale la scuola sembra non aver lasciato nulla, il discorso cambia radicalmente sul piano umano. L'unica vera eredità di questi cinque anni è rappresentata dai compagni di classe.
L'amicizia profonda è stata l'unico vero baluardo contro il vuoto didattico. I ragazzi sono cresciuti imparando a contare gli uni sugli altri, trovando la forza di andare avanti proprio nei momenti in cui il sistema scolastico li buttava giù. Una maturità umana conquistata insieme che, come scrive il ragazzo, "nessuna carenza scolastica potrà mai scalfire".
L'appello agli studenti: "Non tacete"
La lettera si chiude con un'esortazione accorata rivolta a tutti gli studenti d'italia che stanno vivendo o hanno vissuto situazioni simili.
Lo studente ammette di aver commesso l'errore di aspettare troppo tempo prima di parlare, ma chiede alla nuova generazione di essere più coraggiosa, di alzare la voce, denunciare le inefficienze e pretendere di essere ascoltata, perché il silenzio alimenta solo il degrado delle istituzioni. Una scuola che non educa e non tutela il valore umano, conclude lo studente, sta tradendo la sua stessa missione costituzionale.
Il testo della lettera
Alla cortese attenzione della Dirigenza Scolastica dell'Istituto
e, per conoscenza, al Ministero dell’Istruzione e del Merito.
Con la presente, arrivato ormai alla fine di questo percorso quinquennale, sento il bisogno di mettere nero su bianco tutta l’amarezza e la profonda insoddisfazione che porto con me per quanto vissuto in questo istituto.
Non vi scrivo per una semplice lamentela, ma per testimoniare quello che per me è stato un vero e proprio fallimento educativo. In questi cinque anni, la scuola ha mancato il suo obiettivo primario: non ha saputo formarmi, né ispirarmi, né valorizzare chi ero e chi sono. L’unica, vera eccezione – l’unica costante umana e culturale positiva di tutto il mio percorso – è stata la mia docente di Italiano e Storia. È stata una guida e una protezione preziosa, ma purtroppo nemmeno la sua dedizione è riuscita a compensare un sistema che, per tutto il resto, ci ha lasciati completamente soli.
Penso innanzitutto alla discontinuità didattica: il continuo cambio di docenti, specie nel triennio di specializzazione, ci ha impedito di costruire un metodo di studio solido. Troppo spesso abbiamo avuto davanti persone che vivevano il proprio ruolo come un semplice impegno burocratico, senza slancio, senza curiosità e, soprattutto, senza la volontà di trasmetterci la passione per l’indirizzo di Telecomunicazioni che stavamo studiando.
A questo si aggiunge il problema dell’iniquità valutativa: è avvilente vedere come il merito sia stato sistematicamente ignorato. Abbiamo visto premiare chi ha sempre scelto la via della minor resistenza, mentre chi si impegnava con serietà veniva costantemente sottovalutato. Anche durante le prove scritte, i voti che ho ricevuto non hanno mai rispecchiato le mie reali capacità, ma sono stati il frutto di una gestione didattica che, anziché sostenere lo sforzo degli studenti, lo ha penalizzato.
Non solo: in quest’ultimo anno il confronto è diventato quasi doloroso. Guardando altri indirizzi del nostro stesso istituto, come il linguistico, è evidente una disparità di trattamento inaccettabile. Ho visto i miei coetanei crescere, trasformarsi e ottenere i risultati che meritavano grazie a un percorso curato. Al contrario, il nostro indirizzo è stato trattato con disinteresse, lasciandoci in uno stato di scoraggiamento costante.
Nonostante questo scenario desolante, c’è una cosa che porto con me e che intendo tenere stretta: l’amicizia profonda con i miei compagni. È stata il nostro unico baluardo contro il vuoto didattico. La consapevolezza di aver raggiunto una vera "maturità" umana insieme, dandoci forza a vicenda quando il sistema ci buttava giù, è l’unica vera eredità di questi cinque anni. Siamo cresciuti imparando a contare gli uni sugli altri, creando un legame che nessuna carenza scolastica potrà mai scalfire.
Tuttavia, scrivo anche per rivolgermi agli altri studenti d'Italia che vivono situazioni analoghe. Se vi trovate nel mio stesso scenario, vi esorto a non tacere. Parlatene, sollevate i problemi, denunciate le inefficienze e pretendete di essere ascoltati. Il silenzio non aiuta nessuno; anzi, alimenta il degrado dell'istruzione. Io ho commesso l'errore di aspettare troppo, ma spero davvero che la nuova generazione sia più coraggiosa di me e sappia alzare la voce fin da subito.
Per me, la scuola non lascia alcuna eredità professionale o culturale, se non la consapevolezza di aver subito una gestione fallimentare. Finire questo percorso con una sensazione di vergogna per un risultato che non sento mio è, a mio parere, una sconfitta per l'istituzione stessa. È doloroso pensare che, con una guida adeguata, avrei potuto guardare al futuro con basi ben diverse. Spero che questa mia testimonianza sia un monito: una scuola che non educa, che non premia l’impegno e che non protegge il valore umano dei suoi studenti, sta tradendo la sua missione costituzionale.
Chiedo che questo messaggio non venga archiviato in un cassetto, ma che diventi spunto per una reale riflessione sul futuro di questo istituto, affinché nessun altro studente debba più sentirsi "sprecato" come mi sento io oggi.