Freddie Mercury
Tesina di Elena Vari
V°D a.s 2013/2014
Arte della Grafica Pubblicitaria e della Fotografia
Quello che vedete sul palco è molto lontano dal mio modo di essere.
<< Sono una persona diversa ovviamente.
Diciamo che ho creato un alter ego, una sorta di “mostro”.
Ho costruito un’altra parte di me.
Chi deve intrattenere il pubblico deve comportarsi di conseguenza.
Certo, è difficile trovare qualcuno che accetti questa doppia personalità.
Puoi essere la persona più amata del mondo e allo stesso tempo anche la persona più sola del mondo.
E spesso è una grande frustrazione.
Specialmente quando le persone ti dicono.
“Ma come può essere infelice Freddie Mercury che ha i soldi, il successo, tutto?”.
Io invece sono una persona normale con momenti di tristezza come tutti gli altri. >> F.M
Indice
- Italiano: Pirandello - Uno, nessuno e centomila (3-11);
- Storia: Le Rivoluzioni del 1968 (11-12);
- Storia dell’Arte: La Pop Art & Andy Warhol (12-14);
- Fisica: Il Suono (14-18);
- Chimica: I colori acrilici, tecniche moderne (18-19);
- Progettazione: Logo dei Queen (19)
Italiano
Luigi Pirandello
Vita: Nato ad Agrigento, nel 1867, studia a Palermo e a Roma e successivamente si laurea in lettere nel 1891 presso l’università di Bonn in Germania. Tornato a Roma viene introdotto dal verista Luigi Capuana negli ambienti letterali e giornalistici della capitale; la nascita di tre figli, le difficoltà economiche causate da un allagamento della miniera dove aveva investito tutti i suoi averi, e la malattia neurale della moglie lo costringono ad un lavoro precario. In una vita interamente dedicata alla scrittura, pochi sono i fatti esterni che non riguardano l’intensissimo ritmo lavorativo:
- L’adesione al Partito Fascista;
- La fondazione di una propria compagnia teatrale con la quale mette in scena le proprie opere teatrali in Italia e all’estero;
- L’incontro con la giovane attrice Marta Abba, teneramente amata;
- La nomina ad Accademico d’Italia ed il Premio Nobel.
Pirandello inizia a dedicarsi al romanzo quando sono ancora attivi gli autori veristi, e apparentemente le sue prime opere sembrano iscriversi appunto in questo filone.
Ma ben presto l’abolizione di molti personaggi logici e riferimenti espliciti, la tendenza a entrare subito nel vivo dell’azione senza approcci intermedi, l’andamento colloquiale e frantumato della narrazione, l’ampio uso di monologhi e dialoghi dal forte timbro teatrale sono elementi che contribuiscono a rivelare l’ardua novità della prosa narrativa pirandelliana.
Pirandello sperimentò nella sua lunga e tormentata carriera quasi tutti i generi letterari, passando dalla primitiva consonanza con il verismo, alla narrativa e al teatro “umoristico”.
I temi principali trattati da Pirandello sono:
- La crisi dell’uomo e la sua irrimediabile solitudine;
- L’insanabile contrasto tra apparenza e realtà;
- L’illusorietà dei valori politici e religiosi.
Uno, nessuno e centomila
Narratore
Il romanzo è narrato in prima persona da un narratore interno: Vitangelo Moscarda, il protagonista della vicenda. Il narratore non racconta, commenta ad intervalli, distaccati l’uno dall’altro, e alterna alla riflessione, la provocazione. È un tono di voce, questo del narratore, che alla fine riesce forte ed uniforme, pur nei frequenti scatti e nei non meno improvvisi abbassamenti di tensione intellettuale, a favore di momenti idillici, se non addirittura estatici. All’impressione quasi grafica di discontinuità compositiva, certamente voluta, fa da riscontro quindi, la presenza di una voce narrante, le cui alternanze e contrazioni, governano non un racconto tradizionale, ma una sorta di flusso di coscienza, “stream of consciousness”. Dal mio punto di vista ho trovato particolarmente interessante e originale questo modo di raccontare, intervenendo continuamente a destare l’attenzione del lettore.
Il romanzo ha una divisione interna?
Sì, il romanzo presenta una divisione interna piuttosto articolata: si suddivide in otto libri che comprendono capitoli identificati, ciascuno con il proprio titolo.
L’unità nominale dei loro argomenti e la significazione complessiva sono, in questo modo, garantiti. Ma se si guarda all’interno, il taglio e la misura dei singoli capitoli risultano sempre più rapidi e incisivi.
Il libro I è una sorta di preambolo necessario per lo sviluppo del romanzo intero. Il protagonista scopre infatti, grazie ad un’osservazione della moglie, che il naso gli pende verso destra, si rende così conto di non conoscere il suo stesso corpo, le cose che più intimamente gli appartenevano: il naso, le orecchie, le mani, le gambe.
Il libro II introduce un altro elemento di riflessione annunciato, ma non sviluppato nel precedente. Riguarda il soprannome impiegato da Dida per rivolgersi a Vitangelo: Gengè.
Su questo tono prosegue il terzo libro: continua il rifiuto del nome, questa volta tocca anche al cognome Moscarda. È chiamata in causa, poi, la storia della famiglia e la vita del padre, un banchiere che esercitava l’usura e della cui attività Vitangelo continua a godere.
Il libro IV parla della prima “pazzia” commessa dal protagonista: inizialmente sembra voler sfrattare uno scultore mancato ridotto in povertà, ma alla fine decide di donargli una casa sotto gli occhi di tutti, ma invece di ottenere riconoscenza, viene bollato come PAZZO.
Il libro V rincalza l’attenzione precedente di sottrarsi del tutto alla taccia di usuraio, ritirando nomi e soldi dalla banca gestita dagli amici. Siffatta decisione è maturata, però, soprattutto contro la moglie, sino al punto di afferrarla e sbatterla su una poltrona.
Il libro VI, che registra l’abbandono della casa da parte di Dida, un inutile dialogo tra Vitangelo e il suocero, la volontà del protagonista di laurearsi, dimostra l’impossibilità di liberarsi di Gengè.
Il libro VII contiene una sorta di intervallo romanzesco, dove Vitangelo è alle prese con un’amica della moglie: Anna Rosa, che gli rivela che i familiari vogliono interdirlo.
Il libro VIII conduce il protagonista là dove da tempo è diretto: un ospizio di mendicità, costruito per penitenza dei suoi peccati, dietro intervento ecclesiastico.
Trama
Da uno specchio, superficie ambigua e inquietante, emerge un giorno per Vitangelo Moscarda, un volto di sé finora ignorato: un naso in pendenza verso destra. Questo avvenimento provoca in lui una profonda crisi che lo porta a scoprire che gli altri si fanno di lui un’immagine diversa da quella che egli si è creato di se stesso, scopre cioè di non essere “uno”, come aveva creduto sino a quel momento, ma di essere “centomila”, nel riflesso delle prospettive degli altri, e quindi “nessuno”. Questa presa di coscienza fa saltare tutto il sistema di certezze e determina una crisi sconvolgente. Vitangelo ha orrore delle “forme” in cui lo chiudono gli altri e non vi si riconosce, ma anche orrore della solitudine in cui lo piomba lo scoprire di non essere “nessuno”. Decide perciò di distruggere tutte le immagini che gli altri si fanno di lui, in particolare quella dell’usuraio (il padre infatti gli ha lasciato in eredità una banca), per cercare di essere “uno per tutti”. Incomincia così a ribellarsi facendo cose che, agli occhi di chi gli sta attorno, appaiono incomprensibili. Ricorre così ad una serie di gesti folli, come regalare una casa a un vagabondo. Vuole vendere la banca di cui non si è mai occupato e che gli assicura una certa agiatezza economica, e quando rivela alla moglie e all’amico Quantorzo che vuole cancellare la nomea di usuraio, loro scoppiano a ridere senza ritegno. Così colpito nell’animo, già, fortemente contrastato, strattona la moglie ribellandosi a quella marionetta, di nome Gengè, di cui ella si era sempre compiaciuta. Le pazzie si intensificano: ferito gravemente da un’amica della moglie, colta da un raptus inspiegabile di follia, al fine di evitare lo scandalo cede tutti i suoi averi per fondare un ospizio per poveri, ed egli stesso vi si fa ricoverare, estraniandosi totalmente dalla vita sociale.
Proprio in questa scelta trova una sorta di guarigione dalle sue ossessioni, rinunciando definitivamente ad ogni identità e abbandonandosi pienamente al puro fluire della vita, rifiutandosi di fissarsi in alcuna “forma”, rinascendo nuovo in ogni istante, vivendo tutto fuori di sé e identificandosi di volta in volta nelle cose che lo circondano, alberi, vento, nuvole. La città è lontana. Me ne giunge, a volte, nella calma del vespro, il suono delle campane. Ma ora quelle campane le odo non più dentro di me, ma fuori, per sé sonare, che forse ne fremono di gioia nella loro cavità ronzante, in un bel cielo azzurro pieno di sole tra lo stridio delle rondini o nel vento nuvoloso, pesanti e così alte sui campanili aerei. Pensare alla morte, pregare. C’è pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce le campane. Io non l’ho più questo bisogno, perché muoio ogni attimo, io, rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma ogni cosa fuori.
Tempo
Fabula e intreccio sostanzialmente coincidono perché gli avvenimenti seguono l’ordine cronologico. Bisogna, però, sottolineare il fatto che nella prima parte del romanzo non vi è racconto, ma solo il tormentarsi ossessivo del protagonista, monologante, sui temi dell’identità fittizia, dell’inconsistenza della persona. Solo nella seconda parte il filo di un intreccio comincia a dipanarsi, ma anche qui l’organicità del racconto, la concatenazione logica e coerente delle cause e degli effetti, salta: i gesti inconsulti del protagonista sono la negazione di una logica comune, sono coerenti solo all’interno della sua follia, e così pure il gesto di Anna Rosa, l’amica della moglie che spara a Vitangelo, resta del tutto gratuito, immotivato, inspiegabile.
Da sottolineare, inoltre, la presenza di alcune digressioni (il racconto della casa del padre, le corse in carrozza da ragazzo), incisi filosofici (nuvole e vento, l’uccellino, campagna e città), nonché anticipazioni, mia moglie, che non era stata mai mia moglie, ma la moglie di colui, si ritrovò subito, inorridita, come in braccio a un estraneo, a uno sconosciuto; e dichiarò di non potermi più amare, di non poter più convivere con me neanche un minuto e scappò via.
Sissignori, come vedrete, scappò via.
Non viene esplicitamente indicato nel testo quando avvengono le vicende, ma è plausibile pensare che il romanzo sia ambientato nei primi anni del Novecento, lo possiamo dedurre dalle descrizioni degli ambienti, dei personaggi e dalle professioni esercitate. Non si parla di avvenimenti storici di rilievo tali da farci dedurre il contesto storico del romanzo, che appare così in secondo piano. Non sappiamo neppure quanto durano le vicende, presumibilmente qualche mese.
Il tempo della storia è sicuramente minore rispetto al tempo del racconto, non vi sono infatti sommari, ma solo pause, descrittive e dialogate, e analisi soprattutto filosofiche. Il ritmo è lento, in modo particolare nella prima parte del racconto.
Alla luce di quanto detto, emerge, in primo luogo, l’esiguità dei fatti, estremamente pochi e l’assenza di riferimenti temporali, questo perché per Pirandello non sono importanti gli avvenimenti quanto le considerazioni che si possono trarre. Lo stesso vale per l’aspetto temporale: l’autore ha tentato di creare un romanzo “fuori dal tempo” che potesse cioè adattarsi a qualsiasi epoca, in effetti gli argomenti trattati sono moderni, riguardano anche noi stessi, provocando in questo modo, un vero e proprio annullamento del tempo storico.
Spazio
Gli avvenimenti si svolgono nella nobile città di Richieri, inventata e che potrebbe rifarsi tanto ad Agrigento quanto a Palermo, e si articolano in ambienti sia interni che esterni: la casa del protagonista, la banca, le vie della città, la Badia Grande ecc.