intelligenza artificiale

L'articolo che segue è stato inviato alla redazione di Skuola.net da Alfonso Benevento, esperto di Intelligenza Artificiale. In vista dell'imminente Esame di Maturità, l'autore offre ai maturandi una preziosa e profonda riflessione su come affrontare un'eventuale traccia legata all'IA e all'innovazione digitale. Il suo consiglio è chiaro: per svolgere un buon tema non serve una competenza informatica, ma la capacità di analizzare l'impatto che le nuove tecnologie hanno sull'essere umano, sulla nostra identità e sulla società.

Maturità e tecnologia: non preparatevi a un tema sulle macchine, ma sull'uomo

Dalle tracce degli ultimi anni emerge una logica chiara: il digitale, l'intelligenza artificiale e l'innovazione tecnologica entrano nella prima prova non come argomenti tecnici, ma come domande su identità, parola, verità, responsabilità e cittadinanza

Ogni anno, quando si avvicina la prima prova scritta dell'Esame di Maturità, torna puntuale il gioco delle previsioni. Si cercano anniversari, ricorrenze, autori possibili, temi di attualità, parole ricorrenti nel dibattito pubblico. È comprensibile. La maturità è anche attesa, inquietudine, bisogno di orientarsi. Tra le ipotesi più frequenti degli ultimi anni c'è la tecnologia.

Oggi, inevitabilmente, c'è l'intelligenza artificiale. Ma sarebbe un errore immaginare che una eventuale traccia possa chiedere agli studenti un testo tecnico sugli algoritmi, sui chatbot, sui software generativi o sui modelli linguistici. La prima prova di italiano non misura la competenza informatica. Misura la capacità di comprendere un testo, costruire un ragionamento, interpretare il presente, collegarlo alla cultura, alla storia, alla società, alla responsabilità personale. Per questo, se una traccia dovesse riguardare l'intelligenza artificiale o le tecnologie digitali, il tema vero non sarebbe la macchina. Sarebbe l'uomo davanti alla macchina.

La lettura delle tracce degli ultimi anni mostra una direzione abbastanza chiara. La tecnologia non compare como semplice novità, ma come domanda culturale. Il Ministero non sembra chiedere agli studenti di descrivere "che cosa fa" una tecnologia, ma di interrogarsi su "che cosa produce" nella vita delle persone, nelle relazioni, nella cittadinanza, nella parola pubblica, nella memoria, nel lavoro, nell'ambiente.

Nel 2022, dopo gli anni più duri della pandemia e dell'iperconnessione forzata, una delle tracce ha portato gli studenti sul terreno della web reputation e della cittadinanza digitale. Non era una traccia sui social in senso superficiale. Era una traccia sull'identità. Chi siamo quando lasciamo tracce online? Che immagine costruiamo di noi stessi? Quanto pesa ciò che pubblichiamo? Che rapporto esiste tra libertà, responsabilità e reputazione nell'ambiente digitale?

Già qui si vede un primo passaggio importante: il digitale non è presentato come spazio separato dalla vita reale. È vita reale mediata da piattaforme, profili, parole, immagini, scelte. È un luogo in cui l'identità si espone, si costruisce, si consuma, talvolta si deforma.

Nel 2023 la questione tecnologica è tornata in forme diverse. Da un lato, il riferimento allo Sputnik e al progresso scientifico ha riportato il discorso alla grande domanda sul rapporto tra scoperta, potenza tecnica e destino dell'uomo. Dall'altro, Piero Angela ha offerto una riflessione sulla conoscenza, sulla creatività, sul software, sulla ricchezza immateriale.

E poi il tema dell'attesa nell'epoca di WhatsApp ha toccato un punto apparentemente quotidiano, ma molto profondo: che cosa accade al nostro modo di vivere il tempo quando tutto diventa immediato? Questa è una traccia importante da comprendere. WhatsApp non è solo un'applicazione. È un modo nuovo di stare nell'attesa, nella risposta, nella relazione. La tecnologia modifica il nostro rapporto con il tempo. Ci abitua alla reperibilità, alla velocità, alla conferma immediata. Ci rende più connessi, ma non sempre più capaci di profondità.

Nel 2024 il tema si è ulteriormente allargato. Da una parte, Pirandello e la macchina hanno permesso di interrogare la meccanizzazione della vita, il rapporto tra uomo e tecnica, il rischio che gli strumenti non si limitino a servirci, ma finiscano per trasformare il nostro modo di essere. Dall'altra, il diario digitale, i blog, i profili e i selfie hanno riportato l'attenzione sulla rappresentazione di sé. Anche qui il punto non era "la tecnologia" in sé. Era la costruzione dell'identità nello spazio pubblico digitale.

La domanda implicita era forte: quando raccontiamo noi stessi online, stiamo davvero esprimendo chi siamo o stiamo costruendo un'immagine da mostrare agli altri? Il diario, un tempo luogo dell'intimità, è diventato spesso esposizione. Il sé non si custodisce più soltanto, si pubblica. E quando il sé viene pubblicato, inevitabilmente cambia.

Nel 2025 il discorso si è spostato ancora. Le tracce hanno toccato temi come l'indignazione pubblica, il rispetto, la tecnosfera, il rapporto tra uomo e ambiente. Anche quando non si parla esplicitamente di intelligenza artificiale, il quadro è chiaro: viviamo dentro sistemi tecnici, mediatici, sociali ed ecologici sempre più interdipendenti. La parola pubblica circola velocemente, l'indignazione si amplifica, il rispetto diventa più fragile, l'ambiente non è più soltanto natura ma anche spazio tecnologicamente trasformato.

Se si leggono questi anni in sequenza, emerge una logica: la prima prova non insegue la tecnologia come moda. La usa come porta d'ingresso per ragionare sull'uomo contemporaneo.

  • Il 2022 sembra chiedere: chi siamo online?

  • Il 2023 sembra chiedere: come cambiano conoscenza, creatività, progresso e tempo nell'epoca della tecnica?

  • Il 2024 sembra chiedere: che cosa accade all'identità e alla vita quando la macchina e il digitale entrano nel modo in cui ci raccontiamo?

  • Il 2025 sembra chiedere: come viviamo dentro una società iperconnessa, esposta all'indignazione, alla tecnosfera, alla crisi del rispetto e dell'ambiente?

Se questa traiettoria è corretta, allora un'eventuale traccia sull'intelligenza artificiale non chiederebbe agli studenti di parlare dell'IA come semplice innovazione. Chiederebbe di interrogarsi sul pensiero, sulla scuola, sul lavoro, sulla creatività, sulla verità, sulla responsabilità della parola, sulla relazione umana.

L'intelligenza artificiale, però, non cancella il tema più ampio delle tecnologie digitali: lo raccoglie, lo accelera e lo radicalizza. I social hanno cambiato il modo in cui ci rappresentiamo; le piattaforme hanno modificato il modo in cui comunichiamo; la rete ha trasformato il rapporto con le informazioni; l'intelligenza artificiale porta tutto questo dentro il pensiero, la scrittura, la decisione e la produzione stessa dei contenuti.

Per questo l'IA non sostituisce il tema del digitale: ne rappresenta oggi il punto di convergenza più evidente. L'intelligenza artificiale, infatti, concentra molte delle questioni già apparse negli anni precedenti.

Riguarda l'identità, perché può generare testi, immagini, profili, rappresentazioni di sé. Riguarda la parola, perché può produce contenuti in pochi secondi. Riguarda la verità, perché rende più difficile distinguere ciò che è autentico da ciò che è soltanto plausibile. Riguarda la scuola, perché modifica il rapporto tra studio, fatica, ricerca e risultato. Riguarda il lavoro, perché trasforma competenze, professioni, tempi e responsabilità. Riguarda la democrazia, perché testi, video, immagini e voci artificiali possono influenzare l'opinione pubblica. Riguarda l'ambiente, perché anche il digitale ha infrastrutture, consumi, energia, costi materiali.

Ecco perché non bisogna prepararsi a un tema "sull'intelligenza artificiale" in senso stretto. Bisogna prepararsi a un tema sull'uomo davanti all'intelligenza artificiale. Ma questo uomo non è un uomo astratto. È lo studente che impara, il cittadino che verifica, il lavoratore che cambia competenze, il lettore che interpreta, la persona che comunica, l'adulto che sceglie quali parti della propria responsabilità non delegare.

Questo significa evitare due errori.

Il primo errore è l'entusiasmo ingenuo: l'IA risolve tutto, ci farà lavorare meno, studiare meglio, comunicare più velocemente, creare senza limiti. Sarebbe una visione povera, perché ogni tecnologia potente non porta solo soluzioni, ma anche nuove responsabilità.

Il secondo errore è la paura generica: l'IA distruggerà la scuola, il lavoro, la creatività, la relazione. Anche questa sarebbe una visione povera, perché non aiuta a capire. La prima prova non premia gli slogan. Premia la capacità di argomentare.

La posizione più matura è un'altra: l'IA può essere una grande risorsa se aiuta l'uomo a pensare meglio, ma diventa un rischio se lo abitua a pensare meno. Questa potrebbe essere una tesi forte per un tema. L'IA può aiutare uno studente a chiarire un concetto, ordinare appunti, confrontare idee, approfondire una domanda. Ma può anche permettergli di evitare la fatica della comprensione. Può generare un testo corretto, ma non necessariamente un pensiero personale. Può offrire una sintesi efficace, ma non sostituire il percorso attraverso cui una conoscenza diventa davvero propria.

La scuola, allora, non deve combattere l'intelligenza artificiale. Deve fare qualcosa di più difficile: insegnare agli studenti a non diventare minori davanti a essa. Questa è una formula che può aiutare i maturandi: non diventare minori davanti agli strumenti che usiamo. Significa non rinunciare al giudizio, alla verifica, alla parola personale, alla responsabilità.

La vera domanda non è soltanto che cosa l'IA possa fare al posto nostro. La vera domanda è che cosa noi smettiamo di esercitare se le lasciamo fare sempre troppo. Pensare è un esercizio. Scrivere è un esercizio. Verificare è un esercizio. Attendere è un esercizio. Argomentare è un esercizio. Anche scegliere una parola è un esercizio. Se deleghiamo sempre questi gesti, non perdiamo solo competenze tecniche. Rischiamo di perdere abitudini interiori.

Questo vale anche per la verità. In un mondo in cui testi, immagini, video e voci possono essere generati con grande facilità, il problema non è solo la fake news grossolana. Il problema è il verosimile. Ciò che sembra vero, ciò che appare credibile, ciò che è costruito bene. Una frase decisiva da ricordare è questa: credibile non significa vero. Per uno studente, questa distinzione può diventare centrale. La cittadinanza digitale non consiste solo nel saper usare dispositivi e piattaforme. Consiste nel saper distinguere, verificare, controllare le fonti, non reagire prima di comprendere. In questo senso, la scuola è il primo laboratorio della democrazia. Ciò che accade davanti a una consegna, a una fonte, a una parola da scegliere, riguarda anche la vita pubblica. Lo stesso vale per la parola. L'IA può suggerire la forma, ma non può assumersi il peso morale del contenuto. Una parola può chiarire o confondere, curare o ferire, unire o distruggere. Anche se un testo è stato aiutato da una macchina, la responsabilità resta umana. Ogni parola, quando entra nel mondo, porta una firma morale. Questa è una riflessione importante per chi si prepara alla prima prova. Scrivere non significa soltanto riempire una pagina. Significa assumersi la responsabilità di un punto di vista.

Infine, la tecnologia riguarda la relazione. Possiamo dialogare con sistemi artificiali, ricevere risposte, spiegazioni, consigli. Ma una relazione umana non è solo uno scambio di messaggi. L'altro essere umano non è programmato per assecondarci. Può contraddirci, sorprenderci, deluderci, chiederci di cambiare. Proprio per questo può educarci. Una macchina può rispondere bene. Una persona può cambiarci la vita. Se una traccia dovesse toccare IA, digitale o tecnologia, uno studente dovrebbe quindi chiedersi: qual è la questione umana nascosta dentro questo tema? È l'identità? È la verità? È la parola? È la scuola? È il lavoro? È la relazione? È il rapporto tra progresso e limite? È l'ambiente? Anche i collegamenti letterari e culturali possono aiutare, purché non siano inseriti come citazioni decorative.

Questi riferimenti non servono a mostrare erudizione, ma a costruire collegamenti sensati. Dante, Pirandello, Calvino, Eco, Pasolini, Leopardi, Arendt e Anders possono diventare bussole diverse per leggere lo stesso problema: che cosa accade all'uomo quando cambiano gli strumenti con cui conosce, comunica e si rappresenta? Dante può essere richiamato per il viaggio della conoscenza, per la responsabilità della parola e per la scelta morale dell'uomo davanti al bene e al male. Pirandello permette di riflettere sulla crisi dell'identità, sulla maschera, sulla frantumazione dell'io e sul rapporto tra uomo e macchina. Calvino aiuta a pensare la leggerezza, l'esattezza, la molteplicità e la complessità in un mondo attraversato da informazioni, sistemi e linguaggi. Eco è fondamentale per il rapporto tra segni, interpretazione, comunicazione, media, verità e manipolazione. Pasolini può essere richiamato per la critica all'omologazione e alla trasformazione dei comportamenti collettivi. Leopardi può aiutare a ragionare sul rapporto tra progresso, limite e condizione umana. Hannah Arendt può essere utile per il giudizio, la responsabilità e la vita pubblica. Günther Anders, infine, permette di riflettere sulla sproporzione tra la potenza tecnica dell'uomo e la sua capacità morale di governarla.

Questa è la vera preparazione. Non indovinare la traccia, ma allenarsi a riconoscere la domanda profonda che la traccia contiene. La maturità non chiede di prevedere il futuro. Chiede di saper leggere il presente. E il presente ci dice che la tecnologia non è più soltanto qualcosa che usiamo. È un ambiente in cui viviamo. Per questo non basta utilizzarla. Bisogna comprenderla, governarla, abitarla con responsabilità.

Se il tema sarà l'intelligenza artificiale, non scrivete soltanto di software, algoritmi o macchine. Scrivete dell'uomo. Dell'uomo che può essere aiutato, ma anche reso più fragile. Dell'uomo che può imparare meglio, ma anche delegare troppo. Dell'uomo che può comunicare di più, ma non necessariamente incontrare meglio. Dell'uomo che può avere più risposte, ma non per questo domande più profonde. Una buona prova scritta nascerà da qui: dalla capacità di mostrare che la tecnologia non è mai neutra quando entra nella vita, nella scuola, nella parola, nella democrazia, nella relazione.

La domanda decisiva non sarà: che cosa può fare l'intelligenza artificiale?

La domanda decisiva sarà: che cosa vogliamo che l'uomo continui a fare, a pensare, a scegliere e a custodire come umano? È da questa domanda, più che da qualsiasi previsione, che può nascere non solo un buon tema di maturità, ma un pensiero davvero personale.

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