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Lei è il Senso, Lei è la Vita, Lei è

Guardo il cielo stellato, è una gelida notte:

la bellezza del cosmo mi toglie il respiro,

l'universo infinito è l'immane dilemma,

e mi affascina e angoscia l'astral brulicare.

Ma al cospetto di Lei tutto questo svanisce:

sono gli Occhi suoi inquieti il dono più grande,

e soltanto il suo Volto ormai irradia Dolcezza.

Senza la sua presenza la Vita ha ancor Senso?

Cadrebbe ogni cosa perché è in lei la Bellezza,

or più nulla varrebbe perché non l'avrei più.

Sol con lei son Felice di Vivere in terra,

sol per lei son disposto a Soffrire d'Amore.

Un giorno ho letto questa poesia su internet, non so chi è l’autore, ma in fondo cosa importa chi parla, quando a parlare è il cuore?

La visione dell’amore

Nietzsche, Schopenhauer, Freud

Definire i vari caratteri che può assumere l’amore, chiarisce cosa è il vero amore?

L’amore secondo Schopenhauer è dei più forti stimoli dell’esistenza ma il suo fine per cui esso è voluto dalla natura è solo l’accoppiamento. L’amore non è altro, in ultima istanza, che un atto biologico, sessualità, momento di piacere, ma sempre temporaneo e, comunque finalizzato alla riproduzione della specie. Ed è proprio per questo motivo che l’amore viene visto come peccato o vergogna. Attraverso l’amore, infatti, si commette il più atroce dei delitti: la perpetua generazione di altre creature destinate a soffrire. Infatti per Schopenhauer l’unico amore degno di elogio è la pietà, con cui noi compatiamo il nostro prossimo e giungiamo ad identificarci col suo tormento.

Secondo Nietzsche sul piano estetico la bellezza si connette con la libera, piena esplicazione della volontà, mentre la bruttezza non è altro che impoverimento e indebolimento della volontà, corrisponde a tutto ciò che infiacchisce e spegne la sensibilità umana. L’uomo estetico è colui che sa esprimere meglio di ogni altro, con il libero svolgimento della sua volontà di vivere, gli “stati di vigore animale”, che costituiscono il vero contenuto dell’opera d’arte e, nello stesso tempo, la pienezza e la perfezione dell’essere umano.

Per Freud “L’amore si oppone agli interessi della civiltà, la civiltà minaccia l’amore con gravi restrizioni”. Infatti, poiché l’intento della civiltà è quello di raccogliere uomini in grandi unità, mentre l’amore vive del rapporto esclusivo tra due persone, si determina un conflitto. In particolare, questo conflitto contrappone le donne che “rappresentano gli interessi della famiglia e della vita sessuale” alla civiltà, al lavoro, che assorbe sempre di più gli uomini, costringendoli ad investire, nell’assolvimento dei loro doveri civili, grandi quantità di libido, di energia psichica, che viene sottratta alle donne e alla vita sessuale. La civiltà ha assoggettato la sessualità e teme l’insurrezione delle pulsioni sessuali represse e, perciò, prende severe misure precauzionali, limitandola.

Il piacere

D’Annunzio

Attrazione, piacere dei sensi, esaltazione dell’amore fisico.

“Il piacere” è un romanzo di Gabriele d'Annunzio, scritto nel 1888 e pubblicato nel 1889.

Così come un secolo prima Le ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo aveva diffuso in Italia la corrente e la sensibilità romantica, Il piacere e il suo protagonista, Andrea Sperelli, introducono nella cultura italiana di fine Ottocento la tendenza decadente e l'Estetismo. Come affermò Benedetto Croce, con d'Annunzio "risuonò nella letteratura italiana una nota, fino ad allora estranea, sensualistica, ferina, decadente", in contrapposizione al naturalismo ed al positivismo che in quegli anni sembravano aver ormai conquistato la letteratura italiana, con la pubblicazione del Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga. Per uscire dai canoni del naturalismo, D'Annunzio inaugura un tipo di prosa psicologica, che avrà in seguito un grande successo e gli permetterà di indagare gli errori e le contrarietà della vita dell'"ultimo discendente d'una razza intellettuale”.

Il lessico utilizzato è conforme al comportamento ed all’educazione da esteta di Andrea Sperelli: pregiato, quasi artefatto, aulico e molto elaborato, in particolar modo nella descrizione degli ambienti e nell’analisi degli stati d’animo; si prendano ad esempio l’uso di parole tronche, o le forme arcaiche e letterarie, come nel caso di articoli e preposizioni articolate. Anche se l’eloquenza e la ricercatezza tendono ad appiattire il registro verbale, come succede per l’uso di metafore e comparazione che talvolta complicano ed intensificano momenti carichi di tensione. È naturale che la sintassi sia prettamente paratattica, in grado di rafforzare la tendenza all’elencazione, alla comparazione, all’anafora e che la prosa sia ricca, allusiva e musicale, tanto da assumere una funzione espressiva, non più comunicativa. Non dimentichiamo che D’Annunzio affida la narrazione delle vicende ad un narratore onnisciente in terza persona; che usa fare riferimenti ad opere letterarie ed artistiche per conferire un tono più elevato al romanzo, senza prescindere da vocaboli in inglese, francese e latino. In ultimo, per smorzare una narrazione generalmente statica, segnata da un’eccessiva narrazione che prevale sui dialoghi, e nel tentativo di coinvolgere l’autore, D’Annunzio fa uso del flashback.

La vita

Gabriele d'Annunzio nacque a Pescara il 12 marzo 1863. Il padre era Francesco Paolo Rapagnetta, che era stato adottato dallo zio acquisito Antonio D'Annunzio, un ricco commerciante e armatore.

Tuttavia Francesco Paolo (che con un decreto del tribunale civile dell'Aquila assunse il cognome dei D'Annunzio) fu dedito a una vita dispendiosa e in pochi anni dissipò il patrimonio familiare lasciando solo la casa di famiglia agli eredi, che riuscirono a sopravvivere grazie all'eredità dello zio. Gabriele visse un'infanzia felice tra numerosi fratelli e sorelle tra i quali spiccava per intelligenza e vivacità.

Se vogliamo trovare un segno dell'ambiente familiare nelle vicende biografiche del poeta, sicuramente questo aspetto esuberante ed edonistico del carattere paterno non può passare inosservato.

D'altronde il giovane Gabriele non tardò a manifestare una personalità priva di complessi e inibizioni, portata al confronto competitivo con la realtà.

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