L’Io e il suo doppio: solitudine e ambivalenza
Giorgia Tavano
Classe VC
Anno scolastico 2010-2011
Mappa concettuale
Italiano
- Luigi Pirandello: il tema della maschera
- Edgar Allan Poe: Il ritratto ovale
- Italo Calvino: Il visconte dimezzato
- Il ritratto di Dorian Gray
Storia dell’arte
- Vincent Van Gogh: vita, opere: “Il ritratto del dottor Gachet”; “Notte stellata”; “Campo di grano con corvi”
- Edvard Munch: vita, opere: “Gli occhi negli occhi”; “Separazione”; “Sera nel viale Karl Johann”
Filosofia
- Friedrich Nietzsche: i due impulsi di base dello spirito e dell’arte greca: apollineo e dionisiaco
- Sigmund Freud: le tre istanze psichiche: Es, Io, Super-io
Storia
- Bipolarismo: nascita delle superpotenze USA e URSS e la Guerra fredda
Educazione fisica
- Le droghe e i loro effetti sulla mente
Prefazione
In queste pagine ho deciso di trattare il tema della solitudine legato a quello della scissione dell’animo umano, poiché sono degli aspetti che accomunano senza alcuna eccezione ogni essere umano; infatti ogni uomo - in ogni epoca e luogo - ha potuto, durante la propria esistenza, confrontarsi con questi stati emotivi che pongono l’individuo in una condizione di completa nudità di fronte a se stesso e alle proprie debolezze.
Nella mente d’ogni uomo esiste un angolo nascosto che possiede una grande energia, e dove si annidano delle sensazioni molto intense, sopite per la maggior parte del tempo quotidiano ma dirompenti quando ci caliamo in un quadro di riflessione ed espressività. Osservando l’incessante fluire degli eventi quotidiani, può apparire strano che esista la solitudine: viviamo in un mondo sovraffollato, le città sono caotiche, le strade ingombre d’auto, gli spazi vitali sempre più ristretti, ma riusciamo a scovare una dimensione più “umana”, più “nostra” quando troviamo un angolo verde, tranquillo, dove possiamo restare soli. Tutto ciò può sembrare un paradosso: cerchiamo di fuggire dalla solitudine vivendo in città compresse, ma ritroviamo noi stessi solamente quando siamo soli. La solitudine è per noi una sorta di guscio indispensabile, una conchiglia che ci protegge dal caos della quotidianità e favorisce il ritrovamento di una dimensione che più ci appartiene.
Sicuramente la solitudine porta a costruirsi un’identità alternativa, che magari possa aiutare ad aprire un varco in una vita troppo piatta. Ma avere moltissime personalità con le quali dialogare risulta essere un prodotto della solitudine, creare infatti, un “branco” di personalità ed esserne al capo, ci fa sentire meno soli. A volte accade anche che amici e parenti ci attribuiscano delle personalità, delle “maschere” in cui noi non ci rispecchiamo, ma che alla fine ci portano a distruggere la nostra vera personalità che ci distingueva dagli altri. In questo modo perdiamo anche ogni punto di riferimento, rimanendo completamente soli e abbandonati. I mass media (che risultano essere solo lo strumento nelle mani dei potenti) contribuiscono notevolmente su questo fatto, inculcando nella mente delle persone, stili di vita, di cultura e modi di essere. Tutto ciò prima o poi porterà alla creazione di un doppio maligno pronto a scatenarsi e a dare sfogo a tutto ciò che la società attuale gli impedisce di fare, imponendogli determinate procedure per vivere in “armonia”. Ma tale armonia può essere considerata solo apparente, visto che sempre più il genere umano è sottoposto a stress troppo forti per essere sopportati. Ma in fondo, in ognuno di noi, è sempre presente quella seconda personalità che è pronta ad emergere e a rivoluzionare la società moderna monopolizzata.
La doppia personalità è una prerogativa dell’essere umano. Essa si rivela quando le condizioni esterne risultano estranee al nostro essere. Spesso, (e questo capita specialmente alle persone fragili) si è disposti ad accantonare il vero carattere per piacere agli altri; una sorta di paura dell’emarginazione, del non essere accettati dalla società in generale. Il quadro patologico definito come “doppia personalità” è l’esaltazione di solo due delle immagini di se stesso, quelle prevalenti e diametralmente opposte. Al di sotto di queste due personalità principali esistono innumerevoli sfaccettature (100 mila..) assunte a seconda delle situazioni. Piuttosto che personalità, sarebbe più consono chiamarle maschere. Il meccanismo alla base di questa situazione è la costante repressione dei nostri veri bisogni, i quali vengono “mascherati” appunto, da atteggiamenti socialmente adeguati. La psicoanalisi spiega questo meccanismo ipotizzando che esistano 3 elementi psicologici nell’individuo: l’Es (pulsioni primordiali, istintive); l’Io (coscienza); Super-io (insieme di norme sociali interiorizzate). In pratica accade che l’Io debba continuamente trovarsi in conflitto per soddisfare sia i bisogni dell’Es che rispettare i limiti dettati dal Super-io. A volte capita che l’Io particolarmente fragile, non sopportando la tensione (Es VS Super-io), faccia in modo che entrambe le parti si esprimano totalmente in momenti diversi della vita e totalmente inconsapevoli l’una dell’altra. In questo modo il conflitto si placa, ma la vita si frammenta.
“Ognuno di noi porta in se stesso il cielo e l’inferno”
Oscar Wilde
Luigi Pirandello
Luigi Pirandello nacque nel 1867 a Girgenti da una famiglia agiata. Studiò al liceo classico di Palermo per poi iscriversi alla facoltà di Lettere. Di qui passò nel 1887 all’università di Roma, e a quella di Bonn dove conseguì la laurea. Al suo ritorno, volendo dedicarsi alla letteratura, si stabilì a Roma dove cominciò a collaborare con poesie e scritti critici, e a riviste come la “Nuova Antologia” e il “Marzocco”. Nel 1894 sposò Antonietta Portulano, dalla quale avrà tre figli. Nel ’97 gli venne conferita, presso l’Istituto Superiore di Magistero, la cattedra di stilistica e poi di letteratura italiana, che terrà fino al 1925. Seguì, a partire dal 1903, un periodo difficile per lo scrittore, a causa della rovina dell’azienda paterna e con essa del patrimonio suo e della moglie. Intanto pubblica poesie, saggi, romanzi e novelle, ma la fama gli arriva come autore drammatico. A partire dal 1922 organizza una raccolta completa delle sue novelle sotto il titolo “Novelle per un anno”, che allude al progetto, rimasto incompiuto (con un totale di 218 novelle), di scrivere una novella per ogni giorno dell’anno. Nel ’25 Pirandello lascia l’insegnamento per dirigere il Teatro d’arte di Roma e fondare una sua compagnia. Nel ’34 gli fu conferito il Nobel per la letteratura. Morì a Roma nel 1936.
Alla base delle opere pirandelliane vi è una concezione vitalistica, secondo cui la realtà e l’uomo sono soggetti a un perpetuo fluire, a un’incessante trasformazione da uno stato all’altro. La “forma” che noi tendiamo a dare alla nostra personalità o che gli altri tendono ad attribuirci è illusoria, è una maschera sotto la quale si cela un’identità informe e inafferrabile. In questo senso la società appare a Pirandello come una costruzione artificiale e fittizia, che imprigiona l’uomo in un ruolo inautentico dal quale egli si può liberare solo abbandonandosi all’immaginazione o alla follia. Dal vitalismo deriva anche un radicale relativismo conoscitivo, ossia la negazione della verità come fatto oggettivo: le cose e le persone, di per sé informi, si prestano a tante diverse interpretazioni quanti sono coloro che li osservano (soggettivismo) e ciò rende impossibile la vera comunicazione tra gli uomini. Secondo Pirandello, quindi, gli uomini recitano una parte, parte che viene loro attribuita dalla società man mano che noi cresciamo. Infatti, sin dalla nascita, ci viene impostata una “forma” che ci obbliga a rispettare delle regole e degli obblighi. In tutto ciò, spesso, noi non ci riconosciamo. Ma nonostante ciò frequentemente vorremmo evadere da questi schemi in cui siamo ingabbiati. Ognuno di noi è combattuto sia dal vivere nel proprio intimo come ciascuno crede, sia dal far parte di una esistenza fatta di convenzioni sociali, ruoli familiari e professionali, pregiudizi altrui. In questo tipo di esistenza lo stesso Pirandello non si identifica, costretto ad adeguarsi per essere riconosciuto e accettato. Pirandello, sicuramente influenzato negativamente dalle sue esperienze personali, quindi affermò nei suoi testi letterari questo concetto che ogni uomo decide di indossare una “maschera” mostrando agli altri solo quello che vuole mostrare o, peggio ancora, facendo vedere a coloro che guardano solo quello che vogliono vedere. Pirandello sosteneva che l’uomo spesso non indossa una “maschera”, scelta da lui, bensì scelta da coloro con i quali entra in relazione. Ciò indurrebbe gli uomini a “recitare” la parte della maschera indossata, costringendoli ad una vita vuota e falsa, ma soprattutto triste. La maschera quindi esprime l’impossibilità di un rapporto autentico fra gli uomini. Noi, secondo Pirandello, nella vita di ogni giorno non ci mostriamo mai per quello che siamo ma ad ogni circostanza (a casa, a scuola, in città..) indossiamo una maschera diversa, diversa anche in relazione con la persona con la quale ci rapportiamo.
Ma allora se tutti indossano una maschera in qualsiasi attimo della loro vita, sarà mai possibile riuscire a togliere tale maschera e ritrovare la vera personalità dell’essere umano?
Ciò non accade con facilità in quanto a volte manca il coraggio per toglierla così da scoprire cosa vi è sotto. A volte invece l’essere umano si rassegna, ormai abituato a quella recita che egli chiama vita, costretto a recitare ogni giorno credendo di essere se stesso. Ma di sicuro la paura peggiore è quando l’uomo sa cosa c’è sotto la maschera in quanto si può nascondere una persona debole o fragile, o nelle peggiori delle ipotesi un mostro.
Italo Calvino
Italo Calvino nacque a Santiago de Las Vegas a Cuba nel 1923 e nel 1925 la famiglia si trasferì in Italia, a Sanremo. Lo scrittore ottenne un’educazione laica e un forte interesse per le scienze. Nel 1941 si iscrisse alla Facoltà di Agraria a Torino, ma dopo l’8 settembre 1943, per evitare l’arruolamento nell’esercito della Repubblica di Salò, entrò nella Resistenza. Nel dopoguerra militò nel PCI. Passò poi alla Facoltà di Lettere di Torino, dove si laureò nel 1947 e dove entrò in contatto con la casa editrice Einaudi, conoscendo i già affermati Pavese (colui che lo scoprì e che fece pubblicare presso Einaudi nel 1947 il suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno) e Vittorini. Dal 1950 fu assunto dalla stessa casa editrice. Nel 1956 dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria, si staccò dal PCI, uscendone definitivamente nel 1957. Nel 1967 si trasferì a Parigi, accostandosi a Barthes e allo strutturalismo (strinse rapporti con Queneau e con l’Oulipo: Laboratorio di letteratura potenziale, costituito da un gruppo di scrittori che nelle loro opere mettevano in evidenza gli artifici strutturali della scrittura letteraria). Collaborò infine anche con vari giornali: Corriere della Sera e la Repubblica. Nel 1980 tornò con la famiglia in Italia, a Roma. Morì nel 1985 in un ospedale di Siena.
Il visconte dimezzato
Nel 1952 esce “Il visconte dimezzato”, un breve romanzo. Ambientato in Boemia e Italia a metà Seicento presenta come tema centrale il problema dell’uomo contemporaneo (dell’intellettuale, per essere più precisi) dimezzato, cioè incompleto; e proprio a tal fine, il personaggio è stato dimezzato secondo la linea di frattura tra bene e male. Altri personaggi incentrati nel tema sono i lebbrosi (cioè gli artisti decadenti), il dottore e il carpentiere (la scienza e la tecnica staccate dall’umanità). L’autore racconta di Medardo di Terralba, iniziando un percorso che lo porta ad analizzare, in un contesto fantastico, psiche, sentimenti, azioni e reazioni dell’uomo di fronte ai fatti della vita. La storia comincia quando Medardo, in Boemia, si dirige col suo scudiero Curzio all’accampamento dei crociati. Nella prima battaglia a cui partecipa riceve una cannonata che lo divide in due esatte metà, di cui una viene salvata dai medici dell’esercito, l’altra viene trovata viva in mezzo a un cumulo di cadaveri e curata da un gruppo di eremiti: ne nascono due personaggi opposti, il Gramo (che compie il male) e il Buono (che compie il bene). Medardo salvato dall’esercito arriva a Terralba dove si impadronisce del feudo. Tutti hanno paura di questa metà del visconte che si dimostra perfido, tagliando a metà tutto quello che trova, come lui stesso. Il dottor Trelawney è un medico che inizialmente non si occupa dei malati, ma interessandosi in modo particolare alla storia del visconte, inizia a curare anche i malati del villaggio. L’altra metà, che giunge a casa dopo un lungo pellegrinaggio, è esageratamente buona. I due visconti convivono a Terralba, il primo arrecando danni e dolore, l’altro aggiustando le cose e predicando il bene; per questo vengono soprannominati il Gramo ed il Buono. Non solo il Gramo però suscita ostilità nella corte, ma col passare del tempo anche il Buono, che al suo arrivo era benvoluto da tutti per il suo altruismo, comincia ad essere evitato, soprattutto dagli ugonotti, per la sua eccessiva ed insistente gentilezza. Pamela, la contadina molto coraggiosa di cui i due visconti a metà sono innamorati, non tollera più né l’uno né l’altro. La contadina però, preferendo il Buono all’altra metà, decide di vivere con lui e con i suoi animali preferiti nel bosco. I genitori di Pamela inizialmente volevano che questa si sposasse con il Gramo, poiché quest’ultimo li minacciava. Pamela così alla fine acconsente alla proposta di matrimonio del Gramo ma chiede anche al Buono di sposarla. Il giorno delle nozze, quindi, entrambi i visconti si trovano all’altare. La contadina però sposa il Buono, in quanto il Gramo arriva in ritardo. Quest’ultimo, sostenendo di essere anche lui il visconte Medardo, rivendica alla sua metà di essere lui il marito di Pamela; quindi per decidere chi sarà il consorte della contadina, il Gramo sfida a duello la metà buona, che si vede costretta ad accettare. Nel duello le enormi cicatrici che entrambi i Medardo hanno a metà del corpo, vengono riaperte per mano della metà opposta. Il Buono ed il Gramo cadono a terra svenuti. Quindi il dottor Trelawney prende i due corpi e riesce a ricucire le due parti. Dopo alcuni giorni di incoscienza il visconte, finalmente completo, si risveglia e torna ad essere una persona vera potendo così sposare Pamela.
La favola assume un valore allegorico, riprendendo il tema del “doppio”, e allude alle componenti contrastanti della personalità umana. L’idea di fondo però è che solo attraverso la scissione si può acquistare una più profonda conoscenza della realtà. È, inoltre, un esempio di come, per l’uomo, sia così difficile vivere, nel bene e nel male, come una persona intera. Il tema principale, in questo romanzo, è celato dalle vicende insolite dei due mezzi uomini. Il sapere di essere incompleto fa soffrire, ed è questo che le due metà (soprattutto il Buono) capiscono; la metà malvagia si accorge meno di questo aspetto in cui si viene a trovare, mentre quella buona intuisce cosa può voler dire “essere dimezzato” (non nel vero senso della parola), incompleto anche nell’animo. A questo punto un altro problema sorge nel contesto, infatti, sentendosi incomplete, le due metà cercano ognuna la loro parte mancante, che non è l’altra metà, ma è una donna, che alla fine risolverà tutto e metterà fine a quella insolita avventura: provocherà infatti la morte dei due mezzi uomini, e la rinascita dell’uomo intero e completo.
L’autore si presenta onnisciente. Ci espone l’immagine del visconte come un uomo tagliato in due, con una parte buona ed una cattiva, facendo riferimento agli uomini contemporanei che sviluppano parti di loro, lasciandone in disparte altre. Anche in questo romanzo, come per “Il barone rampante”, e per “Il cavaliere inesistente”, è raccontato da un narratore interno, diretto testimone della vicenda e protagonista secondario, che consente allo scrittore di osservare dall’esterno i protagonisti ed, al tempo stesso, di commentare la vicenda senza intervenire di persona. Il luogo in cui si svolge il romanzo si può dividere in due parti, dapprima vi è il campo di battaglia, ambientato in luoghi lontani, quali la Boemia; poi il paese del visconte, Terralba, ed i suoi dintorni. Calvino molto spesso ambienta i suoi romanzi in Liguria, luogo in cui è vissuto, e per questo, conosciuto in ogni particolare “...il visconte di Terralba, d’una delle più nobili famiglie del Genovesato.” Il tempo in cui si svolge la vicenda è un lontano Seicento, ambientato durante le guerre contro i turchi. Il romanzo che è un racconto d’avventura e di fantasia, mantiene le caratteristiche della fabula anche se, ogni tanto, si discosta per metterci in luce gli altri personaggi.
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Italiano
Luigi Pirandello (il tema della maschera); Italo Calvino (Il Visconte dimezzato)
Filosofia
Friedrich Nietzsche (apollineo e dionisiaco); Sigmund Freud (Es, Io, Super-io)
Storia dell'arte
Vincent Van Gogh; Edvard Munch
Inglese
Edgar Allan Poe (Il Ritratto Ovale); Oscar Wilde (Il Ritratto di Dorian Gray)
Storia
Il bipolarismo (la nascita delle superpotenze USA e URSS)
Educazione fisica
Le droghe e i loro effetti