Chi dice donna dice...
Angelo, Silvia, Danno, Madre, Emancipazione, Solitudine, Sofferenza, Bellezza,
Margherita Hack
Candidato:
Langella Dario
Esame di Stato 2009
Esame di Stato 2009 - Chi dice donna dice... 1
Angelo
Beatrice, l’amore celestiale di Dante Alighieri
“Tanto gentile e tanto onesta pare…”
Dante
Beatrice
Beatrice viene da Dante definita, nel sonetto “Tanto gentile e tanto onesta pare”, in un modo straordinario, cioè come una “cosa venuta / di cielo in terra a miracol mostrare”. “Cosa” è il termine dell’indefinibile, e le parole di Dante indicano che Beatrice fu, insieme, una donna realmente vissuta, una creatura celeste, un riflesso dell’ansia di ascesa spirituale e di purificazione del poeta.
Beatrice donna appartiene alla sfera privata della vita di Dante, alla sua giovinezza fiorentina, agli anni della maturazione umana e poetica. Anche se i riscontri storici sono scarsi, nessuno dubita che Beatrice sia realmente esistita e che sia da identificare con la Beatrice, o Bice Portinari, sposa di Simone De’ Bardi, morta giovanissima l’8 giugno del 1290.
Che Beatrice fosse una donna vera e reale, e non una creatura fantastica, risulta chiaramente dal XXX e XXXI libro del Purgatorio, e precisamente da questi versi:
Quando da carne a spirto era salita
E bellezza e virtù cresciuta m’era
Fu’io a lui men cara e men gradita; [...] (I Purg., XXX, 127-129)
Quando Beatrice fu in fin di vita, Dante non poteva non sentire il presentimento della sua morte. Infermo e giacente nel letto dei suoi dolori egli non s’affligge di sé e comincia a piangere fra se stesso di tanta miseria e a sospirar forte e a dire disperatamente:
«Di necessità conviene che la gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia!».
E in questo pensiero chiude gli occhi, e si travaglia come farnetica persona, ed immagina di vedere il cielo, gli angeli e la sua donna assunta alla gloria del paradiso, che non avea altro difetto, che di aver lei.
La lugubre visione del Poeta si avverò di lì a breve, Beatrice morì nella prima ora del dì 9 giugno 1290.
Visse ventiquattro anni sulla terra, e vivrà immortale nell’arte.
Esame di Stato 2009 - Chi dice donna dice... 2
Senza l’amore di Beatrice la vita di Dante non si spiegherebbe: l’anima, l’intelletto, il carattere di lui sarebbe una sigla indecifrabile
L’amore di Dante non è di quelli che momentaneamente s’accendono, che ciecamente vivono, e rapidamente, al primo inciampo, si spengono. Esso nacque, possiamo dire, col poeta stesso, come nasce insieme ad ogni anima gentile, anzi è con l’anima gentile una sola cosa:
Amor e cor gentil sono una cosa (Ivi, XX);
Beatrice lo precede, lo guida, lo illumina; gli mostra la via che al ciel conduce.
Egli è smarrito nella foresta; bisogna che si liberi, che vinca le tre fiere che gli tolgono l’andata; che si travagli a tutt’uomo per giungere a quell’altezza da cui Beatrice lo chiama. Questo travaglio è tutta la vita dell’Alighieri; il suo amore celestiale è tutto il suo destino.
Ella è un’angioletta giovanissima, discesa in terra soltanto per mostrare la potenza del suo fattore, fa presto a salire al cielo, a trasformarsi in angelo. Dante però deve lottare contro i suoi nemici, contro i suoi tempi, contro la fortuna, contro sé stesso. Questa lotta eroica, che è come la titanomachia umana, costituisce il soggetto del divino poema.
Il poeta, non più individuo, ma centro di tutta la società dei suoi tempi, è l’eroe della triplice epopea, il Prometeo del medioevo.
Dante per raggiungere il suo destino, la sua donna dovrà superare, con ogni eroico sforzo, le spire funeste delle terrene passioni, valicare gli allegorici regni della morte, e giungere finalmente all’altezza luminosa, in cui divinamente bella si asside la perfezione ideale di Beatrice.
Molte fonti su Beatrice e sull’amore del poeta le ritroviamo ne “La Vita Nova” e ne il “Convivio”. Come per esempio la lettera a Trinitade, la quale recita:
“Dunque se il tre è il numero che moltiplicato per se stesso produce il nove (fattore per se medesimo del nove), e il numero che moltiplicato per se stesso produce i miracoli è il tre, cioè il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, i quali sono <al tempo stesso> tre e uno (riferimento al mistero della Trinità), questa donna (Beatrice) fu accompagnata da questo numero nove per fare capire che essa era un “nove”, cioè un miracolo, la cui radice, cioè la radice del miracolo, può essere soltanto la miracolosa (mirabile) Trinità. Il numero tre rappresenta dunque simbolicamente la Trinità: poiché il prodotto della Trinità è il miracolo, ne consegue che Beatrice stessa è un miracolo. Forse… mi piace: Forse per opera di (per) una persona più ingegnosa (sottile) <di me> si potrebbe trovare in questo fatto (il ricorrere del numero nove in relazione a Beatrice) una spiegazione ancora più profonda (più sottile ragione). Ma questa è quella che io vedo (ve’io) e che più mi piace.”
Vita Nova
L’incontro con Beatrice diventa il punto di svolta della maturazione umana e poetica di Dante, la cui vita è, da quel momento “rinnovata dall’amore”.
Dante, infatti, racconta che il suo primo incontro con Beatrice avvenne quando entrambi
Esame di Stato 2009 - Chi dice donna dice... 3
avevano nove anni, numero che identifica il miracolo.
Nella Vita Nova viene delineato il cammino interiore che porta il poeta a comprendere come il fine del suo amore non sia legato a nulla di materiale, neppure al semplice saluto, elemento pur così caro all’amor cortese. Unico fine dell’amore è per il poeta cantare le lodi della sua donna.
Al termine della Vita Nuova Dante, che ha compreso la svolta impressa dalla donna alla sua spiritualità ma è ancora incapace di trasferire nella realtà questa acquisizione dell’anima, promette di non scrivere più di lei se non quando potrà farlo in modo completamente degno.
Nella Vita Nuova Beatrice conserva sempre la sua precisa individualità storica, ma è, al tempo stesso, “figura” di Cristo, e, come Lui, incarna la rivelazione divina. Tale funzione è, tuttavia, riservata esclusivamente all’uomo Dante, e solo nella Divina Commedia potrà estendersi all’intera umanità.
La Divina Commedia
L’inizio della Divina Commedia riprende il filo della narrazione dove l’opera giovanile lo aveva interrotto.
La crisi spirituale e poetica in cui lo aveva gettato la morte della sua donna, fa smarrire il poeta in un intrico di falsi amori e futili scopi. La nuova e definitiva svolta nella vita del poeta si compirà sempre nel nome di Beatrice. È, infatti lei, non più donna ma solo creatura angelica, a dare inizio al processo di salvezza e di parallelo recupero della propria identità del poeta, inviando in suo soccorso Virgilio, il maestro, di bello stile come di vita, e l’autore, il modello, la memoria, insieme personale e storica.
Ma le possibilità umane, se pur eccellenti, impersonate da Virgilio, non possono condurre Dante oltre la comprensione della natura del peccato, nell’Inferno, e della necessità di redenzione, nel Purgatorio.
Nel Paradiso guida del poeta è la stessa Beatrice. Per comprendere la natura dell’amore divino è necessario un totale abbandono dell’anima: nell’oltremondo non esistono più convenzioni sociali, né turbamenti, né fraintendimenti, e Beatrice può assumere in pieno il suo significato.
Il ruolo e la funzione della donna sono però di portata ben diversa rispetto a quelli descritti nella giovanile Vita Nuova.
Nella Commedia infatti Dante rappresenta l’intera umanità, in nome della quale compie il suo viaggio, voluto da Dio. In questa nuova dimensione il miracolo che Beatrice, incarnazione della rivelazione divina, aveva rappresentato per Dante acquista un nuovo significato ed una nuova pienezza. Il compito di Dante è quello di indicare all’intera umanità la via per giungere alla salvezza: il miracolo che era avvenuto per Dante diventa così il miracolo di tutta l’umanità.
Se nella Vita Nuova Beatrice era stata “figura” di Cristo per il solo Dante, ora è rivelazione incarnata e simbolo di Cristo per l’intera umanità.
La donna amata da Dante, divenuta l’ispiratrice della sua poesia è, nella Divina Commedia, maestra di verità, il tramite che permette a Dante e all’intera umanità di arrivare al Paradiso e alla contemplazione di Dio.
Esame di Stato 2009 - Chi dice donna dice... 4
Silvia
L’amore platonico di Giacomo Leopardi
“Era il maggio odoroso: e tu solevi così menare il giorno.”
G. Leopardi
Silvia
Silvia è il nome con cui il Poeta identifica forse la figlia del cocchiere di casa Leopardi: Teresa Fattorini. Ella è morta in età giovanile, ma comunque questa notizia è priva di fondamento.
Il poeta si ispira a lei, ricordandosi di quando la sentiva cantare in quello stesso periodo primaverile e con quel canto lei esprimeva la sua fiducia nell’avvenire; così adesso lui, nello stesso periodo primaverile, con questa nuova poesia si sente risorgere a nuova vita, dopo l’inaridimento poetico, come scrive subito dopo alla sorella Paolina, nella lettera del 2 Maggio:
«Dopo due anni, ho fatto dei versi quest’aprile; ma versi veramente all’antica, e con quel mio cuore di una volta»
Le due figure, Silvia e il poeta, sono accomunate dalla dolce stagione della giovinezza, delle illusioni, della fiducia in un futuro “vago”, ovvero indeterminato e insieme attraente. Ma era passato tanto tempo da quella primavera, e ora il Leopardi trasfigura Teresa in Silvia, cioè nel simbolo di una fanciulla che nel pieno sviluppo della sua vita viene stroncata dalla morte. La morte fisica di Silvia richiama la morte di ogni speranza che per l’“io” lirico sopravviene con l’apparir del vero. La Natura inganna i suoi figli per poi abbandonarli alla disillusione.
Come scrive U. Dotti:
«Teresa Fattorini, trasfigurata in Silvia, è divenuta il simbolo eterno di questo duplice volto dell’esistenza, quello della promessa e quello del disinganno. Il Leopardi ha congiunto alla purezza e felicità di Teresa i pensieri della sventura e del dolore, ha annegato l’apparente conquista dell’Altrove nella dura verità del reale, ha distrutto l’immagine lieta con quella dell’aspra morte.»
Esame di Stato 2009 - Chi dice donna dice... 5
A Silvia
“A Silvia” è stata scritta da Leopardi nell’aprile 1828 a Pisa, ed il canto fu pubblicato nell’edizione fiorentina del 1831. È una canzone libera in settenari ed endecasillabi, con rime alternate baciate.
Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
stanze, e le vie d’intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.
La giovinezza di Silvia (vv. 1-14): Il poeta nei primi 14 versi si rivolge a Silvia invitandola a ricordare la sua giovinezza colta quando i suoi occhi erano ridenti e fuggitivi e il suo volto pensieroso e proiettato al futuro. In questa parte viene vista intenta nel suo lavoro quotidiano: il telaio. E mentre svolge quest’ultimo canta e pensa all’indefinito, ma in questo pensiero vi è già il presentimento oscuro del futuro. Era maggio, il mese dove nascono le speranze, le bellezze, come nella fanciullezza.
Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.
Rievocazione di se stesso (vv. 15-27): Anche il poeta è intento nei suoi lavori quotidiani: allo studio e alle sudate carte dove egli esprime i suoi pensieri. Ed è proprio durante i suoi lavori
Esame di Stato 2009 - Chi dice donna dice... 6
che è interrotto dal canto di Silvia, così si avvicina al balcone della casa paterna per meglio udire quel suono soave e il rumore veloce del telaio manovrato dalle sue mani. Poi volge lo sguardo verso i monti che gli chiudono l’orizzonte sia fisicamente che umanamente. È un paesaggio lieto, gentile, fatto solo di canto e luce.
Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?
Natura e inganno (vv. 28-39): Leopardi qui è come se parlasse dei pensieri precedentemente indicati come una speranza lontana. La speranza inizia ad allontanarsi, ed egli in età matura, pensando alle dolci aspettative del passato, prova un affetto acerbo e sconsolato che lo riporta alla realtà, quando ormai Silvia ha già smesso di vivere. C’è infine un’invettiva contro la natura, dicendo: “Natura, Natura perché non mantieni la promessa di felicità che prometti all’inizio della vita, perché inganni in questo modo così atroce, si sottintende, i tuoi figli. Questa strofa ha quattro contrasti:
- Tra le promesse della fanciullezza
- Tra la natura e l’uomo
- Tra la speranza del passato e l’acerbo presente
- Tra il passato e il presente
Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.
Esame di Stato 2009 - Chi dice donna dice... 7
La morte come fine (vv. 40-48): Prima che la maturità inaridisse la tua bellezza, combattuta e vinta da una malattia, la quale t’impediva di godere degli anni tuoi. Questa strofa presenta un contrasto: tra la realtà, combattuta e vinta, e il sogno, la speranza degli anni suoi.
Anche perìa a poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovinezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.
L’apparir del vero (vv. 49-63): Anche la speranza del poeta si spegneva a poco a poco e il fato negava ogni speranza. Egli rivolgendosi a Silvia rimpiange la sua giovinezza e le loro vecchie, ormai impolverate, speranze. Infatti scrive “è questo il mondo?” (quel mondo che tanto sognavano), “sono queste le speranze, gli amori, che tanto sognavamo insieme?”. Gli ultimi quattro versi raccontano della realtà che arriva improvvisamente e fa scomparire le speranze, lasciando il dipinto della tomba fredda di Silvia. C’è il contrasto tra l’apparenza e la realtà.
I Canti
La poesia “A Silvia” fa parte della raccolta intitolata “I Canti”.
Il libro dei Canti di Leopardi conta quarantuno testi composti tra il 1816 e il 1837. Il grosso di questa produzione si concentra nel quinquennio iniziale (1818-1822), e negli ultimi otto anni (1828-1836). Nel quinquennio centrale (1823-1827) abbiamo due soli testi rilevanti (più due frammenti).
La prima edizione dei Canti, contenente ventitré testi, uscì a Firenze dall’editore Piatti nel 1831.
Una seconda edizione fu stampata a Napoli dall’editore Starita nel 1835, primo volume di una progettata edizione di tutte le opere leopardiane (poi bloccata dalla censura dopo il secondo volume): i testi erano ora saliti a trentanove, avendovi l’autore incluso i nuovi canti composti a partire dal 1831 nonché alcuni frammenti e traduzioni precedenti. Non vi furono altre edizioni, vivo Leopardi. La terza (e definitiva) uscì postuma nel 1845 a Firenze presso l’editore Le Monnier a cura di Antonio Ranieri, fedele a una copia della seconda edizione corretta dall’autore e con l’aggiunta, prima del trentacinquesimo componimento della stampa napoletana, di due testi composti da Leopardi nel 1836 (La ginestra e Il tramonto della luna). È questa l’edizione che leggiamo anche oggi. Prima di pensare al libro dei Canti, Leopardi pubblicò numerose stampe parziali dei testi via via composti, fra cui Canzoni nel 1824, contenente dieci testi, e Versi del 1826, contenente nove dei testi poi confluiti nei Canti e altri non più ripubblicati.
Esame di Stato 2009 - Chi dice donna dice... 8
Le ragioni che hanno determinato la specifica distribuzione strutturale dei testi all’interno dei Canti non sono univoche o evidenti, benché alcuni criteri risultino facilmente desumibili.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Tesina - Premio maturità 2009
Titolo: Chi dice Donna Dice...
Autore: Langella Dario
Descrizione: in questa tesina è trattato il proverbio "chi dice donna dice danno" sostituendo l'aggettivo finale "danno" con altri argomenti di diversa trattazione. quest'ultimo aggettivo va a sostituirsi con i seguenti aggettivi e nomi: silvia, beatrice, solit
Materie trattate: Storia, Filosofia, Italiano, Fisica, Inglese, Storia Dell'arte, Francese, Geografia Astronomica
Area: umanistica
Sommario: Italiano, Leopardi, A silvia, I canti, Dante, Beatrice, Divina commedia, Filosofia, madre, Schopenhauer, L'arte di trattare le donne, Storia, Emancipazione femminile, Suffraggette, storia dell'Arte, Degas, Le ballerine, Geografia astronomica, Margherita Hack, Le stelle, L'universo, Fisica, Campo magnetico terrestre, Inglese, Solitudine, Emily Dickinson, Poesie, Francese, Sofferenza, Nana, Emile Zola, Le rougot maquar