
Ogni mattina alle sette, quando i fari delle auto tagliano il buio della periferia torinese, una sagoma solitaria avanza sul ciglio della strada.
È Lidia, una ragazza che per sedersi tra i banchi di scuola deve prima vincere una sfida fisica: percorrere oltre tre chilometri a piedi per raggiungere la fermata dell'autobus che la porterà in aula.
Per lei, la scuola non è un obbligo a cui adempiere, ma un territorio di libertà conquistato passo dopo passo, con determinazione, nonostante una realtà fatta di responsabilità precoci e marginalità sociale..
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La prima volta in classe a 14 anni
Il percorso di Lidia non è stato lineare, come racconta ‘La Stampa’.
La sua è una vita iniziata in salita: i primi passi li ha mossi tra le celle di un carcere di Napoli, dove la madre era detenuta. Poi il trasferimento a Roma, in un contesto dove il destino delle bambine sembrava già scritto: restare al campo, lontano dalle aule.
Lidia è entrata in un’aula per la prima volta a 14 anni, quando è riuscita a ricongiungersi con la madre in Piemonte.
All'epoca era quasi un'adolescente, ma non sapeva tenere in mano una penna. "L’abbiamo iscritta in seconda media, seguendo l’età anagrafica", racconta la volontaria Anna Maria Amparore. "Il primo anno è stato un ritorno alle origini: imparare l’impugnatura della penna, riconoscere le lettere, contare".
Il peso delle responsabilità: tra fornelli e fratellini
Oggi Lidia frequenta il Cfiq di Frossasco, un istituto di formazione professionale. Ha scelto la ristorazione perché è abituata a gestire la casa, ma il suo impegno va oltre i laboratori scolastici.
La sua giornata inizia molto prima dell'alba nella casetta mobile che condivide con la famiglia. Prima di uscire, deve preparare la colazione, vestire i quattro fratellini e sistemare i loro zaini.
La dedizione domestica è diventata una necessità assoluta quando la madre è stata nuovamente detenuta. Per sei mesi, Lidia è rimasta lontana dai banchi per fare da "piccola madre", curando la casa e aiutando la nonna.
Nonostante la fatica e lo status di apolide - non possiede infatti né cittadinanza italiana né permesso di soggiorno - la sua presenza in classe è costante.
"È una delle studentesse con il più alto tasso di frequenza della classe", spiega la docente Viola Malanetto, "In lei c’è una motivazione autentica".
L'anomalia di Lidia: i dati sulla scolarizzazione rom
La costanza di Lidia è un segnale di rottura rispetto a un panorama nazionale drammatico. I dati evidenziano una realtà di profonda esclusione: oltre il 75% dei ragazzi rom tra i 9 e i 18 anni frequenta la scuola in modo discontinuo (un giorno sì e uno no), spesso a causa di barriere abitative, economiche e burocratiche.
Lidia combatte contro questo "paradigma dell'assenza", inserendosi in quella che l'educatore Pino Di Leone chiama ironicamente la "nazionale dei Balcani", ovvero il gruppo di ragazzi rom che studiano per integrarsi.
In un Paese che, secondo il Pew Research Centre, detiene il primato europeo per l'intolleranza verso rom e sinti, la scuola diventa l'unico presidio di civiltà. "Perché la scuola è un diritto", afferma Di Leone, "non un premio".
Il sogno di un'autonomia possibile
Il cammino di Lidia non è privo di attriti. Da un lato c'è la comunità del campo, legata a tradizioni secolari; dall'altro c'è il desiderio di una ragazza di appartenere al mondo "fuori".
In un tema scolastico, Lidia ha messo nero su bianco le sue speranze: "Sono contenta quando qualcuno mi aiuta con i compiti", ha scritto, "ma vorrei diventare più autonoma. Vorrei che i miei fratelli e sorelle fossero tutti più grandi perché sono impegnativi e quando sono a casa c’è sempre qualcosa da fare per loro".