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Percorso interdisciplinare

di Vezzali Monia

Classe 5^

Sezione B

Corso Mercurio

I.T.C. “A. Paradisi”

Vignola (Mo)

Indice

  • Italiano: l’Ermetismo e Salvatore Quasimodo
  • Storia: aspetti principali del secondo dopoguerra
  • Diritto pubblico: la Costituzione
  • Scienza delle finanze: l’Imposta
  • Informatica: storia di Internet
  • Lingua straniera: Inglese, the British System
  • Motivazione scelta del percorso pluridisciplinare

Motivazione scelta del percorso pluridisciplinare

Ho scelto questo percorso didattico perché l’argomento trattato riguarda miei interessi personali verso le materie e i temi scelti. In particolare modo, trovo estremamente interessante il filo logico esistente in un determinato periodo storico tra diversi campi di studio, da quelli storico-linguistici a quelli politico-tecnici. Il suo sviluppo mi ha occupato buona parte del periodo precedente all’inizio dei ripassi generali, e la mia attenzione si è soffermata subito su questi collegamenti, già elaborati probabilmente da altri studenti, ma che comunque sentivo molto chiari e vicini al mio percorso. Quest’ultimo tratta infatti di momenti difficili per l’umanità, dalla gravità e pesantezza del periodo post bellico trasparono eventi che hanno cambiato per sempre il destino dell’uomo: l’avvento delle nuove tecnologie, la scoperta di nuovi campi in cui l’uomo prima non era arrivato, la nascita della nostra Legge scritta per eccellenza.

Di qui si noti l’aspetto finanziario delle norme giuridiche e lo stesso governo su di esso, confrontato con un altro diverso da quello italiano.

Fonti

Italiano: Baldi-Giusso-Razetti-Zaccaria, “Dal testo alla storia, dalla storia al testo / la poesia, la saggistica e la letteratura drammatica del Novecento” volume 3/2b, Paravia editore

Storia: Fossati-Luppi-Zanette, “La città dell’uomo, Il Novecento” volume 3, Edizioni scolastiche Bruno Mondadori

Diritto pubblico: Bobbio-Gliozzi-Lenti, “Diritto pubblico, lo stato, la giustizia e l’amministrazione”, Elemond scuola editore

Scienza delle finanze: Rosa Maria Vinci Orlando, “Scienza delle finanze e diritto tributario”, Tramontana editore

Informatica: Lorenzi-Giupponi, “Teoria dei sistemi operativi e delle reti, sistema informatico aziendale”, Atlas editore

Inglese: Kiaran O’Malley, “Directions, gateway to the English-speaking world”, Lang Edizioni

Altre fonti: Internet

www.google.it

www.wikipedia.it

Italiano

L’ermetismo

Il termine, coniato da Francesco Flora nel 1936, rimanda all’idea di una magia della parola poetica. Alla base di questo movimento, che ebbe come modello i grandi del decadentismo francese come Mallarmé, Rimbaud e Valéry, si trova un gruppo di poeti, chiamati ermetici, che seguirono gli insegnamenti di Giuseppe Ungaretti e di Eugenio Montale.

Il termine prende nome da Ermete Trismegisto, il quale nei suoi libri descrive alcune pratiche intrise di mistero e magia e da Ermes, considerato il dio del mistero in quanto accompagnava le anime nell’aldilà.

Con questo termine, nei primi anni del ’900 si vollero indicare sia l’oscurità, a volte enigmatica, della nuova poesia, sia il suo carattere selettivo, cioè di messaggio riservato a poche persone.

I poeti ermetici perseguono l’ideale di una “poesia libera pura” da ogni finalità pratica, senza scopo educativo. Il tema centrale della poesia ermetica è il senso della solitudine disperata dell’uomo moderno che ha perduto fede negli antichi valori, nei miti della civiltà romantica e positivistica e non ha più certezze a cui ancorarsi saldamente. Egli vive in un mondo incomprensibile sconvolto dalle guerre e offeso dalle dittature, pertanto il poeta ha una visione della vita sfiduciata, priva di illusioni. Costoro rifiutano la parola come atto di comunicazione per lasciarle solo il carattere evocativo. La poesia degli ermetici è una poesia di stati d’animo, di ripiegamento interiore espresso in un tono raccolto e sommesso, con un linguaggio raffinato ed evocativo che sfuma ogni riferimento diretto all’esperienza in un gioco di allusioni.

Gli ermetici si servono della forma dell’analogia per rappresentare la condizione tragica dell’esistenza umana isolandosi in uno spazio interiore a difesa dalla retorica fascista.

Appartiene al movimento ermetico il poeta Giuseppe Ungaretti. Possiamo considerare Ungaretti come ermetico nella sua raccolta “Sentimento del tempo”, successiva alla sua conversione al cattolicesimo, ma questo non fa di lui un ermetico a tutti gli effetti.

Nel campo della critica ermetica autorevole fu la figura di Carlo Bo che, con il suo discorso La letteratura come vita del 1938, scrisse il vero manifesto ermetico parlando di poesia intesa come momento dell’assoluto. Tra gli altri teorici e critici dell’ermetismo si ricordano Oreste Macrì, Giansiro Ferrata, Luciano Anceschi e lo stesso Mario Luzi.

Nella seconda metà degli anni trenta maturarono a Firenze, intorno alla rivista Il Frontespizio e Solaria, un vero gruppo di ermetici che, prendendo come riferimento Ungaretti, Quasimodo e Onofri, si rifacevano direttamente al simbolismo europeo e si affacciavano alle più recenti esperienze di quegli anni, come al surrealismo e all’esistenzialismo.

Lo stile difficile e chiuso nella ricerca della forma analogica, insieme all’approfondimento di una nascosta esperienza interiore, contraddistinse questo gruppo che, rifiutando in modo diretto ogni impegno politico e sociale, cercava di staccarsi dalla cultura fascista. Tra questi giovani intellettuali, alcuni assunsero posizioni antifasciste come Romano Bilenchi, Elio Vittorini, Alfonso Gatto e Vasco Pratolini. La tradizione è la migliore alleata dell’ermetismo.

Salvatore Quasimodo

Biografia

Salvatore Quasimodo nacque a Modica il 20 agosto del 1901. Il padre era ferroviere e dunque era costretto a spostarsi frequentemente con la propria famiglia. Il piccolo Salvatore frequentò le prime classi a Gela dove probabilmente scrisse le prime poesie. Subito dopo il catastrofico terremoto del 1908 andò a vivere a Roccalumera, un piccolo paese che si affaccia sul mar Jonio in provincia di Messina, dove Gaetano Quasimodo era stato chiamato per riorganizzare la locale stazione.

Prima dimora della famiglia, come per tanti altri superstiti, furono i vagoni ferroviari. Un’esperienza di dolore tragica e precoce che avrebbe lasciato un segno profondo nell’animo del poeta. Nella città dello Stretto Quasimodo compì gli studi fino al conseguimento, nel 1919, del diploma presso l’Istituto Tecnico “A. M. Jaci”, sezione fisico-matematica. All’epoca in cui frequentava lo “Jaci” Quasimodo cominciò a scrivere versi, che pubblicava su riviste simboliste locali. Nel 1919, appena diciottenne, Quasimodo lasciò la Sicilia con cui avrebbe mantenuto un legame edipico, e si stabilì a Roma. In questo periodo continuò a scrivere versi che pubblicava su riviste locali soprattutto di Messina, trovò il modo di studiare in Vaticano il latino e il greco presso monsignor Rampolla del Tindaro. L’assunzione al Ministero dei Lavori Pubblici, con assegnazione al Genio Civile di Reggio Calabria, assicurò finalmente a Quasimodo la sopravvivenza quotidiana. Ma l’attività di geometra, per lui faticosa e del tutto estranea ai suoi interessi letterari, sembrò allontanarlo sempre più dalla poesia e, forse per la prima volta, Quasimodo dovette considerare naufragate per sempre le proprie ambizioni poetiche. Tuttavia, il riavvicinamento alla Sicilia, i contatti ripresi con gli amici della prima giovinezza, valsero a riaccendere la volontà languente, a far sì che Quasimodo riprendesse i versi del decennio romano, per limarli e aggiungerne di nuovi. Nasceva così in ambito messinese il primo nucleo di Acque e terre. Nel 1929 Quasimodo si recò a Firenze, dove il cognato Elio Vittorini lo introdusse nell’ambiente di Solaria, facendogli conoscere i suoi amici letterati, da Alessandro Bonsanti, ad Arturo Loira, a Gianna Manzini, a Eugenio Montale, che intuirono subito le doti del giovane siciliano. E proprio per le edizioni di “Solaria” (che aveva pubblicato alcune liriche di Quasimodo) uscì nel 1930 Acque e terre, il primo libro della storia poetica di Quasimodo, accolto con entusiasmo dai critici dell’epoca, che salutarono la nascita di un nuovo poeta. Nel 1932 vinse il premio dell’Antico Fattore, patrocinato dalla rivista e nello stesso anno, per le edizioni di “Circoli”, uscì Oboe sommerso. Nel 1934 Quasimodo si trasferì a Milano, che segnò una svolta particolarmente significativa nella sua vita e non solo artistica. Accolto nel gruppo di “Corrente” si ritrovò al centro di una sorta di società letteraria, di cui facevano parte poeti, musicisti, pittori, scultori. Nel 1936 Quasimodo pubblicò con G. Scheiwiller Erato e Apòllion (prefazione di Sergio Solmi) ancora un libro fortunato con cui si concluse la fase ermetica della sua poesia. Nel 1938 lasciò il lavoro al Genio Civile e iniziò l’attività editoriale come segretario di Cesare Zavattini, che più tardi lo farà entrare nella redazione del settimanale il “Tempo”. Sempre nel 1938, per le “Edizioni Primi Piani” uscì la prima importante raccolta antologica Poesie, con un saggio introduttivo di Oreste Macrì, che rimase tra i contributi fondamentali della critica quasimodiana. Il poeta intanto collaborava alla principale rivista dell’ermetismo, la fiorentina “Letteratura”. Nel 1939-40 Quasimodo mise a punto la traduzione dei Lirici greci, che uscì nel 1942 nelle edizioni di “Corrente” e che, per il suo valore di originale opera creativa, sarà poi ripubblicata e riveduta più volte. Sempre nel 1942 presso Mondadori uscì Ed è subito sera. Nel 1941 gli venne concessa, per chiara fama, la cattedra di Letteratura Italiana presso il Conservatorio di musica “G. Verdi” di Milano. Insegnamento che terrà fino all’anno della sua morte. Durante la guerra, nonostante mille difficoltà, Quasimodo continuò a lavorare alacremente: mentre continuava a scrivere versi, tradusse parecchi Carmina di Catullo, parti dell’Odissea, Il fiore delle Georgiche, il Vangelo secondo Giovanni, Edipo Re di Sofocle (tutti lavori che vedranno la luce dopo la liberazione). Un’attività questa di traduttore, che Quasimodo portò avanti negli anni successivi, parallelamente alla propria produzione e con risultati eccezionali, grazie alla raffinata esperienza di scrittore. Numerosissime le sue traduzioni: da Ruskin, Eschilo, Shakespeare, Molière, dall’Antologia Palatina, dalle Metamorfosi di Ovidio; e ancora da Cummings, Neruda, Aiken, Euripide, Eluard. Nel 1947, edita da Mondadori, uscì la sua prima raccolta del dopoguerra, Giorno dopo giorno, libro che segnò una svolta nella poesia di Quasimodo, al punto che si parlò e si continua a parlare di un primo e un secondo Quasimodo. Di fatto l’esperienza tragica e sconvolgente della seconda guerra mondiale, il profondo convincimento che l’imperativo categorico fosse quello di “rifare l’uomo” e che ai poeti spettasse un ruolo importante in questa ricostruzione, fecero sì che Quasimodo sentisse inadeguata ai tempi una poesia troppo soggettiva, rinunciasse al trobar clus della sua prima maniera e si aprisse a un dialogo più aperto e cordiale, soffuso di umana pietà, rimanendo però fedele al suo rigore, al suo stile. Dalle tematiche prebelliche e postbelliche si passa a poco a poco a quelle del consumismo, della tecnologia, del neocapitalismo, tipiche di quella “civiltà dell’atomo” che il poeta denuncia mentre si ripiega su se stesso e muta ancora una volta la sua strumentazione poetica. Il linguaggio ridiventa complesso, più scabro; Quasimodo media lessemi anche dalla cronaca, il ritmo si fa più secco, suscitando perplessità in quanti vorrebbero il poeta sempre uguale a se stesso. Seguì nel 1958 La terra impareggiabile (Mondadori, Milano), premio Viareggio. Ancora nel 1958 Quasimodo mise a punto l’antologia della Poesia italiana del dopoguerra; nello stesso anno compì un viaggio in URSS, nel corso del quale venne colpito da infarto, cui seguì una lunga degenza all’ospedale Botkin di Mosca. Il 10 dicembre 1959, a Stoccolma, Salvatore Quasimodo ricevette il premio Nobel per la letteratura e lesse il discorso Il poeta e il politico, venne pubblicato l’anno dopo nell’omonimo volume (Schwarz, Milano 1960) che raccoglie i principali scritti critici di Quasimodo. Al Nobel seguirono moltissimi scritti e articoli sulla sua opera, con un ulteriore incremento delle traduzioni. Nel 1960, dall’Università di Messina gli venne conferita la laurea honoris causa; inoltre fu insignito della cittadinanza di Messina. Sempre nel 1960 sul settimanale “Le Ore” gli venne affidata una rubrica di “colloqui coi lettori”, che tenne fino al 1964, quando passò al “Tempo” con una rubrica simile. Nel 1966 Quasimodo pubblicò il suo ultimo libro, Dare e avere; un titolo emblematico per una raccolta che è un bilancio di vita, quasi un testamento spirituale (il poeta infatti sarebbe morto appena due anni dopo). Nel 1967 l’Università di Oxford gli conferì la laurea honoris causa. Colpito da ictus il 14 giugno 1968 ad Amalfi, dove si trovava per presiedere un premio di poesia, morì sull’auto che lo trasportava a Napoli.

Il poeta e lo scrittore

La prima raccolta di Quasimodo, Acque e terre (1930), è incentrata sul tema della Sicilia, terra natale dell’autore che la lasciò già nel 1919: l’isola diviene l’emblema di una felicità perduta cui si contrappone l’asprezza della condizione presente, dell’esilio in cui il poeta è costretto a vivere (così in una delle liriche più celebri del libro, Vento a Tindari). Dalla rievocazione del tempo passato emerge spesso un’angoscia esistenziale che, nella forzata lontananza, si fa sentire in tutta la sua pena. Questa condizione di dolore insopprimibile assume particolare rilievo quando il ricordo è legato ad una figura femminile, come nella poesia Antico inverno. Se in questa prima raccolta Quasimodo appare legato a modelli abbastanza riconoscibili (soprattutto D’Annunzio, del quale viene ripresa la tendenza all’identificazione con la natura), in Oboe sommerso (1932) ed Erato e Apollion (1936) il poeta raggiunge la piena maturità espressiva.

La ricerca della pace interiore è affidata ad un rapporto col divino che è, e resterà successivamente, tormentato anche se animato da un anelito sincero, mentre la Sicilia si configura come terra del mito, terra depositaria della cultura greca: non a caso Quasimodo pubblicherà, nel 1940, una notissima traduzione dei Lirici greci. In particolare, nel libro del ’36 vengono celebrati Apollo - il dio del sole ma anche il dio cui sono legate le Muse, e quindi la stessa creazione poetica che è resa dolorosa dalla distanza fisica dell’isola - ed Ulisse, l’esule per eccellenza. È in queste raccolte che si può cogliere appieno la suggestione dell’ermetismo, di un linguaggio che ricorre spesso all’analogia e tende ad abolire i nessi logici tra le parole: importante è in questo senso l’uso frequente dell’articolo indeterminativo e degli spazi bianchi che, all’interno della lirica, sembrano rimandare continuamente a una serie di significati nascosti che non possono trovare una piena espressione.

Nelle Nuove poesie (pubblicate insieme alle raccolte precedenti nel volume Ed è subito sera del 1942 e scritte a partire dal 1936) il ritmo diventa più disteso grazie anche all’uso più frequente dell’endecasillabo: il ricordo della Sicilia è ancora vivissimo ma si avverte nel poeta un’inquietudine nuova, la voglia di uscire dalla sua solitudine e confrontarsi con i luoghi e le persone della sua vita attuale. In alcune liriche compare infatti il paesaggio lombardo, esemplificato dalla «dolce collina d’Ardenno» che porta all’orecchio del poeta «un fremere di passi umani» (La dolce collina). Questa volontà di dialogo si fa evidente nelle raccolte successive, segnate da un forte impegno civile e politico sollecitato dalla tragedia della guerra; la poesia rarefatta degli anni giovanili lascia il posto a un linguaggio più comprensibile, dai ritmi più ampi e distesi. Così avviene in Giorno dopo giorno (1947) dove le vicende belliche costituiscono il tema dominante. La voce del poeta, annichilita di fronte alla barbarie («anche le nostre cetre erano appese», afferma in Alle fronde dei salici), non può che contemplare la miseria della città bombardata, o soffermarsi sul dolore dei soldati impegnati al fronte, mentre affiorano alla memoria delicate figure femminili, struggenti simboli di un’armonia ormai perduta (S’ode ancora il mare). L’unica speranza di riscatto è allora costituita dalla pietà umana (Forse il cuore). In La vita non è sogno (1949) il Sud è cantato come luogo di ingiustizia e di sofferenza dove il sangue continua a macchiare le strade (Lamento per il Sud); il rapporto con Dio si configura come un dialogo serrato sul tema del dolore e della solitudine umana. Il poeta sente l’esigenza di confrontarsi con i propri affetti, con la madre che ha lasciato quand’era ancora un ragazzo e che continua a vivere la sua vita semplice ed ignara dell’angoscia del figlio ormai adulto, o col ricordo della prima moglie Bice Donetti.

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