Viceconte Barbara
Classe V sez. A
Anno scolastico 2007/2008
I.I.S.S. “Luigi Des Ambrois” – indirizzo linguistico
Discipline coinvolte:
- Italiano
- Inglese
- Francese
- Tedesco
- Filosofia
- Storia
- Storia dell’arte
Introduzione
Essere e apparire possono sembrare solo due semplici parole, ma esse sono anche due possibili scelte di vita.
Nella società in cui oggi viviamo, viene messa sempre più in risalto l’apparenza. Possiamo notarlo in televisione, sui giornali, ma anche nei gruppi di persone che ci circondano.
Molte volte si dice che: «Bisogna essere accettati per quello che si è».
Ma come è possibile attuare una frase di questo tipo se il mondo in cui viviamo ci dimostra e ci ricorda continuamente che se vogliamo essere qualcuno dobbiamo mostrarci per ciò che in realtà non siamo?
Ad esempio, quando per strada ci capita di incontrare dei disabili, molta gente è subito pronta a dire, guardare o criticare, mentre in realtà dovremmo imparare molto da persone così, perché loro sono e saranno sempre in questo modo e appunto per questo possono camminare orgogliosi per strada perché sono le sole persone che, pur magari volendo apparire diverse, non possono, mentre noi che abbiamo la fortuna di non aver bisogno di apparire tendiamo a farlo ugualmente.
Ma questo voler apparire a cosa è dovuto? A mio parere il motivo è solo la paura di mostrarci per ciò che veramente siamo, poiché ormai la società ci impone questo: apparire!
Vuoi diventare famosa? Devi essere bella e piacente.
Vuoi fare la modella? Devi essere magra.
Vuoi comparire sui giornali? Devi riuscire a far parlare di te.
Sì, queste potrebbero essere buone prospettive per un futuro ricco e piacente, ma fermiamoci un attimo a riflettere: quali sono gli aspetti negativi di tutto ciò?
Un proverbio dice: «Se bella vuoi apparire, un poco devi soffrire», ma perché bisogna sottoporsi ad interventi chirurgici o soffrire di anoressia solo per essere accettati da questa società?
In molti casi, le persone soffrono proprio a causa di questi inutili rimedi.
Ma perché accadono queste cose solo per il gusto comune di apparire?
Ormai nella nostra società c’è sempre più gente che tende a preoccuparsi di mostrarsi per quello che in realtà non è.
Un esempio può essere il tipico amico della compagnia che fa di tutto per farsi notare e assume atteggiamenti non consoni al suo carattere.
Perché invece non proviamo un po’ di più ad essere noi stessi?
A mio avviso una bellezza autoimposta non porta molto lontano se dietro di essa non vi sono dei sentimenti, dei valori morali e una coscienza che ci guidano, ma essa ci procura più danni che benefici, rendendoci più insofferenti di quello che siamo.
In conclusione possiamo dire che oggi è sicuramente d’obbligo apparire, è il messaggio martellante che ci arriva dai media: se non hai un certo look ed un certo stile di vita sei fuori dal mondo.
Essere è molto difficile, devi uscire dalla massa e rischi di restare isolato, ma credo che certi valori vadano difesi.
Non c’è niente di morale o immorale, è una scelta di vita.
La maschera è dunque un mezzo ambiguo, dietro il quale da un lato la verità ama nascondersi per salvaguardare la propria profondità; ma che dall’altro noi utilizziamo per non vedere la realtà e per sfuggire da essa.
Italiano
Alla luce di quanto finora detto, si evince che il pensiero di Pirandello gravita sul rapporto dialettico tra «vita» e «forma».
La vita è qualcosa d’inconsistente, d’inarrestabile; è una grande forza universale che s’incarna poi nelle varie «forme».
La vita è quell’ente che l’individuo vuole per sé e per il quale lotta.
Una volta raggiunta la forma, si finisce di vivere: la forma imprigiona la vita, che diventa statica.
Possiamo dire che il nucleo centrale della tematica pirandelliana è il contrasto tra illusione e realtà, contrasto che va inteso in modo radicale e profondo, iniziando proprio dalla coscienza interiore di ogni individuo.
Infatti, in ognuno di noi c’è contrasto tra quello che vorremmo e quello che in realtà siamo, tra quello che sembriamo agli altri e quello che realmente siamo.
Pertanto l’esistenza umana è una vicenda di solitudine, di pena e d’illusioni, condizionata all’esterno da tutta una serie assurda di convenzioni, e amareggiata all’interno dalla consapevolezza della falsità e delle ipocrisie a cui si deve ricorrere per restare «nel flusso di vita» della società.
Tutti, infatti, indossiamo una «maschera», conforme a ciò che da noi si aspettano gli altri e che noi ci siamo imposti.
Sconsolante è quindi il quadro di questa società, fondata sulla finzione del credere vero quello che si sa non essere tale.
L’individuo è travolto facilmente da questo gioco tragico e finisce per farsi imporre la vita, subirla come un peso.
A questo punto l’individuo si ribella, ma si tratta di una ribellione solo momentanea.
Infatti, tutti i personaggi di Pirandello che tentano la ribellione sono destinati o al suicidio, come Adriano Meis ne Il fu Mattia Pascal, o alla pazzia.
Infatti, ne «Il fu Mattia Pascal», troviamo diversi momenti dove lui indossa la maschera e vuole apparire per quello che non è; già il romanzo in sé mostra finzione perché il protagonista Mattia Pascal finge la morte per ben due volte: una volta finge per scappare dal suo essere e vuole trovare una nuova vita apparendo quello che in realtà non è, si finge allora Adriano Meis, poi capisce che la vita-finzione non è un vivere bene e si ribella decidendo di voler tornare ad essere quello che era, ma ormai per tutti quelli che lo conoscevano Mattia Pascal era morto e si ritrova così a rimanere solo.
Nel romanzo Mattia Pascal ha un rapporto difficile non solo con la propria anima ma anche con il proprio corpo.
Ha difficoltà a identificarsi con se stesso.
Spia di questo malessere è l’occhio strabico, che guarda sempre altrove.
La crisi d’identità dipende anche dalla sua duplicità, rappresentata dalla sua predisposizione a sdoppiarsi e dalla sua inclinazione a porsi davanti allo specchio.
Inoltre egli ripete sempre la stessa situazione, raddoppiandola continuamente: seduce prima Romilda, poi Oliva; finge di essere morto due volte; per due volte si dà una nuova personalità, prima come Adriano Meis, poi come «fu» Mattia Pascal.
E ancora: si sostituisce spesso a un «alter ego», a un «doppio» di sé: per esempio si sostituisce a Pomino nell’amore di Romilda, e poi è questo stesso amico a sostituirsi a lui come marito; infine tende sempre a ripetere la stessa situazione collocandosi come terzo all’interno di un rapporto di coppia.
È stato detto che tutto il romanzo è come una «successione di specchi»; certo è che la tendenza all’autoriflessività e allo sdoppiamento sembra connaturata all’atto del vedersi vivere.
L’esperienza di teatro, come commediografo e regista, di Pirandello, risulta estremamente innovativa in quanto porta ad una vera rivoluzione del concetto di rappresentazione teatrale: l’autore riversa le sue tematiche nelle rappresentazioni.
In teatro rompe con le forme tradizionali: riduce al minimo la scenografia ed i costumi, in quanto gli attori devono essere vestiti in modo semplice per attirare l’attenzione del pubblico sul testo.
Pirandello rompe la barriera tra la vita reale, il proscenio degli spettatori, e la finzione, il palcoscenico, operazione questa totalmente innovativa, ardita e disorientante; così, spesso, gli attori entrano dalla platea, seduti tra gli spettatori ed iniziano a recitare, oppure interagiscono con gli spettatori, in realtà attori.
Pirandello vuole così dare agli spettatori l’idea che siano essi stessi gli attori, teatro nel teatro, metateatro; lo spettatore deve chiedersi se recita esso stesso, magari tutti i giorni, a sua insaputa.
Così Pirandello rovescia l’idea: il teatro è realtà e la finzione è ciò che c’è attorno.
Gli attori si mascherano, il pubblico per atteggiarsi, non si maschera neppure.
In «Sei personaggi in cerca d’autore», addirittura arrivano sulla scena, durante una prova in teatro, sei «personaggi», seppur reali ed in carne ed ossa, ma non persone reali, personaggi nati dalla fantasia di un autore che non ha saputo, o voluto dar loro vita compiuta nella finzione scenica, e che cercano un autore che voglia dar loro vita sul palcoscenico, almeno per la durata del loro dramma, in quanto il personaggio vive solo se esiste la storia da rappresentare.
In palcoscenico vi sono infatti attori, persone reali, non personaggi, uomini per cui è impossibile entrare effettivamente nella forma artistica, in quanto dotati delle variabili umane dell’impossibilità di fissare una forma.
La vita quindi non ha bisogno di essere rappresentata, si rappresenta da sé, mentre la verosimiglianza cerca in tutti i modi di imitare la vita.
(R. Luperini, P. Cataldi, L. Marchiani, F. Marchese; Palumbo Editore, «La scrittura e l’interpretazione»)
Inglese
The Aesthetic Movement
The Aesthetic or Decadent Movement was the extreme expression of post-romantic tendencies.
Its roots are to be found in the influence of French poet Baudelaire, the French Parnassian and in Ruskin’s constant search for a dimension of beauty in art and life.
The members of Aesthetic movement derived from the Pre-Raphaelites that were influenced by Ruskin’s moral sense and interpreted the creation of artistic beauty as a duty they had to perform for the benefit of society.
The Aesthetes, on the contrary, were influenced by Walter Peter who believed that life was an experience to be lived intensely, following an ideal of beauty.
The aesthetes proclaimed a belief in art for art’s sake and in beauty for beauty’s sake and they reversed the classical theory of art by declaring that it was life that must imitate art.
The typical example of this attitude to life was given by Oscar Wilde, the best known of the group.
Wilde was not the leader; the real leader was Aubrey Beardsley who was the author of refined drawings in which a sinuous line predominates.
Tesina - Premio maturità 2008
Titolo: Essere e apparire
Autore: Barbara Viceconte
Descrizione: parla della differenza tra l'essere e apparire nei vari autori.
Materie trattate: inglese; francese; tedesco; italiano; storia; arte; filosofia
Area: umanistica
Sommario
Essere e apparire possono sembrare solo due semplici parole, ma esse sono anche due possibili scelte di vita. Nella società in cui oggi viviamo, viene messa sempre più in risalto l'apparenza. Possiamo notarlo in televisione, sui giornali, ma anche nei gruppi di persone che ci circondano. Molte volte si dice che: "Bisogna essere accettati per quello che si è". Ma come è possibile attuare una frase di questo tipo se il mondo in cui viviamo ci dimostra e ci ricorda continuamente che se vogliamo essere qualcuno dobbiamo mostrarci per ciò che in realtà non siamo?
Ad esempio, quando per strada ci capita di incontrare dei disabili molta gente è subito pronta a dire, guardare o criticare, mentre in realtà dovremmo imparare molto da persone così, perché loro sono e saranno sempre in questo modo e appunto per questo possono camminare orgogliosi per strada perché sono le sole persone che pur magari volendo apparire diverse non possono, mentre noi che abbiamo la fortuna di non aver bisogno di apparire tendiamo a farlo ugualmente.
Ma questo voler apparire a cosa è dovuto? A mio parere il motivo è solo la paura di mostrarci per ciò che veramente siamo, poiché ormai la società ci impone questo: Apparire!!!
Vuoi diventare famosa? Devi essere bella e piacente.
Vuoi fare la modella? Devi essere magra.
Vuoi comparire sui giornali? Devi riuscire a far parlare di te.
Sì, queste potrebbero essere buone prospettive per un futuro ricco e piacente, ma fermiamoci un attimo a riflettere: quali sono gli aspetti negativi di tutto ciò? Un proverbio dice "se bella vuoi apparire, un poco devi soffrire", ma perché bisogna sottoporsi ad interventi chirurgici o soffrire di anoressia solo per essere accettati da questa società?
In molti casi, le persone soffrono proprio a causa di questi inutili rimedi. Ma perché accadono queste cose solo per il gusto comune di apparire? Ormai nella nostra società c'è sempre più gente che tende a preoccuparsi di mostrarsi per quello che in realtà non è.
Un esempio può essere il tipico amico della compagnia che fa di tutto per farsi notare e assume atteggiamenti non consoni al suo carattere. Perché invece non proviamo un po' di più ad essere noi stessi?
A mio avviso una bellezza autoimposta non porta molto lontano se dietro di essa non vi sono dei sentimenti, dei valori morali e una coscienza che ci guidano, ma essa ci procura più danni che benefici, rendendoci più insofferenti di quello che siamo.