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Lucia Gallo

III F Esami di stato 2008

Liceo classico Socrate

L’illusione come rappresentazione

fittizia della realtà

L’illusione

come rappresentazione fittizia della

realtà

Introduzione

Tutto è un’illusione,

e un’illusione

è una piccola parte di niente

creata da noi

per trovare una scusa

all’incubo che si vive.

Anonimo

L’illusione è quella componente irrazionale della natura umana che si ostina a credere in quei valori o ideali che non trovano alcuna realizzazione nella vita quotidiana. Cercare di capire che cosa è la realtà quando ci si trova immersi nella totale illusione è praticamente impossibile.

Ho scelto il tema dell’illusione per dimostrare quanto spesso ciò che ci viene mostrato come reale si rivela essere una menzogna. Attraverso l’illusione e la promessa di qualcosa di migliore, ci facciamo ingannare dalle apparenze, dalle utopie, dimenticando quella che è la realtà e credendo alla rappresentazione fittizia che ci viene offerta di essa. Senza andare molto lontano nel tempo, ma rimanendo ai giorni nostri, si potrebbe far riferimento alla realtà virtuale, usata come una droga allucinogena, per “fare uscire di testa” le masse e soprattutto i giovani che sperimentano, come in ipnosi, realtà di violenza gratuita, che, insieme ai mass media, ci propina immagini di morte e catastrofi all’ora di pranzo, facendole ingoiare assieme al cibo quotidiano. In questo modo diventano parte del nostro alimento e vengono assimilate a livello inconscio.

Come se ciò non bastasse, stanno ora diffondendosi, all’interno di Internet, giochi di simulazione esistenziale che offrono la possibilità di costruirsi una vita virtuale ideale in cui desideri inappagati di fama e ricchezza possono, magicamente, essere soddisfatti. Ho visto gente trascorrere intere giornate dentro la simulazione virtuale dimenticandosi di vivere per davvero… follia reale! La simulazione virtuale dovrebbe servire per farci progettare un mondo migliore e aiutarci a non commettere errori di valutazione. Se imparassimo a utilizzarla come strumento di verifica ci fornirebbe il migliore servizio, senza “effetti collaterali”; invece, viene subdolamente usata per accrescere l’illusione collettiva e alimentare desideri consumistici o, addirittura, tendenze criminali.

Quello che possiamo fare, per non cadere nel tranello della virtualità, è focalizzare il nostro pensiero, individuale e collettivo, sul senso della vita e la percezione del presente. La vita è un continuo divenire che è colto solo quando fluiamo con esso centrati nel “qui ed ora”, ossia, nell’eterno presente. Questa è l’unica condizione che dissolve il velo e mostra la realtà per quello che veramente è: una potenzialità di eventi, pensieri e stati emotivi a cui possiamo dare espressione secondo la nostra consapevole scelta.

Ma se dimentichiamo per un attimo la realtà virtuale e pensiamo al concetto di verità, ci viene in mente una cosa: il fatto che ci venga proposta come vera una certa visione della realtà allo scopo di controllarci è qualcosa che succede da secoli, qualcosa che continua a succedere e che ha avuto gli esempi più evidenti proprio nel secolo appena trascorso. Pensiamo alla Chiesa del Seicento, quella che fece ritrattare Galileo a proposito delle sue tesi eliocentriche in favore di quelle etnocentriche, che, in quanto nominate nella Bibbia, erano le uniche ammesse dalla Chiesa. Confutarle avrebbe significato porre dei dubbi sulla creazione divina del mondo, e quindi sul potere di controllo dei fedeli da parte della Chiesa.

Nel XX secolo lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa ha avuto un ruolo fondamentale nell’ascesa dei regimi totalitari, perché permetteva ad essi di proporre alle masse esclusivamente la loro verità, che era così unica e inconfutabile. Ed è proprio di questo che si occupa il filosofo della scuola di Francoforte Herbert Marcuse, che sottolinea quanto la realtà sociale equivalga sempre e comunque ad una mistificazione.

Un altro filosofo che si occupa dell’illusione è Schopenhauer, il quale la definisce come ciò che nell’antica sapienza indiana è detto “velo di Maya”, ovvero il fenomeno, mentre il noumeno è una realtà che si nasconde dietro l’ingannevole trama del fenomeno e che il filosofo ha il compito di scoprire.

“È Maya, il velo ingannatore, che avvolge gli occhi dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché ella rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua, o anche rassomiglia alla corda gettata a terra che egli prende per un serpente”

da Il mondo come volontà e come rappresentazione di Schopenhauer.

Nella letteratura italiana è presente anch’essa la poetica pirandelliana, incentrata sulla critica delle illusioni, che sfocia nella consapevolezza della impossibilità di conoscere la realtà, e che qualsiasi rappresentazione del mondo si rivela inadeguata all’inattingibile verità della vita, percepita come un flusso continuo, caotico e inarrestabile.

Ma il tema dell’illusione, o meglio dell’utopia, era presente già ai tempi di Seneca e Tacito, che si illudono di aver trovato in Nerone le virtù di un grande sovrano illuminato, quando poi si rendono conto di essere stati vittime di un’illusione, dal momento in cui la figura di Nerone degenera in quella di tiranno.

Infine Teocrito, attraverso la poesia bucolica, creava al suo pubblico l’illusione di una vita perduta ma non obliata, cercando di dimenticare e di far dimenticare per un attimo le imponenti costruzioni alessandrine, unendo la realtà all’immaginazione, creando così l’illusione della realtà.

È nel teatro dell’assurdo, invece, che le illusioni lasciano il posto alla consapevolezza della totale impossibilità di ogni comunicazione e dell’assurdità della condizione umana, che si ritrovano in opere come Waiting for Godot di Samuel Beckett.

Illusione della propaganda totalitaria

In Europa le dittature del nostro secolo sono nate come una delle diverse risposte all’ingresso della masse nella storia. Un fatto caratteristico fu proprio che i movimenti totalitari europei reclutarono i loro membri da questa massa di gente manifestamente indifferente, che tutti gli altri partiti avevano lasciato da parte perché troppo apatica o troppo stupida. Ad esempio, nazismo e fascismo hanno cercato con tutti i mezzi di ottenere l’entusiastico appoggio delle masse. I mass media sono stati strumenti funzionali a questo obiettivo, così come le adunate “oceaniche”, i discorsi del “Duce” e del “Fuhrer”, eccetera. Ciò non avviene solo sul terreno politico, ma anche su quello del costume, delle abitudini di vita, dei valori morali. Le dittature mirano ad estendere il loro dominio dal terreno politico a quello privato, alla sfera intima e personale della persona, proponendosi come rivoluzionari capaci di incidere sulla natura stessa dell’uomo.

Alcuni regimi dittatoriali hanno avuto un largo consenso di massa perché hanno saputo utilizzare molto bene i mezzi di propaganda, e hanno incarnato alcuni ideali realmente presenti nel corpo sociale e nella cultura del momento.

Il fascismo

“Il Fascismo ebbe il mito dell’organizzazione e cercò di organizzare un mito nella realtà”

(E. Felice)

Il mito e l’organizzazione furono le categorie attraverso le quali i fascisti interpretarono i problemi della moderna società di massa. Il pensiero mitico diede l’impulso allo sviluppo dell’organizzazione totalitaria, facendo penetrare il mito nell’animo delle masse. Il nesso fra mito e organizzazione aveva radici in una concezione della politica delle masse sorta molto tempo prima del fascismo, con la svalutazione della ragione come suprema regolatrice dell’uomo e della storia, e la scoperta della potenza dell’irrazionale nei movimenti collettivi.

Mito e organizzazione erano già stati considerati da Le Bon e Sorel come gli strumenti fondamentali della politica di massa, per trasformarla in una ordinata ed efficace macchina politica. Perciò il regime totalitario fascista pretendeva di trasformare la società dal profondo, in nome di un’ideologia, attraverso l’uso combinato del terrore e della propaganda. Riuscì così a mobilitare i cittadini attraverso proprie organizzazioni e ad imporre la propria ideologia attraverso il monopolio dell’educazione e dei mezzi di comunicazione di massa.

Sapendo quanto fosse importante il consenso, il fascismo diede un’attenzione particolare al mondo della cultura e della scuola. Una volta consolidatosi, il regime si preoccupò di fascistizzare l’istruzione, attraverso la riforma Gentile, che accentuò la severità degli studi e sancì il primato delle discipline umanistiche su quelle tecniche; attraverso l’imposizione di testi unici per le elementari e un più stretto controllo sugli insegnanti, imponendo a tutti i docenti il giuramento di fedeltà al regime.

Impose inoltre un controllo sempre più soffocante alla stampa politica, attraverso svariate censure. Anche il cinema fu oggetto privilegiato delle attenzioni del regime, che limitò la penetrazione dei film americani, e cercò di bandire qualsiasi argomento politicamente scabroso, lasciando all’ente statale “Istituto Luce” la funzione propagandistica, proiettando immagini capaci di attirare l’attenzione popolare.

Al controllo sull’istruzione e sulla carta stampata, il regime univa quello sulle trasmissioni radiofoniche, affidate a un ente di Stato denominato Eiar. La radio però iniziò ad avere successo solo negli ultimi anni ’30, quando entrò stabilmente nelle case della classe media. Attraverso il nuovo mezzo giungevano non solo messaggi propagandistici, ma anche canzonette, servizi sportivi, tutti essenziali alla costruzione di una nuova cultura.

Tutto ciò si prestava bene agli scopi di un regime che affidava il suo successo alla forza dell’immagine e alla sua capacità di persuasione. L’Italia del ventennio fascista, infatti, aveva l’immagine di un paese fortemente fascistizzato. I ritratti di Mussolini esposti nelle scuole o innalzati per le strade; le copertine dei libri ornate con l’emblema del fascio littorio; i muri decorati da scritte guerriere; le grandi folle mobilitate in occasione delle ricorrenze fasciste; gli scolari che sfilavano in formazione militare, vestiti in camicia nera e armati di fucile.

Queste e altre immagini avevano il compito di mostrare quanto il paese fosse cambiato rispetto al periodo precedente. In realtà esse divulgavano solo l’immagine ufficiale della nazione, che in realtà restava notevolmente arretrata. L’Italia, infatti, continuò a muoversi e a svilupparsi secondo linee di tendenza comuni a tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale.

Anche se nel ’39 si accentuò l’urbanizzazione e il numero di lavoratori dell’industria era aumentato notevolmente, l’Italia era un paese ancora fortemente arretrato e il distacco dalle grandi potenze non si era ancora ridotto (la spesa per i consumi alimentari era tre volte inferiore a quella di un inglese o di un americano).

Questa arretratezza favorì le tendenze conservatrici e tradizionaliste del fascismo, che predicava il ritorno alla campagna. Le parole d’ordine fasciste erano appunto “ruralizzazione” e “sviluppo demografico”. Ispirandosi alla dottrina che identificava la potenza con la forza del numero, il regime cercò di incoraggiare l’incremento della popolazione, istituendo addirittura premi per le coppie più prolifiche, e ostacolò il lavoro delle donne, opponendosi al processo di emancipazione femminile.

Se da un lato voleva mantenere in vita strutture sociali e tradizioni del passato, dall’altro il regime era proiettato verso il futuro, verso la creazione dell’uomo nuovo, verso un sistema totalitario moderno, in cui l’intera popolazione fosse inquadrata nelle strutture del regime.

Non era facile però far giungere il messaggio fascista nei piccoli paesi sperduti, dove non c’erano scuole e non si sapeva cosa fossero la radio e il cinema. Per questo, i maggiori successi, in termini di consenso, il regime li ottenne presso la media e piccola borghesia, più sensibile ai valori esaltati del fascismo e più disposta a recepirne i messaggi.

Si può quindi concludere che il regime riuscì a cambiare i comportamenti pubblici e le forme di partecipazione collettiva, ma non a trasformare nel profondo schemi mentali e strutture sociali.

Il nazismo

A differenza del suo maestro e precursore Mussolini, Hitler riuscì nell’intento di assorbire ogni aspetto della vita del cittadino tedesco nei dettami della sua visione del mondo. Il nazismo, infatti, ebbe la capacità di proporre e imporre formule e miti capaci di toccare le corde profonde dell’anima popolare, ed ebbe l’abilità di servirsi a questo scopo di tutti gli strumenti disponibili nell’età delle comunicazioni di massa.

L’utopia che il nazismo proponeva ai tedeschi attraverso la stampa, i discorsi del Führer, i film di propaganda, era un’utopia reazionaria e rurale: un mondo popolato da uomini belli e sani, profondamente legati alla loro terra; una società patriarcale di contadini-guerrieri, libera dagli orrori delle metropoli moderne e dalle malattie della civiltà industriale.

Questo ideale contrastava in modo stridente con la prassi concreta del regime, sospinto dalla sua logica bellicista a favorire lo sviluppo della grande industria. Ma si innestava su una solida tradizione culturale, fondata sui miti della terra e del sangue, e rifletteva uno stato d’animo di istintivo rifiuto della civiltà moderna e di rimpianto per un passato preindustriale dipinto in forme idilliache.

Per diffondere un’utopia antimoderna il regime si serviva paradossalmente di mezzi moderni. Quello nazista fu il primo governo a istituire un ministero per la propaganda, affidato a Joseph Goebbels. Tutti i momenti più significativi della vita del regime furono scanditi da feste e cerimonie pubbliche, preparate con estrema cura, nelle quali il cittadino trovava momenti di socializzazione, sia pure fondata, che la vita nelle grandi città non offriva spontaneamente.

Ma la più efficace invenzione della propaganda nazista fu senza dubbio quella che riguardava una “cospirazione ebraica mondiale”. L’antisemitismo attecchì in un suolo fertile, dove già era consolidata l’opinione comune sul popolo ebraico che lo vedeva come simbolo della disonestà dell’intero sistema, a causa dell’ambiguo ruolo svolto dagli ebrei nella società europea in seguito alla loro emancipazione.

I nazisti ponevano il problema ebraico al centro della loro propaganda: l’antisemitismo non era più solo una questione di opinioni, ma una faccenda relativa ad ogni individuo. Ciò diede alle masse di individui “atomizzati” un mezzo di autoaffermazione, in grado di far loro riconquistare parte del prestigio perso con la caduta del sistema classista.

Il mito della razza occupò un posto centrale nella teoria e nella prassi del nazismo: la stessa idea dello Stato aveva, rispetto a quella della razza, una funzione del tutto secondaria. Il tratto demoniaco dell’esperienza nazista sta nell’avere inseguito questo mito con brutale coerenza.

Lo stalinismo

Anche Stalin, alla fine degli anni ’30, sorretto da un onnipotente apparato burocratico e poliziesco, finì con l’assumere in URSS un ruolo di capo carismatico non diverso da quello svolto nello stesso periodo dai dittatori di opposta sponda ideologica. Era l’autorità suprema, ma anche il depositario di un’autentica dottrina marxista e al tempo stesso il garante di una sua corretta applicazione.

Seppe presentarsi ai comunisti come una guida solida e abile, alla sinistra in generale come uno dei pochi leader che facesse qualcosa per combattere il fascismo, almeno prima del Patto Molotov-Ribbentrop. Con l’avvento del fascismo molti avevano infatti cominciato a pronosticare la morte della “democrazia borghese” e a ritenere che fascismo o comunismo sovietico fossero le sole vie possibili.

L’abilità manipolatoria della propaganda e l’impossibilità per molti militanti comunisti di visitare di persona l’URSS, diversamente dai dirigenti del partito, e rendersi conto della reale situazione del paese favorirono il dittatore.

Inoltre, la letteratura, il cinema, la musica e le arti figurative furono sottoposte a un regime di rigida censura e costrette a svolgere una funzione propagandistico-pedagogica entro i canoni del cosiddetto realismo socialista. La storia recente fu riscritta per esaltare il ruolo di Stalin e sminuire quello di Trotskij e degli altri oppositori.

Persino il settore delle scienze naturali fu messo sotto controllo e scienziati illustri furono perseguitati per aver sostenuto teorie giudicate non ortodosse. Lo stalinismo è inoltre inseparabile da quella traumatica esperienza che fu l’industrializzazione forzata.

Stalin non solo emarginò politicamente tutti i suoi rivali o potenziali, ma li sterminò fisicamente. E fece eliminare insieme a loro migliaia di quadri dirigenti del partito e un numero incalcolabile di semplici cittadini sospetti di deviazionismo.

Vittime principali erano stati i contadini, in particolar modo i kulaki, che furono eliminati non solo come classe, ma anche come persone fisiche.

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Sintesi

Tesina - Premio maturità  2008

Titolo: L'illusione

Autore: Lucia Gallo

Descrizione: l’illusione come rappresentazione fittizia della realta’ introduzione: tutto e' un'illusione, e un'illusione e' una piccola parte di niente creata da noi per trovare una scusa all'incubo che si vive.

Materie trattate: italiano, filosofia, storia, latino, greco, inglese

Area: umanistica

Sommario: LUCIA GALLO III F Esami di stato 2008 Liceo classico Socrate L'ILLUSIONE COME RAPPRESENTAZIONE FITTIZIA DELLA REALTÁ L'ILLUSIONE COME RAPPRESENTAZIONE FITTIZIA DELLA REALTA' Introduzione: Tutto e' un'illusione, e un'illusione e' una piccola parte di niente

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