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Quando la follia si impossessa dell’uomo

Il tema che ho affrontato nella mia tesina è la follia. Da sempre la follia ha imperversato nel mondo assumendo forme e valenze diverse.

Quindi che cos’è la follia?

Dire che cosa sia realmente la follia è un’impresa abbastanza ardua, eppure in tanti hanno provato a dare un valido significato a questo termine. Nel passato come nel presente, la follia si è manifestata in tanti suoi piccoli aspetti: attraverso il genio degli scienziati, i versi dei poeti, le melodie dei musicisti, i colori vivaci sulle tele degli artisti, le gesta inconsulte dei potenti. Credo che esistano più concetti distinti di follia.

Esiste il concetto di follia spesso utilizzato in psichiatria: la follia consiste nella presenza di malattia psichica. Di conseguenza, possiamo parlare di individuo relativamente sano, se non c’è nessuna nevrosi, psicosi o sintomo psicosomatico, e se su un piano socialmente rilevante non ci sono omicidi e disperazione.

“Follia” sta anche ad indicare semplicemente chi si ribella all’ordine della vita sociale per dar sfogo alle passioni, ai sentimenti, all’istinto, alla pura irrazionalità. La follia non allontana l’individuo da se stesso ma lo rende partecipe di una realtà che sta al di fuori delle regole e dei canoni del vivere civile.

La follia non è solo disagio o malattia, essa da una parte è l’“altro”, cioè un mondo profondamente diverso da quello dei “sani”; dall’altra, essa rivela qualcosa che è in tutti gli uomini. Tradizionalmente, folle è colui che, per comportamenti e opinioni, si distacca da ciò che la norma definisce accettabile. Qui inizia il problema della definizione della pazzia: nei vari ambiti sociali e nei differenti contesti storici cambiano i parametri che dividono ciò che è normale da quello che è deviante. La pazzia è dimensione alternativa a quella della vita «normale», essa è rifugio rispetto alla sofferenza dell’esistere. Il più noto e significativo esempio è probabilmente quello dell’Enrico IV di Pirandello che sceglie la pazzia per non contaminarsi con la «vita impura». La follia di Enrico IV è dunque legata alla volontà di sfuggire alla vita, e in questo senso la follia svolge un ruolo analogo a quello che la morte svolge in altri autori.

Enrico IV

L’Enrico IV è un testo veramente sorprendente, che rivela tutta la complessità del rapporto fra verità e finzione nell’universo pirandelliano. La vicenda narrata nell’opera, infatti, trova il suo centro strutturale proprio in quella pazzia che tante volte è stata protagonista dei capolavori del genio teatrale di Pirandello. In essa il protagonista è isolato sullo sfondo della vita collettiva: pazzo per dodici anni, poi rinsavito ma creduto ancora folle da tutti, rifiuta di reintegrarsi nella società da cui è stato fuori per tanto tempo. Sceglie di continuare a recitare la sua parte di pazzo, questa volta consapevolmente e di guardare dall’esterno la commedia che gli altri recitano, senza saperlo, inconsapevolmente.

In una villa solitaria nella campagna umbra vive rinchiuso da venti anni un uomo, che, impazzito per una caduta da cavallo durante una mascherata in costume, si è fissato nella parte che vi rappresentava, quella dell’imperatore tedesco Enrico IV. Da allora continua a restare immerso in quella lontana vicenda storica, assecondata da tutti quelli che lo circondano.

Nella villa s’introduce la donna che un tempo egli amava, Matilde, con l’amante Tito Belcredi e la figlia Frida. Un dottore, attraverso una specie di psicodramma, mascherando la figlia com’era un tempo la madre durante la cavalcata storica, vuol provocare nel pazzo uno choc che lo riconduca alla ragione.

Enrico IV rivela di essere rinsavito da molti anni e di essersi chiuso nella sua parte per disgusto di una società corrotta e vile. Così facendo, però, è anche rimasto escluso dalla vita, che gli è sfuggita poco a poco. Ora vorrebbe riappropriarsene, vivere ciò che non ha vissuto, possedendo la donna che non aveva potuto avere, nella forma di allora, cioè non Matilde ormai vecchia ma la giovane Frida.

Belcredi interviene per difendere la fanciulla, ma Enrico IV lo uccide con la sua spada. Così, da quel momento, sarà costretto a chiudersi di nuovo, per sempre, nella sua pazzia.

“Sono guarito signori: perché so perfettamente di fare il pazzo qua… Il guaio è per voi che la vivete agitatamente, senza saperla e senza vederla, la vostra pazzia!!!”

Enrico con la sua recita, costringe anche gli altri a mascherarsi, a recitare, per assecondarlo, ma proprio così mette in luce la finzione di cui sono prigionieri nella vita quotidiana. Verso la sua maschera l’eroe ha un atteggiamento ambivalente: da un lato ne prova fastidio, sentendo la nostalgia della vita; dall’altro però la commedia sociale lo disgusta, e la maschera che lo isola dal mondo costituisce una sorta di rifugio da quella realtà ormai intollerabile.

Il gesto finale, che lo chiude nuovamente nel guscio protettivo della follia, può essere allora letto come la manifestazione di una debolezza, la confessione di un’immaturità, di un’incapacità di vivere.

L’Enrico IV è un testo molto denso, che esprime la convinzione che tutti siano pazzi e che la pazzia sia una scelta quasi obbligata dalla necessità di avere un posto in un mondo che non è fatto per noi: non a caso Enrico IV affermerà, parlando con i suoi servitori, di aver finto di essere ancora pazzo perché, rinsavito, aveva scoperto amaramente di essere arrivato “con una fame da lupo ad un banchetto già bell’e sparecchiato”, riferendosi a quei dodici anni mai esistiti per lui e goduti dagli altri.

La decisione, dunque, di ritornare nel limbo-prigione della pazzia è dettata dalla constatazione che nel mondo non c’è più posto per lui.

Tacito: le follie dell’imperatore Nerone

Un esempio di follia ci viene presentato da Tacito attraverso la descrizione del principe Nerone negli Annales: che in origine dovevano essere diciotto libri, ma ora ne rimangono solo, con qualche lacuna, i libri I-VI, dedicati a Tiberio, e XI-XVI, da Claudio a Nerone.

Dalle pagine dei libri XIII-XVI degli Annales, emerge chiaramente il progressivo svelarsi della natura folle e malvagia di Nerone, principe dal 54 al 66 d.C.

Tale degenerazione procede di pari passo con l’emancipazione dal controllo della madre Agrippina e con il venir meno della positiva influenza di Afranio Burro, prefetto del pretorio, e di Seneca, il filosofo suo precettore.

La morte della madre toglie ogni freno alla degenerazione dei costumi privati dell’imperatore, che si abbandona a ogni sorta di dissolutezza e sempre più deliberatamente manifesta la sua sconveniente passione per le gare ippiche, la musica e il canto.

L’emancipazione avviene attraverso una serie terribile di atti folli:

  • L’uccisione di Britannico (Annales, XIII, 15-16)

Il giovinetto Britannico è la prima vittima del perfido Nerone, che vede in lui un pericoloso aspirante all’impero in quanto figlio di Messalina, la prima moglie di Claudio. Egli era invece figlio di Agrippina e del primo marito di lei, Domizio Nerone, ed era stato adottato da Claudio, che si era unito in seconde nozze con la stessa Agrippina.

La stessa possiamo dire che è la causa scatenante della morte di Britannico, poiché ella, sentendo sempre più indebolita la sua autorità presso il figlio, si servì di Britannico per intimorire Nerone, minacciandolo di appoggiare il giovane che secondo molti era stato illegittimamente privato del diritto di succedere al padre naturale.

Britannico viene ucciso da Nerone durante un banchetto. Egli, grazie all’aiuto di personaggi loschi e senza scrupoli, riesce ad ucciderlo utilizzando un potente veleno.

  • La morte di Agrippina (Annales, XIV, 7)

Nel 59 d.C., Nerone, che era già da tempo in rotta con la madre, di cui non sopportava più le ingerenze e che si opponeva al suo matrimonio con Poppea Sabina, la fece uccidere affidando l’incarico di sopprimerla ad alcuni suoi uomini.

Famosa è la scena della morte di Agrippina. Lei, ferita e colpita con una mazza, si rivolse ai suoi assassini gridando: “Colpite al ventre che lo ha generato.”

Forse l’episodio più famoso della follia di Nerone è:

  • Incendio di Roma (Annales, XV, 38-39)

Nel 64 d.C. Nerone è sospettato di aver provocato deliberatamente l’incendio di Roma. Tacito non esclude a priori che questo incendio possa avere un’origine fortuita, ma accusa Nerone di voler approfittare della distruzione della città per dei suoi scopi personali, rimpiazzare gli antichi edifici con nuove e moderne costruzioni, in primo luogo con la grandiosa residenza imperiale detta “domus aurea”.

Famosa è la scena di Nerone che, nello stesso momento in cui la città bruciava, salì sul palco del suo palazzo e cantò la caduta di Troia, paragonando le disgrazie presenti alle sventure antiche.

Collegata all’incendio di Roma vi è anche:

  • Persecuzioni dei cristiani (Annales, XV, 44-45)

Nerone decide di addossare la colpa del rovinoso incendio ai cristiani, dando così inizio alla prima persecuzione per troncare la diceria che lo vedeva colpevole. Arrestò tutti quelli che professavano la dottrina e li fece dilaniare dai cani, inchiodare sulle croci o addirittura gli dava fuoco.

Episodi altrettanto importanti sono:

  • La fine di Seneca (Annales, XV, 45)

Si sparse la voce che Seneca, il vecchio precettore di Nerone, avesse chiesto di potersi ritirare a vita privata in una campagna lontana ma, poiché non lo ottenne, non uscì più dalla propria camera fingendosi malato di nervi. Nerone, a quanto narrano alcuni, fece anche preparare un veleno, da cui questi si salvò grazie alla sua vita ascetica. Nel 62 a.C. finalmente arrivò il ritiro di Seneca, ma questi non riuscì tuttavia a mettersi al riparo dalle ostilità dell’imperatore.

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Sintesi

Collegamenti interdisciplinari

  • Italiano: L'Enrico IV di Pirandello
  • Latino: Le follie dell'imperatore Nerone negli Annales di Tacito
  • Storia: Hitler e la follia nazista
  • Filosofia: Nietzsche, la sua malattia e il racconto dell'uomo folle
  • Fisica: L'elettroshock, la corrente elettrica
  • Francese: Maupassant, Lettre d'un fou
  • Inglese: Stevenson, The strange case of Dr Jekyll and Mr Hyde
  • Tedesco: Goethe, Mephisto in der Tragödie Faust
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