Estratto del documento

La decadenza vissuta dall’individuo e dalla società; i mutamenti artistici, sociali e culturali a essa correlati

Valentina Tagliabue

(Milano, 26-02-1992, C. I. AN4938336)

Mappa concettuale e indice

  • Introduzione: Decadentismo e decadenza
  • Italiano: Giovanni Pascoli
  • English: Oscar Wilde
  • Diritto: Sociologia-la cultura del progresso
  • Psicopedagogia: L’anziano
  • Igiene e puericultura: Le malattie dell’anziano
  • Musica: La musicoterapia

Introduzione: Decadentismo e decadenza

Col termine “decadente” ci si riferisce di solito a una struttura o un contesto che videro il proprio apice nei tempi passati, e che allo stato attuale si presentano vecchi, fuori moda, consunti e in rovina. Il termine ha radici latine e indica propriamente il cadere, la stagnazione, il disfacimento dallo stato fiorente alla misera condizione; ma può anche indicare la fase discendente di un ritmo sinusoidale e preannunciare quindi una successiva fase di stabilizzazione e di espansione.

Per quanto riguarda il contesto storico, per “età del Decadentismo” si intende il periodo che va dagli ultimi anni dell’Ottocento allo scoppio della prima guerra mondiale: un’epoca di luci e ombre segnata da un’esponenziale espansione dell’industria, della comunicazione e delle scienze contrapposta a forti crisi e grandi tensioni internazionali, che tuttavia non esplosero immediatamente in conflitti diretti com’era avvenuto in passato, bensì covarono sotto la cenere per sfociare poi nella tragedia della Grande Guerra.

In campo letterario, “Decadentismo” designa invece quella corrente artistica nata in Francia e sviluppata in tutta l’Europa tra gli anni Ottanta dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento. Si caratterizzò inizialmente con una reazione alla freddezza del Positivismo, alle sue strutture rigide e alle sue costrizioni stilistiche, esasperando gli aspetti del Romanticismo a discapito delle tendenze oggettive quali il Realismo e il Verismo. Propugna una poetica schietta e sottile al contempo, tesa alla contemplazione di un mondo di mistero e di sogno e all’espressione di una realtà soggettiva. La poetica e la letteratura si impregnano di toni malinconici, di antichi effetti stilistici applicati ai contenuti moderni, si volgono alla ricerca dell’ignoto e all’introspezione. I protagonisti di questa corrente furono spesso osteggiati come detrattori della scienza, mentre in realtà davano voce alla crisi sociale e interiore dell’essere ponte fra il vecchio ed il nuovo, al fallimento dell’onnipotenza della razionalità e a tutti i dubbi e le domande suscitate dall’avvento dell’età contemporanea.

Infine, considerando il campo psicopedagogico, oggi tendiamo a sostituire l’espressione “decadenza fisica e psicologica” col termine “modificazione”, ma è innegabile che nell’anziano si riscontri una progressiva involuzione che lo conduce alla fine dell’esistenza in modo inversamente proporzionale a quanto avvenuto nell’età adolescenziale ed infantile.

È a parer mio molto interessante ravvisare queste analogie fra la crisi e la decadenza individuale e quella sociale, considerandoli dal punto di vista storico, artistico e psicologico; potremo così apprezzare come la de-cadenza non conduca obbligatoriamente al termine e al fallimento di un percorso ma sia una sua preziosa tappa.

Italiano: Giovanni Pascoli

La vita e le opere più conosciute

Giovanni Pascoli nasce a San Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855. Perde il padre in giovanissima età, vittima di un assassinio nel 1867, e in seguito la madre e tre dei suoi fratelli. Tuttavia, il suo carattere forte e vivace gli consente di proseguire la propria strada studiando a Firenze e diplomandosi nonostante lo status economico negativo della famiglia. Si reca poi a Bologna, dove frequenta l’università e conosce Carducci in qualità di insegnante. Nel 1877 si avvicina alla politica e al socialismo e tiene dei comizi piuttosto incisivi, tanto da venire imprigionato per qualche giorno nel carcere di Bologna. Si laurea in lettere nel 1882 e inizia a insegnare Greco e Latino nel centro e sud Italia; nello stesso anno viene anche iniziato alla massoneria. Il 1891 è l’anno del battesimo poetico, l’inizio della sua carriera, in cui scrive la prima edizione della famosa raccolta Myricae.

In seguito vincerà infatti per tredici volte un concorso di Amsterdam, e pubblicherà Il Fanciullino (1897), i Poemi Conviviali (1904) e l’edizione definitiva di Myricae (1903).

Intratterrà un’amicizia anche con D’Annunzio. Nonostante vivesse e insegnasse in città, ama la campagna e riversa nelle sue liriche questa passione, derivatagli anche dai ricordi dell’infanzia. Nel 1895 si trasferisce finalmente a Castelvecchio, località cui dedicherà I canti di Castelvecchio (l’edizione definitiva è del 1906).

Dal 1897 al 1903 insegna a Pisa e a Messina, poi a Bologna, e negli stessi anni pubblica dei volumi di analisi dantesca. Al 1906 risalgono anche le raccolte Odi e inni, Pensieri e Discorsi e Poemi Italici.

Nel 1911 torna a seguire il panorama politico: pubblica i Poemi del Risorgimento, e pronuncia a Barga il famoso discorso “La grande proletaria si è mossa”.

Muore di cancro al fegato nel 1912, un tumore provocato probabilmente dall’abuso di alcool.

Pur essendo famoso per la sua poesia, non dobbiamo dimenticare che Pascoli fu anche un grande studioso classico e pubblicò molte opere in latino, soprattutto quelle dedicate al certamen di Amsterdam.

I temi

A causa della scomparsa prematura del padre, Giovanni Pascoli si trovò molto presto a dover interpretare il ruolo dell’uomo di casa. Nonostante si fosse sradicato dal suo ambiente d’origine per seguire la carriera accademica, la città non entrò mai nella tematica delle sue composizioni, e il rapporto di forte e infantile intimità con le sorelle ci fa comprendere come i lutti subiti abbiano lavorato sull’interiorità del poeta e ne abbiano plasmato quell’inconscio dal quale sono scaturite le sue creazioni.

Quella di Pascoli è una poesia brillante, dalla metrica stretta ed elaborata ma dalle ampie vedute, e certamente nella sua originalità segna l’inizio dello stile noto come Decadentismo. I suoi temi sono contraddittori: da una parte vi è la dolcezza delle atmosfere agresti e dall’altra la malinconia, la tristezza, il dolore e il rimpianto si nascondono in ogni elemento naturale e fra le pietre di ogni casa, quasi che il mondo ne sia intriso.

La rivoluzione del Pascoli consiste nell’aver aperto le porte alla poesia delle “piccole cose”, utilizza un linguaggio diretto e termini forbiti misti a termini contadini; infonde emotività nella quotidianità fino a permeare l’una dell’altra.

Si interessa anche di scienza, di psicologia (a questo proposito studia le opere di Hartmann), di pedagogia e tutto ciò che concerne il “piccolo mondo”; ed è proprio questa impostazione interiore a conferire alla sua poesia la sua purezza.

Rifiuta la razionalità del Positivismo e vive la poesia come un frutto dell’intuizione e della fantasia, come nido che protegge dal mondo, come strumento d’espressione dell’angoscia sottile che stringe il petto a tutti gli artisti. L’ultima fase della sua produzione riguarda temi socio-politici, ma nonostante questo Pascoli resterà sempre famoso come il Poeta Fanciullino, colui che condensa le abilità sognanti dell’infanzia, l’intuizione dell’età adulta e la saggezza della vecchiaia in un testo fresco e rivelatore.

Analisi di due poesie

La famosa lirica X Agosto, apparsa per la prima volta su un giornale del 1896, venne poi inclusa nella quarta edizione di Myricae, nella sezione Elegie. È forse la più sobria e intensa poesia dedicata al padre, che fu ucciso proprio il giorno di San Lorenzo:

X Agosto

San Lorenzo, io lo so perché tanto

di stelle per l’aria tranquilla

arde e cade, perché sì gran pianto

nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto,

l’uccisero, cadde fra spini:

ella aveva nel becco un insetto,

la cena de’ suoi rondinini.

E ora è là come in croce che tende

quel verme a quel cielo lontano

e il suo nido è nell’ombra, che attende,

che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:

l’uccisero, disse: Perdono;

E restò negli aperti occhi un grido:

portava due bambole in dono.

E ora là nella casa romita

l’aspettano, aspettano invano:

egli immobile, attonito addita

le bambole al cielo lontano.

E tu Cielo, dall’alto dei mondi

sereni, infinito, immortale;

oh! D’un pianto di stelle l’inondi

quest’atomo opaco del male.

In questa lirica dalla struggente bellezza Pascoli attua un abile gioco di corrispondenze, appaiando il pianto degli uomini al pianto delle stelle, l’innocenza della rondine uccisa a quella dell’uomo assassinato, il proprio straziante dolore per la morte del padre al dolore del Cielo “infinito e immortale”. Nella loro piccolezza, questi atti di crudeltà riflettono come un sasso lanciato nell’acqua del mondo tutta la malvagità umana; la Terra diviene quindi un “atomo” (insignificante e minuscolo) “opaco del male” (cioè refrattario alla luce del bene universale). La struttura metrica è imperniata sull’alternanza di decasillabi e novenari, con la prima e l’ultima strofa che si legano insieme sia dal punto di vista tematico (il pianto delle stelle) sia grammaticale.

È fortemente riscontrabile una tematica cristiana, come si evince dalla rondine “come in croce”, dall’invocazione iniziale a San Lorenzo e dall’uomo morente che perdona i propri aguzzini; anche se in questo caso la morte degli innocenti non è sacrificio di espiazione ma solo espressione di gratuita crudeltà.

La composizione non può quindi che lasciare un senso di profonda e armonica tristezza, quasi fosse un tentativo di opporre alla ferocia degli eventi che si abbattono sull’esistenza un’arte che li racchiude nella propria commovente coerenza.

La lirica La mia sera proviene invece dai Canti di Castelvecchio. Si tratta di un componimento che a prima lettura pare meno formale e più rilassato, ma nasconde anch’esso un grande lavoro di metrica. Riguarda l’infanzia del poeta e i suoi ricordi esposti in modo notevolmente sensoriale:

Il giorno fu pieno di lampi;

ma ora verranno le stelle,

le tacite stelle. Nei campi

c’è un breve gre gre di ranelle.

Le tremule foglie dei pioppi

trascorre una gioia leggiera.

Nel giorno, che lampi! che scoppi!

Che pace, la sera!

Si devono aprire le stelle

nel cielo sì tenero e vivo.

Là, presso le allegre ranelle,

singhiozza monotono un rivo.

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Sintesi
  • Italiano: Giovanni Pascoli
  • Inglese: Oscar Wilde (l'estetismo)
  • Diritto-sociologia: la cultura del progresso (con grafico personale)
  • Psicopedagogia: l'anziano e le problematiche dell'invecchiamento
  • Igiene: le malattie dell'anziano e la loro prevenzione
  • Musica: la musicoterapia
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