Estratto del documento

“È tutt'altro

che facile

determinare

se la natura

si è

dimostrata

per l'uomo 1

una tenera

madre o una

spietata

matrigna.”

Plinio il

Vecchio

Clara Russo

III A, “G. La Farina”

a.s. 2008/2009

I

ndice

Italiano

Giacomo Leopardi………………….

………………………………………………………………………………..4

Latino

Tito Lucrezio Caro

…………………………………………………………………………………………..

…….. 9

Filosofia

Friedrich Wilhelm Joseph

Schelling…………………………………………………………………………14

Greco

Teocrito………………………………………………………………….

………………………………………………19 2

Storia

Seconda guerra mondiale……..

……………………………………………………………………….………24

L’atomica su Hiroshima e Nagasaki……………………………..

……………….……………………….26

Scienze

I fenomeni naturali :

Vulcanismo…………………………………………………..

……………………….31

Terremoti………………………………………………………………………………

……………………………... 35

Nell’arte e nella letteratura, la natura si presenta in tanti modi suggestivi;

ogni volta con un volto diverso, diversi colori, diverse sfumature.

Fin dalle origini, l’uomo si è interrogato sul rapporto che intercorre tra sé e

la natura. La natura è indispensabile per l’uomo, poiché è la sua generatrice

ma, allo stesso tempo, lo abbandona e lo fa soffrire. L’interrogativo a cui

l’uomo non sa rispondere è capire se la Natura deve essere considerata

madre o matrigna.

Nella prima fase il pensiero leopardiano lo stato primitivo è sì favorevole

all’umanità, ma solo in virtù del fatto che in esso agiscono meccanismi

irrazionali messi in atto da una natura benevola per celare, tramite le

illusioni, l’infelicità a cui l’uomo è condannato.

Di fondamentale importanza nel pensiero lucreziano è la riflessione sul

duplice volto della natura, riflessione che avverte inevitabilmente la filosofia

epicurea. Da qui la concezione della struttura atomica dell’uomo e della

natura stessa, che disgregandosi, si annullano e, a loro volta, danno vita a

un ciclo vitale continuo e indeterminato; infatti è proprio nei primi due libri

del De rerum natura che Lucrezio propone una descrizione fisica del mondo,

preliminare alle altre considerazioni sull’uomo e sulla sua vita, la materia e il

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vuoto si inseriscono qui in un vasto spazio cosmico in cui si avvicendano i

movimenti e le combinazioni degli atomi. Nei libri III e IV la dottrina fisica

viene estesa ai fenomeni del mondo umano, concentrando l’attenzione

anche sulla dissoluzione che attende l’anima. . I libri V e VI hanno per

oggetto la cosmologia. Il libro V dimostra la storia dell’umanità dallo stato

di natura fino alla civiltà contemporanea; l’ultimo libro è invece dedicato alla

spiegazione razionale di vari fenomeni fisici, come i fulmini, i terremoti, le

epidemie. Nel VI del De rerum natura Lucrezio prende in esame i fenomeni

naturali più rilevanti, quali, le eruzioni vulcaniche, i terremoti, i venti, i

maremoti, i fulmini, le inondazioni. L’intento che Lucrezio persegue in questo

epilogo è di ribadire l’estraneità degli dèi ai fenomeni che l’uomo sente

come provocati dalla loro volontà. Le conoscenze e gli strumenti dell’epoca,

ovviamente, erano molto inferiori rispetto a quelli attuali ma ciò che

accomuna il tempo in cui visse Lucrezio e la modernità è il medesimo

desiderio di spiegare razionalmente e scientificamente i fenomeni naturali.

La Natura è stata concepita “filosoficamente” da pensatori come Schelling, il

quale la avverte non semplicemente come mera presenza esteriore, ma

come profonda connessione tra anima e spirito, tra Assoluto e finitudine,

assegnandole infatti la definizione di “preistoria dello spirito”, in quanto

essa mostra che l'uomo è il punto in cui la natura giunge alla forma che

consente la sua propria intelligibilità. L'uomo è un prodotto della natura e

non viceversa.

Fin dall’antichità Teocrito viene considerato l’iniziatore della poesia

bucolica, ossia quel genere letterario i cui personaggi provengono dai campi

e che ha come argomento la vita agreste. La natura è quella assolata del

meriggio, popolata da animali, pecore; gli animali si specchiano nelle acque

appena increspate del mare. Di essi sono esaminati i comportamenti che

sono spesso in sintonia con i sentimenti dell’uomo. Teocrito così descrive un

paesaggio in cui forte è la presenza dell’asykia nel pieno rigoglio delle messi

e dei raccolti. Talvolta è l’uomo che si accanisce contro la natura, nella

seconda guerra mondiale l’uomo ha creato la bomba atomica. Con

l’emissione di quest’ultima rischiò non solo di cancellare tutti i valori e gli

ideali che hanno caratterizzato la

nostra civiltà, ma l’esistenza stessa

della razza umana, distruggendo

anche quello che era il paesaggio di

due città importanti come Hiroshima

e Nagasaki.

L

a lunga riflessione di Leopardi sulla

Natura si apre nel 1818.

Egli fa una distinzione fra poesia di

immaginazione e poesia di sentimento.

Poesia di “immaginazione” che nasce dal

rapporto diretto e armonioso dell’ uomo

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con la Natura, senza alcuna mediazione della ragione, la quale turberebbe la felice

sintonia creatasi (età della fantasia in cui l’uomo elabora miti e leggende). Nella

poesia di immaginazione l’uomo osserva la natura e ne riproduce la grandiosità del

respiro aurorale o sublime senza interferenza di riflessione.

La poesia di “sentimento”, invece, è propria dell’uomo moderno, il quale, a causa del

molto raziocinio, facendo parte dell’età della “ragione vichiana”, non può instaurare un

diretto rapporto con la natura, ma può cogliere, recuperare il rapporto con la natura

attraverso il sentimento del vago, dell’istinto, dell’infinito: attraverso la percezione di

elementi che sollecitano questo sentire l’uomo elabora una propria riflessione sul

rapporto che vi è tra se stesso e la natura, sé e l’infinito, sé e Dio, fra sé e il mistero

che lo circonda.

Leopardi perviene alla convinzione che l’umanità ai suoi albori fosse in qualche modo

felice: i popoli antichi vivevano a stretto contatto con la natura, una natura vista come

una madre benigna e provvidenziale che li aveva dotati di quella capacità di sognare e

di immaginare che è propria dell’innocenza dell’età infantile; è conscia dell’infelicità

dell’uomo e pertanto ha offerto un rimedio a quest’ultimo: l’immaginazione e

l’illusione. Le illusioni li spingevano a gesti eroici, che conferivano una grande forza sia

fisica sia morale e rendevano la loro vita più attiva e perciò ignara della noia e

dell’infelicità.

Nella prima fase il pensiero leopardiano lo stato primitivo è sì favorevole all’umanità,

ma solo in virtù del fatto che in esso agiscono meccanismi irrazionali messi in atto da

una natura benevola per celare, tramite le illusioni, l’infelicità a cui l’uomo è

condannato. Gli antichi, nutriti di generose illusioni, erano capaci di azioni eroiche e

magnanime; erano anche più forti fisicamente, e questo favoriva la forza morale; la

loro vita era più attiva e intensa, e ciò contribuiva a far dimenticare il nulla e il vuoto

dell’esistenza. Il progresso della civiltà e della ragione, spegnendo le illusioni, ha

spento ogni slancio magnanimo, ha reso i moderni incapaci di azioni eroiche, ha

generato viltà, meschinità, corruzione dei costumi. La colpa dell’infelicità presente è

dunque attribuita all’uomo stesso, che si è allontanato dalla via tracciata dalla natura

benigna. Questa fase del pensiero leopardiano è stata designata con la formula del

pessimismo storico: nel senso che la condizione negativa del presente viene vista

come effetto di un processo storico, di una decadenza e di un allontanamento

progressivo da una condizione originaria di una felicità.

Nell’”infinito” la natura è eterna, serena ed impassibile di fronte al pianto e alla

rassegnata malinconia dei mortali. Il luogo della riflessione del poeta è il monte Tabor

di Recanati ma nella lirica appare lontano dalla realtà, ci troviamo nel mondo della

fantasia, il luogo appartato ci suggerisce, però, la solitudine del poeta ed il suo

isolamento.

La siepe rappresenta l’impedimento, la forza che pone dei limiti invalicabili alla

conoscenza dell’uomo, ma è gradita perché gli desta per contrasto, l’immagine

dell’infinito spaziale e temporale, gli permette di spaziare con la fantasia. Si costruisce

col pensiero spazi interminabili, che si estendono al di là dalla siepe e li riempie di un

silenzio infinitamente superiore ad ogni umano silenzio.

La fantasia ha dato libero spazio al sentimento che ha potuto creare una pace divina,

distacco dall’agitato ed irrequieto mondo umano. L’animo del Leopardi dell’essere

finito, supera i limiti sella sua individualità e si sperde, smarrito, in quell’infinita

vastità, che cancella ogni traccia della propria piccolezza. Il vento che passa fra le

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foglie e le fa stormire rappresenta un lieve sussurro se paragonato all’immaginato

sovrumano silenzio. La poesia è un'illusione indispensabile per quest'uomo dolente.

Nel corso dell’evoluzione della civiltà, tuttavia, la ragione, sovrapponendosi alla

natura, andò via via cancellando quelle dolci illusioni, fonte di felicità, svelando una

grigia, prosaica realtà. Causa della decadenza è, quindi, la ragione, "nemica della

natura", corruttrice dei costumi, madre della civiltà e della società con tutti i loro

egoismi, distruttrice del rimpianto mondo eroico. Leopardi si rende conto che la natura

mira alla conservazione della specie, piuttosto che al bene dei singoli individui. E’ la

natura che ha messo nell’uomo quel desiderio di felicità infinita, senza dargli i mezzi

per soddisfarlo. Ben presto arriva alla soluzione delle contraddizioni rovesciando la sua

concezione della natura. Leopardi concepisce la natura non più come madre amorosa,

ma come meccanismo cieco, indifferente alla sorte delle creature. La colpa

dell’infelicità non è più dell’uomo stesso, ma solo della natura. L’uomo non è che

vittima innocente della sua crudeltà.

Sogno è ritrovare la "favilla antica", cioè la vivacità dell’immaginazione, la forza delle

illusioni, la vitalità di ieri contro la delusione dell’oggi.

Superato il momento dell’esaltazione della Natura quale madre benevola, giunge alla

Natura matrigna,

concezione opposta della che nega all’uomo ogni possibile felicità,

coinvolgendolo nel suo moto inesorabile e incomprensibile di trasformazione della

materia.

La Ragione, rifiutando poco per volta le “consolazioni” dei miti e della religione e

rivelando la nullità di ogni cosa, conduce il poeta verso una lucida e disincantata

disperazione. È questo il periodo più “lucreziano” di Leopardi, quello della più risoluta

negazione dell’antropocentrismo e del finalismo. La persuasione dell’infelicità radicale

di tutti gli esseri viventi fa apparire inutile e vano ogni sforzo volto a migliorare la sorte

degli uomini.

Nell’operetta morale “Dialogo della Natura e di un Islandese” : la natura è

nemica, crudele, e indifferente, il dolore la distruzione, la morte, sono elementi

essenziali del suo stesso ordine. Il mondo è un ciclo eterno, di produzione e

distruzione, il quale è indispensabile alla conservazione del mondo.

Ogni tentativo di agonismo è votato a disfatta: la Natura è invincibile ed è indifferente

alla felicità o meno dell’uomo. L’universo è dominato dall’irrazionalismo e dal caso:

non c’è una ragione, un senso; non c’è un fine, una creazione, un orientamento; tutto

è abbandonato al caso. Del tutto inutile è la ricerca di un significato: la Natura non dà

risposte. L’estrema domanda dell’Islandese:

"Dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta

vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le

cose che lo compongono?",

rimarrà senza risposta.

Grandi idilli (1828-1830)

Nei "grandi idilli” si esprime l’angoscia esistenziale dell’uomo, la dolorosa

consapevolezza del misero stato a cui è condannato il genere umano, e insieme il

rancore contro i subdoli trucchi di una natura che ha gioco facile nell’ingannare gli

esseri indifesi mediante le illusioni. Nei grandi idilli si esprime, però, anche la profonda

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pietà verso gli uomini e le loro illusorie speranze, legate soprattutto alla aspettativa

del futuro; tali illusioni sostanziano il sentimento della "rimembranza", cioè il ricordo

idealizzato del passato, ma nella realtà sono destinate a soccombere di fronte alla

semplice verità del dolore che la vita porta con sé.

La quiete dopo la tempesta (

Ne 1829): Il tratto dominante è il sollievo alla fine di

una tempesta, quando tutta la natura, gli animali, gli uomini sono animati da una

rinnovata letizia. Il piacere della vita si riferisce agli elementi della natura stessa,

Sabato del villaggio

mentre nel il piacere della vita si riferisce alla società e alle

tradizioni sociali: come non c'è tregua al dolore nella natura, così non c'è piacere nella

società, perché la natura arriva presto a stroncare ogni forma di piacere e di illusione.

La quiete dopo la tempesta

Ma una grande differenza c'è tra i due finali: il finale de è

Sabato del villaggio

drammatico e pessimistico, mentre il finale del è dolce e solo

lievemente malinconico, con un invito a godere dei possibili piaceri della fanciullezza,

prima che arrivi la giovinezza che darà dolori e a cui seguirà la terribile vecchiaia.

A Silvia (idillio, 1828);

La Natura tradisce, è matrigna, non mantiene le promesse, inganna,

spegne le illusioni: O natura, o natura,

Perché non rendi poi

Quel che prometti allor?

perché di tanto

Inganni i figli tuoi?

In “Silvia” si riflette la sorte universale dell'uomo sottoposto al duro inganno della

Natura, che prima illude i suoi figli con le promesse vaghe dell'avvenire, poi li

vero.

condanna all'infelicità con l'apparire del

Piccoli idilli (1819-1821)

Zibaldone

Nello Leopardi mise a confronto l'innocente e felice stato di natura con la

condizione attuale dell'uomo, corrotta dal razionalismo della civiltà moderna, radice

dell'infelicità dell'uomo. Nella sua condanna della Natura il Leopardi rifiuta qualsiasi

provvidenzialismo, qualsiasi consolazione religiosa, qualsiasi soluzione irrazionale; al

contrario, rivaluta pienamente la ragione: è la ragione che disinganna e guida l’uomo

alla vera sapienza, che consiste nel prendere coscienza della propria inutilità; è la

ragione che riporta sulla terra dal cielo della metafisica l’uomo e lo pone davanti all’

arido vero; è la ragione, infine, che scopre che tutta l’umanità è accomunata da un

unico e identico destino.

È in questo periodo che trova sfogo una delle vene liriche più autentiche della poesia

L'infinito, La sera

leopardiana, quella meditativa e malinconica. Nascono i piccoli idilli:

del dì di festa, Alla luna, Il sogno, La vita solitaria (1819-1821). 7

La sera del dì di festa (idillio, 1820);

… io questo ciel, che sì benigno

Appare in vista, a salutar

m’affaccio,

E l’antica natura onnipossente,

Che mi fece all’affanno. A te la

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