protocollo contagi scuola test studenti dad

È stato pensato per eliminare il più possibile la Dad dalla vita degli studenti ma, alla prova dei fatti, potrebbe non rendere meno altalenante la didattica ‘in presenza”. Il nuovo protocollo per la gestione delle positività al Covid-19 a scuola, nonostante un periodo di decantazione di oltre un mese (se n’è iniziato a parlare già dopo i primi giorni di quest’anno scolastico), a poche ore dal via ufficiale inizia a mostrare i suoi punti deboli.

Infatti, leggendo tra le righe del documento ci sono almeno tre motivi che tengono in piedi questa tesi. Tutti legati al sistema di testing e monitoraggio degli alunni. Che, in alcuni casi, potrebbe non raggiungere del tutto gli obiettivi auspicati.

Il tampone al “T0” può richiedere parecchi giorni

A destare le maggiori perplessità è quello che è stato definito il tampone al “tempo zero” (T0). In teoria, una volta avuta notizia di un caso di positività nel gruppo classe, il dirigente scolastico deve immediatamente attivare la procedura di screening, che prevede un giro di tamponi o test salivari di tipo molecolare per tutti gli studenti che condividono con lui la stessa aula. A questi cosiddetti “contatti scolastici” si aggiungono anche docenti e personale amministrativo entrato in contatto con il positivo nelle 48 ore precedenti la scoperta del caso e per un tempo di esposizione superiore a 4 ore.

In attesa dei risultati dei test, però, lo stesso preside o il referente Covid deve sospendere le attività didattiche in presenza e coordinarsi con il Dipartimento di Prevenzione (DdP) per il tracciamento dei contatti. Questo significa che si torna in Dad. Ma per quanto? Difficile dirlo. Se tutti si sottoponessero immediatamente a tamponi antigenici - quelli rapidi per intendersi - e i DdP riuscissero celermente ad esaminare il caso, potrebbe essere un tempo minimo. Ma probabilmente è più lecito attendersi uno-due giorni per capire in quale scenario di circolazione del virus si trovi la classe e quindi che provvedimenti adottare di conseguenza.

C’è solo un’ipotesi che, apparentemente, scongiurerebbe del tutto il ritorno alle lezioni online: la scoperta della prima positività il venerdì, con l’effettuazione dei test al sabato e il via libera dell’Asl entro la domenica sera, in tempo per il ritorno sui banchi il lunedì mattina. Ma, nelle scuole in cui si va a scuola anche di sabato, neanche così si aggirerebbe l’ostacolo.

Il regime “differenziato” complica la didattica

Risultati degli esami diagnostici che, peraltro, potrebbero aprire la porta alla seconda criticità. Perché solo se il primo positivo resta l’unico ad aver contratto il virus si può riprendere con la normale didattica. Altrimenti, il pericolo Dad torna ad affacciarsi. Con due casi di positività nella stessa classe, infatti, entra in funzione il cosiddetto regime “differenziato” per il rientro in classe. I vaccinati, con il test negativo in mano, o i guariti dal Covid nei sei mesi precedenti potranno subito riaccomodarsi al banco (venendo monitorati a cadenza periodica); i non vaccinati (oltre ai positivi), invece, dovranno restare a casa almeno per i successivi dieci giorni. Con evidenti riflessi sulla didattica, visto che andare avanti coi programmi diventerebbe davvero complesso, con alcuni alunni in classe e altri collegati online.

Paradossalmente, andrebbe meglio ai ragazzi delle scuole elementari e della prima media, al momento rientranti nella fascia dei “non vaccinabili” (sotto i 12 anni). Visto che, nel loro caso, con due positività sarebbe tutta la classe a essere messa in Dad per i successivi dieci giorni. Con le lezioni che proseguirebbero “a distanza” per l’intero gruppo, eliminando tutte le difficoltà organizzative della doppia didattica offline-online. Complicazioni queste che, tornando agli alunni di seconda e terza media e delle superiori, si verificherebbero in maniera ancora più accentuata qualora i positivi fossero tre o più: stavolta la Dad sarebbe inevitabile per tutti, ma con la solita distinzione tra i vaccinati e guariti (che tornerebbero a scuola dopo una settimana) e i non vaccinati (autorizzati al rientro dopo dieci giorni).

Può bastare un solo alunno per tornare in Dad

Infine, ecco l’ultima tra le principali fattispecie che potrebbe riportare in Dad molti più alunni di quanti, protocollo alla mano, ne consiglierebbe la diffusione dei contagi. In questo caso, però, le indicazioni date alle scuole dai ministeri dell’Istruzione e della Salute c’entrano fino a un certo punto. Molto, qui, dipende dai comportamenti individuali. Basta leggere il testo per capirlo: Nei casi in cui non fosse possibile ottenere una descrizione esaustiva della situazione epidemiologica del gruppo, ad esempio per la mancata effettuazione (es. rifiuto) dei test di inizio sorveglianza di una parte dei contatti - recita la nota tecnica - il Dipartimento di Prevenzione, oltre a porre in quarantena i contatti senza test di screening, può valutare le strategie più opportune per la tutela della salute pubblica, inclusa la possibilità di disporre la quarantena per tutti i contatti individuati (a prescindere dal loro esito al test di screening)”.

Il pensiero va subito a quei casi in cui uno o più studenti considerati “contatti scolastici” del primo positivo - o, più probabilmente, i loro genitori - decidano di non effettuare il test. Se ciò accadesse, innanzitutto verrebbero spediti in Dad i ragazzi senza tampone o esame salivare. Dopodiché, una Asl particolarmente scrupolosa potrebbe inibire l’accesso a scuola anche al resto dei compagni di classe, compresi quelli che hanno ricevuto esito negativo dal primo giro di monitoraggio. Questo perché non è possibile imporre l’effettuazione dello screening.

Per i presidi c’è il rischio caos

Un quadro, quello che appena descritto, che ha fatto da molla all’apertura del dibattito sull’opportunità di recapitare agli istituti un documento così articolato, investendo i dirigenti scolastici di maggiori poteri esecutivo, senza che tutta la macchina fosse ben rodata. “È paradossale - fa notare Cristina Costarelli, preside del Liceo Newton di Roma e Presidente dell’Associazione Nazionale Presidi del Lazio - osservare come la circolare sulle nuove procedure di quarantena, pubblicata il 4 novembre, non sia ancora applicabile: le Asl infatti stanno prendendo tempo per formulare le disposizioni applicative. E intanto le scuole vivono nel caos, tra genitori che cercano notizie sul tampone T0 e le Asl ferme alla precedenti disposizioni. Non sarebbe stato più logico e coerente pubblicare la circolare dopo aver definito i passaggi applicativi? Evidentemente le cose semplici sono sempre troppo difficili”.

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