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Francesco Faranna VB
Metamorfosi proteiforme
La metamorfosi nelle arti e nelle scienze
Esame di stato 2007
Liceo Scientifico “Carlo Alberto” Novara 1
Sommario
Introduzione p. 2
1. La metamorfosi in ambito letterario p. 3
1.1 Ovidio e l’universo delle metamorfosi
1.2 Apuleio e “L’Asinus Aureus” p. 6
1.3 Dante e Pier della Vigna p. 7
1.4 Pinocchio p. 8
1.5 L’alienazione moderna in Kafka p. 9
1.6 “The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde”, Stevenson p. 10
1.6.1 The plot
1.6.2 The double nature of the setting p. 11
1.6.3 “Good” and “Evil” p. 12
2. La metamorfosi in ambito artistico p. 12
1.7 Il surrealismo di Delvaux
3. La metamorfosi in ambito scientifico p. 15
3.1 Il campo elettromagnetico e l’induzione elettromagnetica
3.1.1 Cenni storici
3.1.2 Il campo elettromagnetico p. 16
3.1.3 L’induzione elettromagnetica
4. La metamorfosi in ambito naturalistico p. 18
Le rocce metamorfiche
4.1 4.1.1 Il processo metamorfico
4.1.2 La struttura e la composizione delle rocce p. 19
Metamorfiche
4.1.3 La classificazione delle rocce metamorfiche p. 22
Conclusione p. 23
Note p. 24
Bibliografia p. 26
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Introduzione
Perché “Metamorfosi proteiforme”?
Ho così intitolato questa tesina perché affrontando il tema della metamorfosi mi sono accorto che questa tematica assume caratteri diversi e molteplici in altrettanti diversi ambiti del sapere.
In ambito letterario infatti vi sono autori di periodi storici differenti che affrontano il tema della metamorfosi perché vedono in essa un alternativo modo di vivere o “non vivere” (come nel caso di Gregor Samsa kafkiano) nel mondo. Autori come Ovidio: il poeta delle Metamorfosi, delle mutatae formae, Apuleio, Dante, sono influenzati dal mito da cui tutti traggono ispirazione.
Diversamente, per Carlo Collodi, Robert Louis Stevenson e Franz Kafka la metamorfosi dei protagonisti de Le avventure di Pinocchio, The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde o La Metamorfosi, non è influenzata dal mito perché, come ricordava già il poeta satirico Giovenale, vissuto tra il I e il II secolo d.C., - non è necessario ricorrere al mito, la società contemporanea offre già esempi paradossali -.
Il paradosso è una costante anche in ambito artistico specialmente nel movimento d’Avanguardia del Surrealismo in cui gli artisti grazie “all’automatismo psichico puro”, dipingono qualsiasi immagine gli si presenti in mente. Non è dunque strano che le figure rappresentate abbiano una natura allucinatoria.
Anche in ambito scientifico e naturalistico trova spazio la tematica della metamorfosi, anche se con caratteristiche diverse. Infatti la teoria dell’induzione elettromagnetica spiega la relazione che intercorre tra il campo elettrico e il campo magnetico, relazione a cui può essere associata l’idea della trasformazione tra un campo e l’altro e la loro complementarietà.
Il tema della metamorfosi trova dunque risonanza anche nelle scienze naturali, in cui si studiano, per esempio, le rocce metamorfiche originate dopo vari processi di metamorfismo.
Voglio dunque affrontare ciò in questa tesina, ponendo l’accento su come l’argomento della metamorfosi abbia caratteri eterogenei in ambiti del sapere diversi.
1. La metamorfosi in ambito letterario
In ambito letterario il tema della metamorfosi occupa un posto di tutto rilievo. Presente in misura massiccia nel mito e nel folclore, la metamorfosi (dal gr. “scambio di forma”) appare Metamòrphosis, come tema quasi onnipresente.
La metamorfosi presuppone una concezione dinamica del reale, percepito come un fluire in cui gli esseri individuali possono trapassare da una forma all’altra superando i confini convenzionali tra i vari regni (animale, vegetale e umano) e tra umano e divino.
In tanta varietà, è possibile individuare un tipo particolare di metamorfosi: quella in cui la trasformazione evidenzia la vera natura dell’essere che la subisce, fissandone l’identità più profonda, resa evidente nel bene o nel male attraverso l’aspetto assunto dal soggetto.
È appunto il caso di Atteone (1), di Pigmalione e la statua (2) o di Apollo e Dafne (3) di Publio Ovidio Nasone, di Lucio-asino apuleiano (4), ma è anche il caso, ad esempio, del dantesco Pier della Vigna (5), di Pinocchio che diventa bambino, o del moderno kafkiano Gregor Samsa mutato in scarafaggio (6).
Una metamorfosi, insieme psicologica e fisica, è quella invece della creatura stevensiana di Dr. Jekyll che allo stesso tempo è il folle Mr. Hyde.
1.1 Ovidio e l’universo delle metamorfosi
Proemio 1-4
In nova fert animus mutatas dicere formas
corpora; di, coeptis (nam vos mutastis et illas)
aspirate meis primaque ab origine mundi
ad mea perpetuum deducite tempora carmen.
Nell’ambito della letteratura latina l’autore che affronta più diffusamente il tema della metamorfosi è senza dubbio Ovidio, il quale nell’ampio poema epico-didascalico dal titolo Metamorphoseon libri, scritto in 15 volumi in esametri tra il 2 e l’8 d.C., narra in forma continuata le trasformazioni di dèi ed eroi, in un grandioso affresco di grande suggestione narrativa.
Giustificando la propria scelta sulla base della teoria pitagorica della metempsicosi, illustrata come fondamento religioso della metamorfosi nel XV libro, Ovidio di fatto si abbandona al gusto per la narrazione, intrecciando vicende di varia ampiezza e significato, collegate per analogia o per antitesi, accostandole o, più spesso, incastrandole l’una nell’altra. Inoltre, dato importante, ogni creatura, trasformata in un altro essere continua a possedere la sua capacità raziocinante originale; ciò vuol dire che se la trasformazione avviene in qualcosa di negativo, questo dato diverrà causa di maggior dolore e lamenti.
Tra le metamorfosi narrate da Ovidio, una delle più note è quella di Atteone, il cacciatore figlio di Aristeo e di Autònoe, il quale è trasformato in cervo dalla dea Diana poiché questa punisce il ragazzo per empietà, nonostante sia involontaria: Atteone vede accidentalmente Diana e le sue ancelle senza veli mentre codeste sono presso delle fonti per bagnarsi.
Il ragazzo si vede così trasformato in cervo, ma presto si vede essere inseguito dai suoi stessi cani di cui poco prima ne era il padrone.
Met. III, 193-206
Nec plura minata
dat sparso capiti vivacis cornua cervi,
dat spatium collo summasque cacuminat aures
cum pedibusque manus cum longis bracchia mutat
cruribus et velat maculoso vellere corpus;
aditus et pavor est: fugit Autonoeius heros
et se tam celerem cursu miratur in ipso.
Ut vero vultus et cornua vidit in unda,
“me miserum!” dicturus erat: vox nulla secuta est;
ingemuit: vox illa fuit, lacrimaeque per ora
non sua fluxerunt; mens tantum pristina mansit.
Quid faciat? Repetatne domum et regalia tecta
an lateat silvis? Pudor hoc, timor impedit illud.
Dum dubitat, videre canes […]
La vicenda di Atteone è ripresa poi in età barocca quando Giambattista Marino scrive Idilli favolosi:
Idilli favolosi 536-564
Ahi chi credea che ’n animo celeste
Albergasse tant’ira? Ecco in un punto
Sorgere in aria e circondarmi un turbo,
ond’io (come, non so) ratto trabocco
dal tronco in giù precipitoso al piano.
E quivi alfin m’avveggio
de la trasfigurata mia persona.
Sventurato! Ch’a pena di quel fatal umor spruzzato e molle,
tosto m’abbandonò l’umana forma:
stendesi il collo, e de le guance il tratto
in mascelle s’allunga; il naso e ’l mento
si nasconde e si spiana
e la bocca viril s’aguzza in muso;
de le gambe robuste
s’assottiglian le polpe: i duo sostegni
del corpo si fan quattro,
e ha ciascun di loro l’unghia divisa;
cresce su per le membra,
già candide, or di nero
pomellate e di punti
variate e distinte, irsuto pelo.
Veggiomi pullulando
spuntar su la cervice
i germogli de l’ossa, indi repente,
arboreggiando al ciel, selva di corna
farmi con cento rami ombra a la fronte.
Insolita paura
entrar mi sento ad abitar nel petto.
Come vera e propria allegoria della potenza creatrice dell’arte, inoltre, si pone la vicenda di Pigmalione, abile artista che, dopo aver tratto dall’avorio una bellissima statua di donna, con il suo stesso amore e con l’aiuto della dea Venere le infonde la vita:
Met. X, 280-289
Tornato a casa, corre a cercare la statua della sua fanciulla e chinatosi sul letto la bacia: sembra che emani tepore. Accosta di nuovo la bocca e con le mani le accarezza il seno; sotto le dita, l’avorio s’ammorbidisce e, perduto il suo gelo, cede duttile alla pressione, come al sole torna morbida la cera dell’Imetto e, plasmata dal pollice, si piega ad assumere varie forme, adattandosi a questo impiego. Stupito, felice, ma incerto e timoroso d’ingannarsi, più e più volte l’innamorato tocca con la mano il suo sogno: è un corpo vero! Sotto il pollice pulsano le vene.
Una vicenda altrettanto famosa è quella di Dafne, ninfa mutata in alloro mentre cerca di sfuggire al dio Apollo:
Met. I, 543-552
Senza più forze, vinta dalla fatica di quella corsa allo spasimo, si rivolge alle correnti del Peneo e: “aiutami, padre”, dice. “Se voi fiumi avete qualche potere, dissolvi, mutandole, queste mie fattezze per cui troppo piacqui”. Ancora prega, che un torpore profondo pervade le sue membra, il petto morbido si fascia di fibre sottili, i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami; i piedi, così veloci un tempo, s’inchiodano in pigre radici, il volto svanisce in una chioma: solo il suo splendore conserva.
Anche Gabriele D’Annunzio si sofferma sul mito di Apollo e Dafne. Infatti, ne L’oleandro, che appartiene alla raccolta Alcyone (1903), si racconta proprio la trasformazione di Dafne in pianta. Certamente lo spirito è ben diverso da quello del poeta latino; nei versi di D’Annunzio Dafne anela a unirsi ad Apollo, la sensualità è molto accentuata:
Alcyone, L’oleandro 320-346
Il dolce crine è già novella fronda
intorno al viso che si trascolora.
La figlia di Peneo non è più bionda;
non è più ninfa e non è lauro ancora.
Sola è rossa la bocca gemebonda
che del novello aroma s’insapora.
Escon parole e lacrime odorate
dall’ultima doglianza. O fior d’estate,
prima rosa del lauro che s’infiora!
Tutto è già verde linfa, e sola è sangue
la bocca che querelasi ininterrotta-
mente. In pallide fibre il cuor si sface
ma il suo rossore è in sommo della bocca.
Desioso dolor preme l’amante.
Guarda ei l’arbore sua ma non la rocca;
l’ode implorare ma non ha virtù.
E chiama: “Dafne! Dafne!”. Ella non più
implora, non più geme. “Dafne! Dafne!”.
Ella non più risponde: è senza voce.
Pur la gola sonora è fatta legno.
Le palpebre son due tremule foglie;
li occhi gocciole son di umor silvestro;
bruni margini inasprano le gote;
delle tenui narici è appena il segno.
Ma nell’ombra la bocca è ancora sangue,
solo nel lauro la bocca di Dafne
arde e al dio s’offre, virginal mistero.
1.2 Apuleio e l’“Asinus Aureus”
I, 1
At ego tibi sermone isto milesio varias fabulas conseram
auresque tuas benivolas lepido sussurro permulceam modo
si papyrum Aegyptiam argutia Nilotici calami inscriptam
non spreveris inspicere, figuras fortunasque et in se rursum
mutuo nexu refectas ut mireris.
Valenza più profonda ha la doppia metamorfosi di Lucio nelle Metamorfosi apuleiane. Essa infatti, oltre che spunto per un racconto divertito e dilettevole, si presenta anche come vera e propria vicenda iniziatica. In quest’ottica, la trasformazione di Lucio in asino appare chiaramente come una punizione, un “imbestiamento” che simboleggia la degradazione di Lucio, prono ai piaceri del sesso e schiavo della sua insana curiositas verso la magia: l’animale in cui si trasforma è l’asino, animale “basso” e simbolo del Male e della carnalità.
Infatti, nel capitolo 24 del III libro, Apuleio dice che la schiava Fotide, conosciuta da Lucio presso la casa dell’amico Milone, la cui moglie Panfile aveva la fama di essere una maga, decide di rubare alla padrona una “polvere magica” per donarla a Lucio. Panfile però prende un unguento sbagliato e non appena Lucio si massaggia le membra con essa: “plane pili mei crassantur in setas et cutis tenella duratur in corium et de spinae meae termino grandis cauda procedit. Iam facies enormis et os prolixum et nares hiantes et labiae pendulae; sic et aures inmodicis horripilant auctibus.”
Dopo molte fatiche e avversità, però, grazie all’intervento della dea Iside, Lucio (XI, 13) ritornerà alle fattezze umane per poi essere pronto all’iniziazione ai culti misterici della stessa dea.
Infatti non appena l’asino mangia la corona di rose, “squalens pilus defluit, cutis crassa tenuatur, pedes sunt, sed in erecta porriguntur officia, cervix procera cohibetur, os et caput rutundatur, aures enormes repetunt pristinam parvitatem, dentes saxei redeunt ad humanam minutiem et, quae me potissimum cruciabat ante, cauda nusquam (comparuit)!”
1.3 Dante e Pier della Vigna
La tematica della metamorfosi non si esaurisce certo con la fine del mondo classico, ma continua a permeare di sé l’intera letteratura medievale, assumendo nuovi significati riguardo al mutato contesto culturale.
All’interno della Commedia, nell’ambito della “concezione figurale” di cui parla Erich Auerbach, Dante appare convinto che la realtà terrena sia soltanto una pallida prefigurazione della vera vita, che si compie e si svela nell’Aldilà, scoprendo la reale natura di ogni singolo essere (7). Per questo motivo Dante assegna ai suicidi, che disprezzarono in vita il proprio corpo tanto da arrivare a distruggerlo, la pena di vedersi trasformati in arbusti secchi e contorti, degradati quindi a una forma subumana e grottesca. Così accade anche a Pier della Vigna, suicida perché calunniato alla corte di Federico di Svevia:
D. Alighieri, Inferno XIII 31-44
Allor porsi la mano un poco avante,
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”.
Da che fu fatto poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: “Perché mi scerpi?
Non hai tu spirto di pietade alcuno?
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di sterpi.
Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via,
sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.
L’episodio dantesco trova il suo antecedente esplicito nella vicenda di Polidoro narrata nell’Eneide virgiliana (Aen. III 22 ss.) e a sua volta, del resto, fungerà da spunto per l’episodio di Astolfo mutato in mirto nell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto (I. VI, ottave 26 ss.), che, come tutti i poemi epico-cavallereschi, amerà porre il meraviglioso al centro della sua trama.
1.4 Pinocchio
Venendo a tempi sicuramente più recenti, un testo in cui la metamorfosi svolge un ruolo fondamentale è Pinocchio di Collodi (1880), opera che narra la ben nota vicenda del burattino animato che, attratto dal divertimento e poco propenso allo studio e all’obbedienza, passa attraverso varie peripezie finché, aiutato dalla Fata Turchina, accetta le regole del vivere civile, trasformandosi in ragazzo in carne e ossa e, fuor di metafora, divenendo adulto.
Il testo, redatto nei decenni successivi all’unificazione d’Italia, intende presentarsi come la storia di una maturazione individuale che rispecchia anche una maturazione collettiva nazionale.
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Le diverse forme del tema della metamorfosi in ambito letterario, artistico, scientifico, naturalistico
Materie: latino, italiano, inglese, storia dell'arte, fisica, scienze naturali.