Istituto Paritario Santa Lucia Filippini
V Liceo Socio-psico-pedagogico
Esame di Stato:
Il Panta Rei: come continuo fluire, modernità, progresso, evoluzione e lotta per la vita
Alunna: Armocida Benedetta
Anno scolastico 2007/2008
Il Panta Rei: come continuo fluire, modernità, progresso, evoluzione e lotta per la vita
Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell'impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va. (Eraclito)
Il Panta Rei eracliteo è forse la metafora che più di ogni altra riesce ad esprimere il senso dell’essenza, genealogia umana.
dell’esistenza, delle finalità e dell’intera
L’uomo è in continuo fluire, in perenne mutamento e in un incessante movimento.
La sua inconscia volontà di progredire verso forme presumibilmente migliori lo portano a voler superare i suoi limiti, le sue capacità, il suo essere, venendo a sconfinare spesso in errori e mostruosità, generando altre volte eccellenti modernità.
Il concetto di modernità e progresso sono strettamente connessi al panta rei umano, perché l’individuo elaborando un lavoro di evoluzione su se stesso, tende a plasmare anche il mondo circostante, nel quale vive, si nutre, si riproduce, ama e soprattutto lotta.
L’evoluzione biologica umana, di stampo darwiniano, si fonda proprio su questa interminabile lotta per la sopravvivenza, nella quale soltanto il più forte riesce a uscirne illeso e capace e volenteroso di andare avanti, per evitare che qualcuno di più forte lo sovrasti; ma allora la continua volontà di progredire è solo un rifugio alla paura di passare alla condizione di vinto?
È importante intanto stabilire cosa si intende con il termine vinto e vincitore.
Nello sviluppo umano infatti la vittoria è da considerarsi uno status momentaneo perché inesorabilmente il momentaneo vincitore è esposto alla possibilità di essere vinto a sua volta.
Colui che consideriamo vincitore è l’individuo che nella “fiumana del progresso” riesce a prevalere sugli altri e a lottare verghianamente immerso.
Ma il sano lottatore è anche colui che Svevo definisce già perfettamente compiuto in tutte le sue parti, e incapace di evolversi ulteriormente arrestato nel suo sviluppo e cristallizzato nella sua forma definita.
Sarà piuttosto l’inetto sveviano ad assumere una condizione di “abbozzo”, un essere in divenire, che può ancora evolversi verso altre forme proprio grazie alla sua “mancanza assoluta di uno sviluppo marcato in qualsivoglia senso”.
È forse questa la ragione del fatto che nello sviluppo e nella diffusione delle teorie darwiniane furono molteplici le interpretazioni assegnategli, spesso anche molto dissimili dalla teoria evoluzionista di partenza.
Introducendo la tesina che ho sviluppato vorrei precisare il perché di questa mia scelta; molti si potrebbero domandare il motivo dell’accostamento del concetto di lotta per la vita con il panta rei e il continuo fluire umano, ma la risposta è facilmente comprensibile;
l’uomo in tutte le epoche storiche si è trovato a lottare per sopravvivere, questa perpetua lotta ha portato ad un adattamento e questo di conseguenza ha fatto evolvere l’uomo.
L’essere uomo se non migliorasse sarebbe “abbarbicato” in una stessa condizione, e questo significherebbe nelle migliori delle ipotesi immobilismo e staticità.
L’individuo con l’evoluzione progredisce, anche se non sempre in positivo, e il progresso porta naturalmente alla modernità.
Ed è su questo concetto che la mia tesina vuole chiudere il cerchio.
In questo mio componimento vorrei soffermarmi sull’analisi di come le teorie evoluzioniste hanno influenzato il panorama culturale tra ‘800 e ‘900 e come l’uomo tra questi ultimi due secoli hanno perpetuato la loro condizione di panta rei.
Filosofia
Nella mia analisi delle filosofie che, nel corso del tempo, si sono soffermate ad esaminare la natura dell’uomo, sono giunta alla conclusione che l’essenza umana consiste nel “divenire”, quello che il filosofo pre-socratico Eraclito chiamava Panta Rei.
Il continuo fluire Eracliteo si basava sul fatto che ogni cosa è soggetta al tempo e alla trasformazione.
Anche ciò che sembra statico alla percezione temporale, in verità è dinamico e in continuo cambiamento.
Eraclito con il termine Panta Rei, tutto scorre, enuncia che ogni cosa è in perenne movimento e che la staticità è morte.
In questa concezione, infatti il divenire è la condizione necessaria dell’Essere, della vita stessa.
Tipico a tal proposito è l’esempio del fiume: Eraclito afferma che è impossibile bagnarsi due volte nello stesso fiume, perché dopo la prima volta, sia il fiume nel suo perenne scorrere, sia l’uomo, nel suo perenne divenire, non sono più gli stessi.
L’armonia delle cose, per Eraclito, sta proprio nel suo perenne mutamento e nel suo continuo contrasto tra gli opposti.
Questo concetto è definito polemos (guerra), il quale permette l’esistenza di tutte le cose.
Queste concezioni Eraclitee oltre ad indicare un vitalismo esistenziale, che diviene pura essenza umana, le vorrei interpretare in termini più scientifici come una grande anticipazione delle teorie evoluzionistiche che si vengono a sviluppare solo agli inizi dell’Ottocento.
Eraclito infatti può essere considerato un grande precursore di concetti che pongono a fondamento del mondo animale e vegetale l’evoluzione, come un lungo periodo di miglioramento, crescita, perfezionamento e adattamento.
I primi studi sull’evoluzione furono introdotti nei primi decenni dell’800 dallo zoologo francese Lamarck, sostenitore di un modello evolutivo basato sull’influenza degli stimoli dell’ambiente esterno.
Lamarck riteneva che i caratteri acquisiti da un individuo si trasmettessero per eredità alle generazioni successive, purché tali cambiamenti fossero comuni ai due sessi.
Egli aveva formulato, dunque, una chiara teoria evoluzionista, che venne però confutata dallo scienziato che a seguito di osservazioni e verifiche scientifiche è divenuto il padre dell’evoluzionismo, Charles Darwin.
Darwin e il “credo” laico nell’evoluzione e nel progresso
Charles Darwin nella sua opera più importante “L’origine delle specie” non solo enuncia capisaldi della biologia evoluzionista, ma ha disegnato una nuova concezione dell’uomo e della natura, che è perfettamente ricollegabile al concetto di Panta Rei Eracliteo.
La celebre teoria biologica darwiniana consta di due concezioni fondamentali:
- La teoria dell’evoluzione biologica, in base alla quale Darwin afferma che tutte le piante e gli animali viventi discendono da forme precedenti, dotate di caratteristiche più primitive;
- La teoria della selezione naturale, secondo la quale tale evoluzione è dovuta al meccanismo della lotta per la sopravvivenza, grazie al quale chi è meglio adatto all’ambiente continuerà a vivere e riprodursi.
Con queste teorie Darwin mutò profondamente la millenaria immagine fissista dell’uomo e del mondo mettendo in dubbio il concetto dell’immutabilità della specie.
Lo scienziato infatti dalle sue osservazioni scoprì che vi era una relazione dinamica tra l’ambiente e l’organismo, cioè i mutamenti dell’ambiente fisico erano all’origine del processo di modificazione delle specie animali, le quali erano costrette a trasformarsi per adattarsi al nuovo ambiente.
Queste nuove idee darwiniane urtavano contro un’antichissima tradizione che riteneva le specie animali e vegetali fisse e immutabili: Dio aveva creato con un atto singolo ogni singola specie vivente, e queste si erano conservate nel tempo immutate.
Tale concezione concordava anche con le filosofie platoniche e aristoteliche e venne a concretizzarsi nella “teoria tipologica”, basata sulla convinzione che ogni specie animale corrispondesse a un determinato tipo fisso e immutabile.
Come è ben comprensibile la teoria darwiniana ebbe delle iniziali influenze che indussero lo scienziato a condurre i propri studi come ad esempio la teoria dell’evoluzionismo geologico avanzata da Lyell e la lotta per la sopravvivenza di Malthus.
Lo scienziato inglese Lyell sosteneva che la superficie terrestre subiva un processo lento e costante di innalzamenti e abbassamenti e che, dunque, l’attuale configurazione della terra fosse il risultato di un’evoluzione lunghissima.
Lyell aveva capito che piccoli, ma costanti e graduali mutamenti, potevano indurre grandi trasformazioni nell’ambiente naturale.
Seguendo queste concezioni Darwin pensò che un’analoga spiegazione potesse essere fornita anche per l’evoluzione animale, assumendo la prospettiva temporale lunga.
Per quanto riguarda invece l’influenza malthusiana Darwin rimase colpito dal concetto di lotta per la sopravvivenza.
Malthus sosteneva infatti che la capacità di procreazione dell’uomo è così grande da causare una sproporzione tra l’aumento della popolazione e la produzione di cibo; ciò significa che riuscirà a sopravvivere soltanto chi è più forte, ossia si adatta meglio all’ambiente.
Darwin coglie ancora una volta un’analogia tra questa condizione sociale e la biologia, tanto che estende al suo campo le suggestioni malthusiane.
Mettendo in luce il fatto che i posti disponibili alla “mensa della natura” erano pochi e causavano un’aspra concorrenza ai membri della stessa specie, Darwin notò che la lotta per la sopravvivenza non doveva essere interpretata prevalentemente come guerra contro un avversario diretto, ma soprattutto come un successo e un insuccesso produttivo.
La vittoria non consiste nella sconfitta diretta del nemico, ma nella capacità di un organismo di adattarsi alle circostanze ambientali.
Chi sopravvive riesce a trasmettere ai discendenti le proprie caratteristiche le quali, se tutto va bene, in questa “lotteria dell’esistenza” avranno nel lungo periodo il sopravvento e il predominio numerico nella popolazione.
La conclusione è che nell’apparente disordine della vita c’è il segreto della ricchezza e della varietà delle specie.
Dal darwinismo discende anche una visone dell’uomo, interpretato secondo le leggi del metodo naturalistico.
Infatti, Darwin ne L’origine dell’uomo e la selezione sessuale, un’opera pubblicata nel 1871, mette in evidenza le somiglianze tra gli uomini e gli animali, sostenendo la derivazione dell’uomo e delle scimmie antropoidi da un antenato comune.
Per quanto riguarda le facoltà intellettuali morali, Darwin sostiene che tra gli uomini e gli animali esse sono differenti solo per grado, non per qualità, e che anch’esse si sono sviluppate per selezione.
In particolare, gli istinti sociali, negli uomini come negli altri animali sociali, sono frutto della selezione naturale.
Darwin non usa mai nell’Origine delle specie il termine “evoluzione” e soltanto nelle ultime righe scrive che la vita “si è evoluta e si evolve”.
Il termine però esisteva ed era stato coniato dal filosofo inglese Herbert Spencer, che lo introdusse per la prima volta nel lessico filosofico nel 1857 in un articolo sul progresso.
A differenza di Darwin, che si limitò all’evoluzionismo biologico, con scarsi e contraddittori cenni all’evoluzionismo sociale, Spencer sostiene che l’evoluzione è la legge universale della realtà, riguarda, infatti, non solo la biologia ma anche la geologia, la psicologia, le società, la politica e la cultura.
L’elemento comune nella storia di tutti i processi concreti è la legge sull’evoluzione, che garantisce uno sviluppo della realtà verso le sue condizioni migliori.
Applicata all’uomo, questa legge assicura che l’evoluzione umana non potrà terminare che con la più completa felicità.
Il modello che è alla base della sua concezione è l’evoluzionismo biologico di Darwin che, come precedentemente detto, nell’Ottocento acquistò il ruolo centrale di scienza-guida nell’interpretazione del mondo.
Spencer, l’evoluzionismo filosofico e il fondamento cosmico della teoria di progresso
Spencer, universalizzando il sistema di tipo biologico, pensa di aver trovato proprio in esso il modello di interpretazione di tutti i fenomeni.
Egli ritiene, infatti, che la biologia possa ora prendere il posto che era stato della fisica e della matematica e rappresentare la chiave di volta per capire i problemi di ordine psicologico, morale e sociale.
Così tutte le scienze trovano il loro fondamento nella biologia.
Ad esempio, la coscienza, che è oggetto di studio della psicologia, per Spencer non è altro che uno stadio dell’adattamento dell’uomo all’ambiente.
La società è un grande organismo, in cui le funzioni vitali sono espletate dalle famiglie.
La morale è il modo più conveniente che l’uomo ha di sopravvivere, adattandosi all’ambiente malato in cui è venuto a trovarsi.
Applicando questi concetti alla società e alla politica, Spencer elabora un sistema di pensiero conservatore, che si discosta da quello riformatore e progressista degli altri esponenti del positivismo.
Spencer sostiene, infatti, che la storia non è fatta dagli uomini, ma dalla biologia, che destina ciascuno a occupare determinati posti nella società.
I posti sono assegnati a ognuno di noi dalla natura già alla nascita, con le inevitabili disuguaglianze e gli immancabili antagonismi.
Le implicazioni sul piano socio-politico di questa teoria che è stata definita social-darwinismo sono molto gravi: la realtà non può essere cambiata dai singoli ed è inutile e sbagliato perdere tempo a cercare di modificarla.
I singoli devono accontentarsi di quello che hanno, perché dall’apparente disordine non potrà discendere altro che il meglio per l’intero sistema della società.
Come abbiamo visto, per Spencer la filosofia è “la conoscenza al più alto grado di generalità”, è cioè la scienza più ampia, che raccoglie, in una visione unitaria, l’insieme dei principi elaborati dai diversi rami della ricerca.
Al livello più astratto questi principi si condensano essenzialmente nella legge generale dell’evoluzione: un processo universale che regola tutta la realtà, dai primi mutamenti dell’universo fino a quelli che avvengono nella società.
Questa legge fornisce, fra l’altro, un fondamento cosmico alla teoria del progresso, in quanto fenomeno e processo costitutivo dell’universo.
Il modello spenceriano ha un evidente carattere metafisico, in quanto non si collega a specifiche indagini sperimentali, ma estende il campo di applicazione dell’evoluzione ben al di là del contesto all’interno del quale questa teoria può essere convalidata e invalidata.
Principio fondamentale della concezione spenceriana è quello della redistribuzione continua della materia e del movimento: “l’evoluzione è una integrazione di materia e una concomitante dissipazione di movimento, durante la quale la materia passa da un’omogeneità indefinita e incoerente a una eterogeneità definita e coerente, e durante la quale il movimento conservato subisce una trasformazione parallela”.
La realtà cosmica si caratterizza come un alternarsi di fasi di evoluzione e dissoluzione.
Il modello evolutivo viene applicato da Spencer in diversi campi disciplinari.
Nell’ambito della biologia, egli descrive gli esseri viventi in termini di adattamento, cioè di reazione di un organismo alle sollecitazioni dell’ambiente.
Spencer riprende così le tesi di Lamarck secondo cui la funzione crea l’organo e attribuisce un ruolo secondario alla selezione naturale, escludendo inoltre l’altro principio darwiniano della casualità delle variazioni organiche.
Anche la psicologia, da lui riconosciuta come scienza, viene ad essere profondamente influenzata dalla teoria dell’evoluzione, con spunti interessanti.
La vita della coscienza, secondo Spencer, è in gran parte determinata dall’ambiente e strettamente collegata alle funzioni materiali dell’organismo.
Si pone così in evidenza la continuità tra atti psichici e attività fisiologiche, tra ragione e istinto, negando l’esistenza di distinte “facoltà” dell’anima.
La vita psichica è comunque legata all’introspezione, cioè alla capacità dell’uomo di avvertire se stesso, distinguendo il soggetto dall’oggetto: grazie a questa funzione è possibile unificare la molteplicità delle percezioni.
Il divenire del sapere filosofico hegeliano nella sua articolazione triadica
In questa seconda sezione della parte filosofica vorrei invece soffermarmi sul concetto di Panta Rei nel pensiero hegeliano, espressione di un idealismo dialettico caratterizzato da un processo triadico che consta di una tesi, una antitesi e una sintesi finale.
L’hegelismo si configura come una forma di monismo panteistico, cioè come una teoria che vede nel mondo la manifestazione o realizzazione di Dio.
Per Hegel l’Assoluto si identifica con un Soggetto spirituale in divenire che si manifesta attraverso momenti, epoche e tappe di realizzazione.
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Tesina - Premio maturità 2008
Titolo: Il panta rei: come continuo fluire, modernità, etc
Autore: Benedetta Armocida
Descrizione: la mia tesina è un'analisi sull'essenza umana caratterizzata dalla volontà di progredire verso condizioni migliori. Il concetto eracliteo del panta rei è stato inoltre osservato come l'idea che ha porta nell'800 e '900 al perpetuarsi di teor
Materie trattate:
- Italiano
- Latino
- Arte
- Pedagogia
- Biologia
- Diritto
- Filosofia
- Storia
- Metodologia
- Inglese
Area: umanistica
Sommario
Il Panta Rei: come continuo fluire, modernità, progresso, evoluzione e lotta per la vita.
Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell'impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va. (Eraclito)
Il Panta Rei Eracliteo è forse la metafora che più di ogni altra riesce ad esprimere il senso dell'essenza, dell'esistenza, delle finalità e dell'intera genealogia umana.
L'uomo è in continuo fluire, in perenne mutamento e in un incessante movimento.
La sua inconscia volontà di progredire verso forme presumibilmente migliori lo portano a voler superare i suoi limiti, le sue capacità, il suo essere, venendo a sconfinare spesso in errori e mostruosità, generando altre volte eccellenti modernità.
Il concetto di modernità e progresso sono strettamente connessi al panta rei umano, perché l'individuo elaborando un lavoro di evoluzione su se stesso, tende a plasmare anche il mondo circostante, nel quale vive, si nutre, si riproduce, ama e soprattutto lotta.
L'evoluzione biologica umana, di stampo Darwiniano, si fonda proprio su questa interminabile lotta per la sopravvivenza, nella quale soltanto il più forte riesce a uscirne illeso e capace e volenteroso di andare avanti, per evitare che qualcuno di più forte lo sovrasti; ma allora la continua volontà di progredire è solo un rifugio alla paura di passare alla condizione di vinto?
È importante intanto stabilire cosa si intende con il termine vinto e vincitore.
Nello sviluppo umano infatti la vittoria è da considerarsi uno status momentaneo perché inesorabilmente il momentaneo vincitore è esposto alla possibilità di essere vinto a sua volta.
Colui che consideriamo vincitore è l'individuo che riesce a prevalere sugli altri e a lottare verghianamente immerso nella "fiumana del progresso".
Ma il sano lottatore è anche colui che Svevo definisce già perfettamente compiuto in tutte le sue parti, e incapace di evolversi ulteriormente arrestato nel suo sviluppo e cristallizzato nella sua forma definita.
Sarà piuttosto l'inetto sveviano ad assumere una condizione di "abbozzo", un essere in divenire, che può ancora evolversi verso altre forme proprio grazie alla sua "mancanza assoluta di uno sviluppo marcato in qualsivoglia senso".
È forse questa la ragione del fatto che nello sviluppo e nella diffusione delle teorie darwiniane furono molteplici le interpretazioni assegnategli, spesso anche molto dissimili dalla teoria evoluzionista di partenza.
Introducendo la tesina che ho sviluppato vorrei precisare il perché di questa mia scelta; molti si potrebbero domandare il motivo dell'accostamento del concetto di lotta per la vita con il panta rei e il continuo fluire umano, ma la risposta è facilmente comprensibile; l'uomo in tutte le epoche storiche si è trovato a lottare per sopravvivere, questa perpetua lotta ha portato ad un adattamento e questo di conseguenza ha fatto evolvere l'uomo.