Premessa
L’uomo è polvere di stelle. È il meraviglioso prodotto dell’universo, è figlio dell’eterno rigenerarsi di astri e allo stesso tempo di dei, che ne assumono le forme. Ma è anche figlio di uno dei possibili universi, di una delle migliaia di galassie e di uno dei miliardi di soli che scaldano un pianeta. L’uomo ha sempre saputo profondamente di fare parte di questo tutto cosmico e allo stesso tempo di essere solo un frammento, solo un granello dell’universo. A volte ha celato questa consapevolezza dietro la religione o dietro la propria superiorità sugli altri esseri viventi, ma non è mai riuscito a eliminare la tensione verso l’infinito, l’eterno, l’universo.
L’umanità nel corso dei secoli si è costantemente rivolta al cielo stellato, a quel miracolo di bellezza e mistero di cui tutt’ora non riesce a spiegare il principio e la ratio. Sin dai tempi più remoti ha contemplato la volta celeste, ricercando in questa un ordine, una presenza superiore o semplicemente un fine, una spiegazione alle più semplici domande esistenziali. In un primo momento si è lasciata atterrire dalla grandezza dell’universo, dalla sua perfezione e dalla sua imperturbabilità, così lo ha divinizzato, lo ha adorato e onorato riconoscendone il potere e la forza. Ha offerto al cielo vite di animali e di uomini, ha tremato di fronte ad eclissi e lo ha ringraziato per la luce e per la notte, per la vita e per il riposo.
Non è necessario ripercorrere la storia delle religioni antiche per rendersi conto di quale influsso abbiano avuto il Sole, la Luna e tutti gli astri, sulla vita e sul pensiero dell’umanità. Fino a quando l’uomo ha considerato ciò che non dipendeva da lui opera di esseri più potenti e di forze sovrumane è rimasto, come un bambino, succube della natura; quando, poi, ha incominciato a dare un significato scientifico a ciò che avveniva intorno a lui ha cominciato a prendere fiducia in se stesso e nelle sue potenzialità.
I primi scienziati, o meglio filosofi-scienziati, decifrarono con precisione incredibile, dati gli strumenti a disposizione, fenomeni celesti, distanze e grandezze; quando vollero spingersi oltre la scienza e dare uno scopo al creato finirono per guardare all’universo attraverso il vetro colorato del misticismo e della superstizione, vanificando così la grandezza delle loro intuizioni.
In questo lavoro, quando ancora non si può parlare di scienza moderna, galileiana, si fa riferimento al pensiero pre-scientifico, volendo riconoscere la validità delle speculazioni fatte in un ambito non propriamente scientifico, ma diviso fra scienza, filosofia e religione.
Saranno presentate anche alcune delle concezioni filosofiche sull’universo più recenti e rilevanti rispetto agli altri argomenti trattati.
Quando si parlerà di scienza vera e propria, il riferimento sarà a sistemi aderenti al moderno metodo scientifico e, comunque, basati su teorie comunemente riconosciute valide. Nel caso di citazione di teorie rimaste allo stadio di speculazioni e non ancora verificate, sarà sempre tenuto in considerazione l’aspetto provvisorio e non compiuto di tali studi.
Sarà dedicata poi una parte alla visione poetica del cielo dal momento che l’uomo è dotato, oltre che di ragione, anche di fantasia e di emotività. Con questo approccio i poeti, gli scrittori, gli artisti, in ogni epoca hanno continuato a guardare il cielo con gli occhi della fantasia, della gioia, della malinconia. Questo è avvenuto, e avviene tuttora, in modo parallelo alla scienza.
La visione poetica del cielo e dell’universo ha attraversato ogni epoca storica. Ha subito cambiamenti dovuti alla crescita culturale e artistica degli uomini che l’hanno praticata, ed è riscontrabile nell’antica Grecia come nell’Italia romantica.
In questa parte del lavoro è stata mia intenzione compiere un percorso trasversale, non legato ai periodi storici o alle correnti artistico-letterarie, ma alle affinità di sentimenti e di visioni che hanno portato poeti e pittori a creare un’arte nell’arte, una poesia nella poesia, portando la bellezza del cielo stellato nelle loro composizioni.
Giulia Facelli
L’uomo e il cielo stellato
Struttura del percorso
Il pensiero mitologico, pre-scientifico e filosofico
- Il mito greco in riferimento alla Luna e alle costellazioni.
- La poesia astronomica nell’età di Tiberio: l’universo per Manilio negli Astronomica.
- Seneca e l’universo in Naturales Questiones, Consolatio ad Marciam e Consolatio ad Helviam matrem.
- L’universo per Plinio il Vecchio nel Naturalis Historia.
- L’universo tra Kant, Schopenhauer e Nietzsche.
- L’antinomia cosmologica di Kant.
- L’universo doloroso di Schopenhauer.
- L’universo ciclico di Nietzsche.
Il pensiero scientifico
- Panoramica della cosmologia nei secoli.
- Einstein:
- Le principali novità apportate dalla teoria della relatività ristretta e generale.
- Einstein e l’universo.
- La deflessione dei raggi luminosi.
- Introduzione alla costante cosmologica: il grande errore di Einstein?
- Le nuove frontiere della ricerca:
- L’energia oscura e la reintroduzione della costante cosmologica.
- Che cos’è la materia oscura: teorie.
- Dove si trova la materia oscura: mappatura 3D.
La visione poetica del cielo e l’arte
(la poesia figurativa)
- Accenni alla poesia di Saffo e alla Chioma di Berenice di Callimaco.
- Dante e l’astronomia:
- Valore scientifico e significato simbolico.
- Valore poetico e pregio letterario.
- Valore culturale.
- Un poeta astrofilo: Leopardi.
- Le stelle nell’arte:
- Vincent van Gogh e la Notte stellata.
- Joan Miró e la serie Le Costellazioni.
- Victor-Marie Hugo, Les contemplations.
Gli antichi Greci e la Luna
In principio gli uomini divinizzarono i fenomeni naturali che non riuscivano a comprendere per un sentimento di “dipendenza dalla natura”. Feuerbach in proposito scrisse:
“Il sentimento di dipendenza dell’uomo è il fondamento della religione; l’oggetto di questo sentimento di dipendenza, ciò da cui l’uomo dipende, e si sente dipendente, non è però altro, originariamente, che la natura. È la natura il primo, l’originario oggetto della religione, come è abbondantemente dimostrato da tutte le religioni di tutti i popoli (…)” (In L’essenza della religione, 1-5).
È con questo atteggiamento che nacquero i primi miti e le prime superstizioni riguardo alla volta celeste.
La volta celeste con la sua immensità, imperturbabilità, ciclicità e misteriosità attirava inevitabilmente gli occhi e le menti delle popolazioni antiche. Anche gli antichi Greci tentarono in vario modo di dare una spiegazione alle fasi della Luna o al movimento degli astri, ma in un primo momento si rivolsero più alla superstizione e alla divinizzazione. In questo contesto uno dei miti più antichi e più importanti per i valori simbolici che portò con sé, anche a secoli di distanza dalla sua formulazione, è quello di Ecate.
Ecate è una delle divinità più interessanti per la sua assimilazione alla Luna, all’occulto e al magico. È caratterizzata da una triplice natura: umana (nella sua forma terrestre), equina (nella sua veste lunare) e canina (nel suo habitus infernale).
Il numero tre è fondamentale perché Ecate, nella sua veste magica e terrena, viene definita Trivia e quindi protettrice dei trivi (crocicchi), punti di incontro fra tre vie. In corrispondenza di questi luoghi si riteneva venissero effettuati con la Luna piena riti di passaggio e di evocazione di spiriti e demoni. Essa era quindi ritenuta la divinità che vegliava su questi luoghi seguita sempre da spiriti e demoni degli inferi. Ecate è stata relegata ineluttabilmente nell’ambito del male per i suoi legami con la magia (intesa nel senso deteriore del termine) e con il mondo dell’aldilà. Secondo la tradizione, nelle dimore sotterranee di Ecate è presente un giardino segreto dove le sue sacerdotesse, Circe e Medea, raccolgono piante dai meravigliosi effetti. Medea, infatti, secondo una tradizione, sarebbe nipote di Ecate e farebbe parte della famiglia dei maghi (Euripide, Medea v. 397).
Nell’Averno Ecate ha aspetto canino, più precisamente di cane nero.
Essa era conosciuta nell’antichità anche come la traghettatrice dei morti, dal momento che era lei ad accompagnare, ogni primavera, all’esterno Proserpina. La connessione con questi due mondi è molto importante per capire il valore che gli antichi Greci davano alla notte e alla Luna. La notte era, infatti, un momento di mistero, di magia, di morte e di successiva resurrezione. Con l’assenza della luce vivificatrice del Sole, la notte appariva il regno del sonno della natura e della sua morte apparente. Inoltre il cielo era il regno della vita eterna dopo la morte, in cui gli eroi del passato e i personaggi mitici avevano trovato l’eterna pace dopo le sventure della vita terrena e l’esaltazione della loro grandezza.
Molte delle costellazioni greche prendevano il nome da personaggi mitologici che vennero portati in cielo dagli dei per garantirne l’eternità e sottolinearne l’importanza. Basti ricordare la costellazione di Medea, di Carina o Poppa (dedicate alla nave Argo) o la Chioma di Berenice scoperta dall’astronomo di corte Conone.
Nel fondamentale sistema dualistico che contrappone luce e tenebre, Ecate riveste senz’altro entrambi i ruoli, ma rappresenta, fondamentalmente, colei che illumina, seppur nelle tenebre. Inoltre l’astro notturno è ricchissimo di significati simbolici, in particolare il concetto di trasformazione ciclica, ben rappresentato dalle fasi lunari. La Luna cresce fino al plenilunio, per poi declinare fino alla fase della cosiddetta “Luna nera” (da collegarsi con il cane nero degli inferi), per poi risorgere nuovamente dopo tre giorni di eclissi. Le fasi lunari corrispondono simbolicamente alla nascita, crescita, morte e resurrezione. Perciò la Luna si associa ai fenomeni generativi che essa effettivamente influenza (basti pensare al suo influsso sul mondo vegetale), al divenire, all’aldilà e, più in generale, alle idee di ciclo, dualismo, polarità, opposizione. Il momento in cui la Luna sparisce era collegato ad una sorta di morte che la Luna doveva subire per permettere il rinnovamento dell’universo.
Ad Ecate si attribuiva il potere vitale su tutti gli elementi: essa era il ventre del cosmo, ma anche colei che permetteva la mediazione tra il regno dell’intellegibile e del sensibile. È proprio in questi termini che ne parla Plutarco, descrivendola come una barriera che divide il mondo fisico da quello spirituale. Inoltre, essa viene descritta come l’agente di una mediazione, e pertanto di una trasmissione, del principio vitale stesso.
Molti autori greci si riferirono ad Ecate, come ad esempio il già citato Plutarco che dedicò un libro dei suoi Moralia alla Luna, ritenendola il luogo in cui le anime dei giusti riposavano dopo la morte. Narrazione completamente diversa ne fa Luciano nella sua Storia vera, che prende in giro le teorie riguardo agli abitanti della Luna parlandone come di uomini mostruosi che partoriscono figli dai polpacci.
In tutte le epoche gli uomini hanno contemplato i fenomeni celesti. L’esempio della Luna potrebbe essere replicato per le costellazioni, le comete, i pianeti etc… L’obiettivo di questo lavoro non è quello di analizzare tutti gli elementi celesti su cui l’uomo ha rivolto le sue speculazioni, ma mostrare i vari ambiti e le varie concezioni che la contemplazione del cielo stellato ha prodotto nei tempi.
La poesia astronomica nell’età di Tiberio
Lo studio degli astri e della loro influenza sulla vita dell’uomo suscitò grande interesse già alla corte degli imperatori. Augusto dava enorme importanza agli oroscopi e il nipote di Tiberio, Germanico, tradusse in latino i Phaenomena del poeta greco Arato di Soli (III sec. a.C.).
L’interesse per l’astrologia si trova accentuato in Tiberio, che amava circondarsi di astronomi e astrologi dal momento che un simile atteggiamento era, in qualche modo, funzionale al mantenimento dell’autorità imperiale. Credere, infatti, in un destino superiore contro il quale non si può lottare era un atteggiamento tanto diffuso tra vasti strati sociali quanto utile ad evitare rivolte. L’astrologia, però, trae le sue origini dalla civiltà babilonese e si diffonde ben presto in tutto il mondo antico.
Nella Grecia classica fu per un certo tempo respinta nell’orientamento razionalista della cultura. Solo in età ellenistica ci fu una nuova fioritura di questa disciplina, grazie alla fusione degli elementi egiziani e babilonesi con gli strumenti matematico-astronomici elaborati dagli scienziati greci. La filosofia stoica fornì inoltre il quadro teorico entro cui giustificare la disciplina, con la concezione del mondo come unico organismo vivente regolato dal logos, la “Ragione” divina.
Veniva così postulata una corrispondenza fra macrocosmo e microcosmo, vale a dire l’esistenza di una fitta rete di segreti rapporti di causalità tra due ordini di fenomeni in apparenza lontanissimi, come il movimento degli astri e la vita degli uomini. Il complesso di associazioni simboliche elaborate dalla mentalità antica in questo settore costituisce un argomento di grande importanza antropologica. L’uomo, infatti, ha la tendenza innata a dare un senso logico ai dati dell’esperienza sensibile, a organizzarli in un sistema.
Manilio
Tra la fine del principato augusteo e i primi anni di quello di Tiberio si pone l’opera di Manilio, gli Astronomica. Essa rivela ancora oggi una sua attualità: si tratta infatti di un’opera in versi dedicata all’astrologia, una materia che a dispetto delle ripetute condanne della scienza e della religione ufficiale non cessa di suscitare interesse o almeno curiosità. L’astrologia è anche un campo di grande interesse antropologico, perché ci rivela un modo di pensare basato su fitte associazioni simboliche e una mentalità che pretende di dare spiegazione a ogni cosa, compreso l’ignoto per eccellenza: il destino dell’uomo.
Gli Astronomica
L’opera di Manilio è un poema didascalico in cinque libri.
Il libro I è di natura propriamente astronomica, espone in generale le teorie dei filosofi sull’origine dell’universo e descrive la sfera celeste, con le principali costellazioni, i pianeti, le comete e le meteore. Il resto della trattazione è invece di natura astrologica. Nell’antichità i confini fra astronomia e astrologia non erano nettamente definiti, nemmeno a livello di termini: non esisteva come oggi una distinzione tra i due campi, tra la figura dell’astronomo-scienziato e quella dell’astrologo-ciarlatano, anche perché l’astrologo aveva spesso competenze anche di geometria sferica e meccanica celeste pari a quelle di un astronomo.
È molto probabile che l’opera comprendesse anche un sesto libro, dedicato alle congiunzioni planetarie, che è andato perduto. Un appunto in un codice miscellaneo del XV secolo segnala l’esistenza, nella biblioteca di Spira, di un Manilio in cui sunt libri sex, ultimus est completus.
Nella trattazione dell’opera di Manilio mi interessa in particolare soffermarmi sulla concezione che l’autore aveva dell’universo e quindi più propriamente sulla cosmologia.
Manilio e l’universo
Manilio dedica il primo libro della sua opera alla conoscenza dell’universo come realtà eterna. All’atteggiamento didascalico della descrizione del cosmo si abbina la certezza filosofica dell’eternità e dell’inalterabilità dell’universo.
L’obiettivo del poeta è chiaro sin dai primi versi, in cui lo esplicita scrivendo:
“carmine divinas artes et conscia fati sidera diversos hominum variantia casus”
“Mi volgo con questo mio canto a trarre dall’universo le arti arcane, le stelle conscie del destino che variano i differenti casi degli uomini” (versi 1-2).
E inoltre:
“iuvat ire per ipsum aera et immenso spatiantem vivere caelo signaque et adversos stellarum nascere cursus. Quod solum novisse parum est. Impensius ipsa scire iuvat magni penitus preacordia mundi, quaque regat generetque suis animalia signis cernere et in numerum Phoebo modulante referre”
“Non altro mi è caro che andare nel colmo dell’aere e vivere errando per il cielo infinito e distinguere il contrapposto movimento di costellazioni e pianeti. Pure è poco il sapere da solo. Più assai mi è caro conoscere fino nelle intime fibre il segreto della potenza dell’universo e discernere a quali figure sideree si debba il governo di ciascuno degli esseri, e la genitura, e volgerlo in ritmi ispirati da Febo” (versi 13-19).
Quindi inizia la trattazione dei vari argomenti a lui cari. Il punto centrale del pensiero dell’autore è l’esistenza di una ratio che governa il tutto, una ratio di origine divina.
“mundum divino numine verti”
“Il cosmo si muove per impulso divino” (verso 484).
Manilio non riesce a concepire un universo privo di senso e di logica, basato unicamente sul caso.
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L'uomo e il cielo stellato
Materie trattate: latino, greco, astronomia, fisica, filosofia, arte, italiano.