Estratto del documento

A.S. 2007/2008

Tesina d’Esame

Liceo Classico

Anco Marzio - Roma

III e/k

La bellezza

Dagli scultori greci ai cultori della moda contemporanea

P. Bobko

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Cos’è la “bellezza”?

“La bellezza è come una ricca gemma, per la quale la montatura migliore è la più semplice.”

(Francesco Bacone)

“La bellezza è una lettera aperta di raccomandazione che conquista subito i cuori.”

(Arthur Schopenhauer)

Platone concepiva il bello come manifestazione del bene; Hegel lo identificava con la verità; Aristotele, e con lui il medioevo e il rinascimento, lo definiva come simmetria; Baumgarten lo concepiva come perfezione sensibile.

Sarebbe bello definire il bello in modo irrefutabile: ma come si fa?

Il famoso proverbio: “Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace” rende soggettivo e imprendibile il concetto di bellezza, poiché lo assimila o confonde con quello di piacere. D’altra parte, il proverbio capovolto: “Non è bello ciò che piace ma è bello ciò che è bello”, appare nettamente più logico e oggettivo, ma comporta la domanda: “Chi stabilisce una volta per tutte i canoni della bellezza?”. E formulando un quesito sulla base del pensiero d’ascendenza platonica: “Diciamo che esistono cose belle perché c’è la bellezza, o che c’è la bellezza perché esistono cose belle?”.

E cosa dire di oggi? Quali sono i canoni di bellezza propostici dal sistema-moda, dai media, dalla pubblicità?

Ma quanto è reale la bellezza che ci viene venduta ogni giorno?

L’industria della bellezza e della moda continua a creare un modello basato su stereotipi hollywoodiani che non contempla nessuna delle reali virtù della bellezza che è personale, intima e spirituale. Nell’universo visuale progettato dall’industria della musica, del cinema, della moda e dei cosmetici viene utilizzato un comune denominatore per distrarre tutti da quelli che sono i reali bisogni umani: imparare a comunicare, a farsi delle domande sulla realtà e creare insieme un futuro sostenibile.

Le multi-miliardarie industrie della dieta, della cosmesi e della moda, creando un clima di paura e di bassa stima in se stessi, sperano di rendere le donne dipendenti dalle loro soluzioni per migliorarle. Ogni giorno vengono introdotti nuovi prodotti per correggere i difetti delle donne, creando un ciclo di ossessioni, costruite per raggiungere uno standard di bellezza impossibile da raggiungere.

Questo mito artificiale della bellezza domina così i mass media e l’intero apparato di marketing tanto da far sembrare naturale il risultato di un sondaggio, che conclude che “solo il 2% delle donne si vede bella”.

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In questo modo il sogno di una bellezza impossibile continua a prosperare senza fine, come le industrie che lo costruiscono.

Pubblicità martellanti con belle e bellissime inneggianti al corpo perfettamente in linea, riviste patinate dove il dominante sogno americano si concretizza in splendidi esemplari di palestrati alla Mister Universo, diete “sicuramente efficaci” per risolvere tutti i problemi di pancette e giunonici fianchi, etc. I giornali sono spietati, sovrabbondano di immagini femminili e maschili dalla forma smagliante e di prodotti dietetici.

Per quanto ci si voglia convincere che quel determinato prodotto ci renderà merito come lo è stato per la modella che lo pubblicizza, i conti con la realtà non tardano a venire e spesso la delusione prende il sopravvento sui sogni e le speranze.

Quello che non può essere accettato di questo modo di creare modelli è il fatto che eserciti un controllo su di noi e sul modo in cui definiamo la nostra vita e la nostra realizzazione.

“Sappiate che senza l’Inghilterra l’umanità potrebbe ancora vivere, senza la Germania pure, senza l’uomo russo lo potrebbe anche troppo bene, senza la scienza potrebbe, potrebbe senza il pane, solo senza la bellezza non potrebbe vivere, perché non ci sarebbe nulla da fare al mondo. Tutto il segreto è qui. La stessa scienza non resisterebbe un minuto senza la bellezza, si convertirebbe in volgarità.” (F. Dostoevskij - I demoni)

La sindrome del “magro sinonimo di bello” investe la collettività. Si sviluppa quella che viene chiamata “mentalità da dieta”; si finisce con il litigare con la taglia che diventa la misura del nostro valore come persona.

Il Times stronca le nuove belle. Non hanno curve, sorridono poco, pesano come ragazzine appena sviluppate. Affollano le copertine delle riviste e le passerelle. Inquietanti, ambigue, forse intriganti. A volte il loro sguardo è triste, sofferente, quasi malato. Le top model più desiderate fanno comparire lo spettro dell’anoressia. L’Omega, la grande casa che produce orologi, ha ritirato la pubblicità da Vogue per protestare contro il modello femminile imposto dalla moda. Ma le evanescenti dee da passerella piacciono davvero?

Vengono messe sotto accusa le immagini proposte nei servizi di moda: “lanciano messaggi pericolosi e le ragazzine, per imitare quelle modelle, si ammalano. Queste donne non sono per niente belle e hanno poco a che fare con la femminilità”, afferma Naomi Wolf nel suo best-seller “Il mito della bellezza” (1991). Ma allora esiste ancora un canone estetico che sia collegato all’idea di salute e gioia di vivere?

L’ossessione del “magrismo” arriva dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra: nasce addirittura l’indice di massa corporea, l’IMC, che si calcola dividendo il proprio peso per la propria altezza elevata al quadrato. In Italia l’allarme scatta arrivati a 30, in America già sopra i 22. Così il cibo diventa parte essenziale del “politically correct”: esser magri vuol dire stare bene in società.

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E la bellezza in tutto questo cosa c’entra? Molto, se pensiamo alle parole del filosofo inglese di metà ’700, Edmund Burke: “La bellezza è una qualità sociale, perché quando gli uomini e le donne ci danno un senso di gioia e di piacere nel guardarli, ci ispirano sentimenti di tenerezza e di affetto, ci piace averli vicini, ed entriamo volentieri in rapporto con loro...”, scriveva nell’“Inchiesta sul bello e il sublime.”

Ma se alcuni pensano che le top del momento non siano belle perché sono troppo costruite e perfette, c’è chi dice che rappresentano invece le ragazze normali, quelle che si vedono ogni giorno per la strada.

Coco Chanel diceva che nella vita non si è mai troppo magri né troppo ricchi. Ma un conto è essere magri, un conto anoressici.

Per la stilista Mariuccia Mandelli, in arte Krizia, esiste però un eterno femminino. “Ogni periodo ha una particolare zona del corpo femminile sulla quale puntare l’attenzione: le gambe, il fondo schiena, l’ombelico. Ma il vento cambia in fretta e per ogni tipo di bellezza c’è l’ora della rivincita. Io prediligo le modelle longilinee. Ma è una deformazione professionale: gli abiti ci guadagnano su ragazze magre, senza esagerazioni scheletriche. Le modelle hanno un grande fascino, sanno posare, più o meno magre che siano”.

Ma la novità che sconcerta molti è che il bello sia anche sofferenza.

Edmund Burke diceva: “La perfezione è così lungi dall’essere causa di bellezza, che tale qualità, là dove è più rilevante, cioè nel sesso femminile, quasi sempre porta con sé un’idea di debolezza e di imperfezione.”

“Non vedo una ricerca di perfezione fisica in queste nuove bellezze, ma una ricerca di identità”, dice Patrizia Marasca, “Il corpo è il tuo passaporto e la via che porta all’anoressia è il tentativo di oltrepassare un limite. La perfezione, il bello c’entrano poco”.

La moda funzionerebbe solo da lente di ingrandimento di una tendenza esistente nella società.

Ma, a gettar fango sul mondo delle sfilate, sono state anche le stesse top, tra cui Carrè Otis, ex moglie di Mickey Rourke, che un anno fa lanciò un’accusa pesante contro gli agenti, dicendo: “Istigano all’anoressia”.

“Ma chi lo dice che stiamo male? Io sono così di natura”, afferma Marpessa, 32 anni, modella olandese supermagra, che giura di avere una salute di ferro, così come molte sue colleghe.

Persino Kate Moss, simbolo della nuova moda, (44 chili per 1,73 di altezza), non conoscerebbe la tortura del digiuno. Anzi, pare che adori i bignè alla crema.

“Questa è solo alta capacità di metabolizzazione”, sostengono i dietologi delle top model.

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Cos’è la “moda”? E qual è il senso del suo “modo di dire”?

“Un abito è uno straordinario mezzo espressivo, strumento formidabile per essere. (G. Ferrè)

“L’eleganza è l’equilibrio tra proporzioni, emozioni e sorpresa”. (Valentino)

“Eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare”. (G. Armani)

“Alcune persone pensano che il lusso sia l’opposto della povertà. Non lo è. È l’opposto della volgarità”.

“La moda è fatta per diventare fuori moda” (Coco Chanel)

“La moda passa, lo stile resta” (YSL)

“Non dobbiamo mai confondere l’eleganza con l’essere snob”

“Va di moda”: spesso l’abbiamo sentito dire. Può andare di moda la gonna corta, l’automobile di una certa marca, l’arredamento svedese, il colore viola, la musica pop o qualsiasi altra cosa che riguardi, occasionalmente, la nostra vita. Può andare di moda un libro che goda di una sua effimera celebrità, un modo di dire, un personaggio. Anche a certe idee può capitare di dover seguire il destino travolgente delle mode.

E non c’è niente di più definitivo che lo spegnersi di questo interesse collettivo, il “passar di moda”, per ritornare nell’anonimato. Il destino degli oggetti e delle persone toccati da questo fugace successo si conclude quasi sempre nell’abbandono, nella stanchezza e nella dimenticanza. I gusti della gente cambiano in fretta.

moda

Il termine deriva dal latino modus, i, che significa maniera, norma, regola, tempo, melodia, ritmo. Compare per la prima volta, nel suo significato attuale, del “vestire alla moda”, nel trattato “La carrozza da nolo”, dell’abate Agostino Lampugnani, pubblicato nel 1645.

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Il primo italiano che storicamente fece uso di questo termine fu un sacerdote, padre Lampugnani appunto, che nel 1645 scrisse un feroce libretto di critica contro la “moda e i modanti”. Ma questa seconda parola non piacque: su quelle pagine nacque e morì. Dopo Lampugnani nessun altro la usò.

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È evidente che il fenomeno non fu contemporaneo alla parola che infine lo descrisse. La moda è sempre esistita, risvegliata agli albori della civiltà dalla stessa vanità dell’uomo.

Di solito si è stati e si è tuttora portati a identificare la moda con l’abbigliamento, sua espressione più naturale e appariscente: a ogni stagione gli stilisti suggeriscono e impongono nuovi particolari che, a poco a poco, trasformano gli abiti della gente. Chi subito, chi più tardi, ognuno finisce col cedere a questi cambiamenti.

Si pensi ad esempio alla trasformazione delle gonne negli ultimi anni.

Perfino le suore hanno dovuto inchinarsi a certe regole e accorciare, sia pure con moderazione, un orlo che pareva destinato a rimanere lunghissimo per sempre.

La moda ha bisogno di tempo per imporsi. Essa passa attraverso le fasi della curiosità, del desiderio, dell’emulazione e magari anche dell’invidia e dell’adeguamento, tutto ciò per non sentirsi “diversi” dagli altri. L’opinione pubblica deve sempre superare un certo rifiuto iniziale, uno stupore ostile.

Negli anni Venti le prime che decisero di tagliarsi i capelli furono considerate quasi donne di malaffare. E se oggi questo giudizio può farci sorridere, pensiamo allo scandalo che sulle spiagge suscitava il bikini, anch’esso nient’altro che moda.

A volte, quando gli ultimi accolgono una moda, i primi, quelli che se ne sono entusiasmati all’inizio, già ne sono stanchi. Il tempo che occorre a questo ciclo varia a seconda del periodo storico. Gli stili degli abiti, dei gioielli, dei mobili delle case duravano nei secoli: basti pensare a quanto resistette nelle abitudini la toga dei Romani.

Ieri la moda riguardava soltanto gli aristocratici e i ricchi e neppure riusciva a toccare le classi meno abbienti che per secoli continuarono a indossare gli stessi stracci e ad accontentarsi degli stessi poveri oggetti.

Di solito era un personaggio di rilievo ad assumersi indirettamente la responsabilità di suggerire un cambiamento importante, scegliendo come palcoscenico un grande ballo, una serata a teatro, una qualunque occasione mondana. Bastava per esempio che il re dimenticasse di chiudere l’ultimo bottone del panciotto o che il cameriere del principe del Galles facesse un risvolto ai pantaloni troppo lunghi del suo padrone perché immediatamente quei particolari venissero imitati da tutti.

Oggi le mode sono più rapide, accompagnate sempre da propaganda che a esse fanno i giornali, la televisione, la radio e la pubblicità. Apriamo un giornale a caso ed ecco lì decine di proposte nuove, di idee di cui poi si impadronisce il commercio.

Supponiamo che in una stagione vadano di moda le righe azzurre e gialle: immediatamente i negozi e i grandi magazzini saranno provvisti di capi di vestiario a righe di quei colori, per tutti i gusti e tutte le esigenze, di varia qualità e quindi anche di prezzo.

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Cos’è la moda?

Da sempre gli abiti manifestano la personalità, il gusto, le condizioni economiche di chi li indossa. La motivazione della moda va ricercata anche in fattori diversi, quali il desiderio di attirare l’attenzione degli altri, oppure la volontà di distinguersi in base ai criteri del buon gusto e dell’eleganza.

Oggi, ancora più, è diventata lo specchio dell’atteggiamento psicologico dell’individuo, un mezzo collettivo di espressione, un modo per affermare la propria individualità oppure la propria appartenenza a un certo gruppo.

L’abbigliamento diviene così uno dei più importanti elementi simbolici della propria condizione sociale, creando quasi uno status symbol.

Può essere creata dall’alto, cioè dai grandi stilisti (basti pensare alla metà dell’800 e a Charles F. Worth, il primo stilista e l’inventore dell’haute mode), i quali creano continuamente nuovi modelli destinati ad imporsi sul mercato per un certo periodo. Talvolta sono proprio i giovani invece a “fare moda”, che viene solo in un secondo momento assimilata dagli stilisti e dalle grandi industrie dell’abbigliamento: un tipico esempio ne sono gli anni ’50 e ’60 e la nascita della moda casual.

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Charles Frederick Worth (Bourne, 1825 – 1895), stilista britannico. Si fa risalire a Worth l’origine della haute couture francese per come attualmente è intesa. Iniziò la sua carriera nel 1838 lavorando come commesso nel grande magazzino di tessuti e guarnizioni in Regent Street a Londra. Divenne così sarto alla corte di Metternich nel 1864. L’alta borghesia costituiva la maggioranza della sua clientela, di cui seppe conquistare la stima a tal punto da ottenerne l’incondizionata fiducia, riuscì ad imporre, per la prima volta nella storia, le proprie idee alle dame e determinò così l’Haute-Couture.

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I tre momenti

La moda ha due aspetti contrastanti: da una parte il desiderio di cambiare, dall’altra la tendenza a uniformarsi agli altri.

Questa duplice pressione è così forte che può essere osservata anche nei bambini, quando desiderano e chiedono ai genitori qualcosa che a loro piace perché è nuovo e diverso, ma anche perché altri compagni già lo posseggono.

Alla voglia di cambiare si aggiunge così la voglia di uniformarsi. Ma sarà dall’imitazione che poi deriveranno la noia, la stanchezza e quindi la voglia di cambiare ancora.

Da dove nasce e come nasce la moda?

La risposta che sorge più spontanea è quella correlata alla necessità dell’uomo di coprirsi con tessuti, pelli, materiali lavorati per sopravvivere, ma è certamente insufficiente per spiegare un fenomeno così vasto e complesso.

Nel corso del tempo gli studiosi hanno quindi avanzato numerose teorie riguardo alle origini del vestire, quali la naturale propensione degli uomini al pudore, il desiderio di una distinzione sociale ed economica, l’assunzione da parte dell’abito di una funzione sociale, atta a distinguere le varie classi e le mansioni sacerdotali, amministrative, militari, e la funzione simbolica dell’abito durante pratiche rituali e magiche.

Nella società contemporanea la moda è finita per assumere un tutt’altro significato.

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Sintesi

Tesina - Premio maturità 2008

Titolo: La bellezza, dagli scultori greci ai cultori della moda contemporanea

Autore: Paulina Bobko

Descrizione: Chi non si è mai interrogato sul significato del bello e della moda?

Materie trattate: filosofia, letteratura greca, letteratura latina, letteratura italiana

Area: umanistica

Sommario: Platone concepiva il bello come manifestazione del bene; Hegel lo identificava con la verità; Aristotele (e con lui il Medioevo e il Rinascimento) lo definiva come simmetria; Baumgarten lo concepiva come perfezione sensibile.

Sarebbe bello definire il bello in modo irrefutabile: ma come si fa?

Il famoso proverbio: "Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace" rende soggettivo e imprendibile il concetto di bellezza, poiché lo assimila o confonde con quello di piacere.

D'altra parte, il proverbio capovolto: "Non è bello ciò che piace ma è bello ciò che è bello", appare nettamente più logico e oggettivo, ma comporta la domanda: "Chi stabilisce una volta per tutte i canoni di bellezza?".

E formulando un quesito sulla base del pensiero d'ascendenza platonica: "Diciamo che esistono cose belle perché c'è la bellezza, o che c'è la bellezza perché esistono cose belle?".

E cosa dire di oggi? Quali sono i canoni di bellezza propostici dal sistema-moda, dai media, dalla pubblicità?

Ma quanto è reale la bellezza che ci viene venduta ogni giorno?

Della bellezza e della moda continua a creare un modello basato su stereotipi hollywoodiani che non contempla nessuna delle reali virtù della bellezza che è personale, intima e spirituale.

Nell'universo visuale progettato dall'industria della musica, del cinema, della moda e dei cosmetici viene utilizzato un comune denominatore per distrarre tutti da quelli che sono i reali bisogni umani: imparare a comunicare, a farsi delle domande sulla realtà e creare insieme un futuro sostenibile.

Le multi-miliardarie industrie della dieta, della cosmesi e della moda, creando un clima di paura e di bassa stima in se stessi sperano di rendere le donne dipendenti dalle loro soluzioni per migliorarle.

Ogni giorno vengono introdotti nuovi prodotti per correggere i difetti delle donne creando un ciclo di ossessioni, costruite per raggiungere uno standard di bellezza impossibile da raggiungere.

Questo mito artificiale della bellezza domina così i mass media e l'intero apparato di marketing tanto da far sembrare naturale il risultato di un sondaggio, che conclude che "solo il 2% delle donne si vede bella".

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