Eleonora Ferrarini
5Bl
Maturità anno 2009-2010
Cerchiamo la morte alla fine della candela, tentiamo qualcosa che ci ha già trovato (cit. Jim Morrison)
La morte
Titolo: Cerchiamo la morte alla fine di una candela, tentiamo qualcosa che ci ha già trovato (cit. Jim Morrison)
Filosofia: Martin Heidegger “l’essere per la morte”
Italiano: Gabriele D’Annunzio “Il trionfo della morte”
Tedesco: Thomas Mann “Der Tod in Venedig”
Spagnolo: Jorge Luis Borges “Remordimiento por cualquier muerte”
Inglese: Jim Morrison “The Severed Garden”
Martin Heidegger
Cenni biografici
Martin Heidegger nacque a Messkirch, nel Baden-Württemberg, il 26 settembre 1889. Dopo aver cominciato studi di teologia a Friburgo in Brisgovia, cambiò facoltà per dedicarsi allo studio delle scienze naturali, della matematica e della filosofia. I suoi primi interessi filosofici si orientano verso lo studio del pensiero aristotelico e di quello di Husserl.
Nel 1913 conseguì il dottorato discutendo una dissertazione dal titolo La dottrina del giudizio nello psicologismo, in cui polemizza con la concezione psicologistica della logica. Nel 1915 ottenne la libera docenza con un lavoro su La dottrina delle categorie e del significato in Duns Scoto.
Nello stesso anno, consegue la venia legendi con una lezione sul tema Il concetto di tempo nella scienza della storia. Nel 1915 fu chiamato a prestare servizio militare dal quale si congedò nel 1918, potendo peraltro mantenere i contatti con l’università. Nel 1919, ritornato a Friburgo, cominciò la sua collaborazione con Husserl del quale divenne assistente e al quale dedicò il suo capolavoro, Essere e tempo (1927).
Professore prima a Marburgo, poi a Friburgo, e per breve tempo rettore di questa Università, Heidegger si tenne appartato dalla cultura ufficiale nel periodo del nazismo, per quanto in un discorso pronunciato da lui come rettore nel 1933, L’autoaffermazione dell’università tedesca, traspaiano i suoi legami con il regime. Il discorso suscitò reazioni negative nell’ambiente filosofico internazionale, tanto che fu bollato da Benedetto Croce, in un articolo apparso su La critica, come «indecente e servile».
Essere e tempo rimase incompiuto e nel 1930 i suoi scritti subiscono una svolta, che si vede negli scritti seguenti, come per esempio in “Introduzione alla metafisica” (1956).
Heidegger è morto a Messkirch il 26 maggio del 1976.
Commento all’opera
“Benché la rinascita della ‘metafisica’ sia considerata una conquista del nostro tempo, tuttavia il problema dell’essere è purtroppo dimenticato”. Così inizia l’opera più famosa di Heidegger, Essere e tempo.
Heidegger imposta la questione del problema dell’essere - che considera “oscura e aggrovigliata” -, indagando e analizzando “quell’ente che noi che cerchiamo, già siamo”. La metafisica si presenta nel primo Heidegger come analisi dell’Esserci, cioè di quell’essere, appunto, “che noi stessi già siamo, e che ha, fra le altre possibilità, quella del cercare”.
Come viene detto in questo passo, l’Esserci è caratterizzato, nel suo essere-nel-mondo, dall’essere-per-la-morte. Se l’Esserci è definito dalla possibilità di essere, la morte gli si presenta come il limite e la negazione di questa possibilità e gli chiede di accettare l’essere per la morte come “orizzonte in cui si iscrive la sua vita”.
Il “Si muore” cerca di esorcizzare l’angoscia davanti alla morte, di tranquillizzare gli uomini, ma Heidegger considera inautentico questo approccio all’essere-per-la-morte, che, invece, richiede all’uomo di progettarsi sapendo quale è la possibilità estrema che gli appartiene. Sapendo che non può solidificarsi su nessuna delle situazioni esistenziali raggiunte.
Per Heidegger l’esistenza è autentica quando è pervasa dall’angoscia che scaturisce dal prendere coscienza della nostra finitudine: questo è il “vivere-per-la-morte”, che ha dunque una valenza altamente positiva, in quanto rende autentiche le scelte e, con esse, la vita (cosa che non potrebbe avvenire in una prospettiva di vita eterna).
E tuttavia possiamo vivere come fatto solamente la morte altrui, mentre la nostra la viviamo sempre e soltanto come possibilità solo nostra, nella consapevolezza che, prima o poi, essa ci coglierà. Ne consegue che la morte ha per noi un significato non come fatto, ma come possibilità.
L’essere-per-la-morte di Martin Heidegger
La morte sovrasta l’Esserci. La morte non è affatto una semplice presenza non ancora attuatasi, non è un mancare ultimo ridotto ad minimum, ma è, prima di tutto, un’imminenza che sovrasta.
Ma all’Esserci, come essere-nel-mondo, sovrastano molte cose. Il carattere d’imminenza sovrastante non è esclusivo della morte. Un’interpretazione del genere potrebbe far credere che la morte sia un evento che s’incontra nel mondo, minaccioso nella sua imminenza.
Un temporale può sovrastare come imminente; la riparazione d’una casa, l’arrivo d’un amico, possono essere imminenti; tutte cose, queste, che sono semplici-presenze o utilizzabili o compresenze. Il sovrastare della morte non ha un essere di questo genere.
[...] La morte è una possibilità di essere che l’Esserci stesso deve sempre assumersi da sé. Nella morte l’Esserci sovrasta se stesso nel suo poter-essere più proprio. In questa possibilità ne va per l’Esserci puramente e semplicemente del suo essere-nel-mondo.
La morte è per l’Esserci la possibilità di non-poter-più-esserci. Poiché in questa possibilità l’Esserci sovrasta se stesso, esso viene completamente rimandato al proprio poter-essere più proprio. In questo sovrastare dell’Esserci a se stesso, dileguano tutti i rapporti con gli altri Esserci.
Questa possibilità assolutamente propria e incondizionata è, nel contempo, l’estrema. Nella sua qualità di poter-essere, l’Esserci non può superare la possibilità della morte. La morte è la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’Esserci.
Così la morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile. Come tale è un’imminenza sovrastante specifica.
[...] Questa possibilità più propria, incondizionata e insuperabile, l’Esserci non se la crea accessoriamente e occasionalmente nel corso del suo essere. Se l’Esserci esiste, è anche già gettato in questa possibilità. [...]. L’esser-gettato nella morte gli si rivela nel modo più originario e penetrante nella situazione emotiva dell’angoscia.
Un’angoscia davanti alla morte è angoscia davanti al poter-essere più proprio, incondizionato e insuperabile. [...] L’angoscia non dev’essere confusa con la paura davanti al decesso.
Essa non è affatto una tonalità emotiva di ‘depressione’, contingente, casuale, alla mercé dell’individuo; in quanto situazione emotiva fondamentale dell’Esserci, essa costituisce l’apertura dell’Esserci al suo esistere come esser-gettato per la propria fine.
Si fa così chiaro il concetto esistenziale del morire come esser-gettato nel poter-essere più proprio, incondizionato e insuperabile, e si approfondisce la differenza rispetto al semplice scomparire, al puro cessare di vivere e all’esperienza vissuta del decesso.
[...] Un’interpretazione pubblica dell’Esserci dice: “Si muore”; ma poiché si allude sempre a ognuno degli Altri e a noi nella forma del Si anonimo, si sottintende: di volta in volta non sono io. Infatti il Si è il nessuno.
[...] Il morire, che è mio in modo assolutamente insostituibile, è confuso con un fatto di comune accadimento che capita al Si. Questo tipico discorso parla della morte come di un “caso” che ha luogo continuamente.
Esso fa passare la morte come qualcosa che è sempre già “accaduto”, coprendone il carattere di possibilità e quindi le caratteristiche di incondizionatezza e di insuperabilità.