Mappa concettuale – Tesina di Mirko Buzzoni – Cl. 5^CE
Istituto Tecnico Statale Commerciale e per Periti Aziendali Gaetano Salvemini
Esame di Stato 2008 / 2009
Camorra napoletana
- Analisi strutturale del fenomeno mafioso campano -
Le differenze, tra la setta dell’Ottocento e l’organizzazione del Nuovo Millennio
Tesina di Mirko Buzzoni
Cl. 5^CE
Esame di Maturità 2008 / 2009
Istituto Tecnico Statale Commerciale e per Periti Aziendali “Gaetano Salvemini”
Casalecchio di Reno, Bologna
“Mafia” è un termine diffuso ormai a livello mondiale con cui ci si riferisce ad una particolare tipologia d’organizzazione criminale. Le analisi moderne del fenomeno la considerano, prima ancora che un organismo delittuoso, una “organizzazione di potere”; ciò evidenzia come la sua principale garanzia d’esistenza non stia tanto nei proventi delle attività illegali, quanto nelle alleanze e collaborazioni con funzionari dello Stato, in particolare politici, nonché del supporto di certi strati della popolazione.
L’etimologia non chiarisce con sicurezza l’origine del nome “mafia”, in quanto priva di testi specifici e ricca d’interpretazioni più o meno verificabili o realistiche.
La radice potrebbe dipendere dalla dominazione araba nelle regioni italiane meridionali, avvenuta tra il nono
Hias”, significante “spacconeria”, veniva per esempio utilizzata per in-
e l’undicesimo secolo. La parola “Mā
dicare la tracotanza di una piccola associazione segreta di malfattori avente il medesimo nome. Nell’arabo parlato, l’espressione “Mā fī-ha” esprime “non c’è” o “non esiste”, mentre con “mu’afak” s’intende “protezione dei deboli”. La storia delle mafie che imperversano nel nostro Paese da secoli insegna come le congreghe malavitose si proponessero, durante l‘800, secolo del loro massimo splendore, come società invisibili dedite alla protezione della popolazione, i cui bisogni erano completamente ignorati dalla dinastia borbonica e da quella piemontese anche dopo l’Unità d’Italia. Nulla ha invece a che vedere la toscana “maffia”, usata per indicare la miseria.
La Repubblica Italiana, nel proprio ordinamento, riconobbe l’esistenza di associazioni di tipo mafioso diffe-
legge 646/82, 416
renziandole dalle associazioni a delinquere ordinarie solo nel 1982. Con la l’Art. del codi-
416-bis.
ce penale fu arricchito con l’Art. Vale la pena riprodurli integralmente.
Art. 416
Associazione per delinquere
Quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o costituiscono od organizzano l’associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da tre a sette anni.
Per il solo fatto di partecipare all’associazione, la pena è della reclusione da uno a cinque anni.
I capi soggiacciono alla stessa pena stabilita per i promotori.
Se gli associati scorrono in armi le campagne o le pubbliche vie si applica la reclusione da cinque a quindici anni.
La pena è aumentata se il numero degli associati è di dieci o più.
Se l’associazione è diretta a commettere taluno dei delitti di cui agli articoli 600, 601 e 602, si applica la reclusione da cinque a quindici anni nei casi previsti dal primo comma e da quattro a nove anni nei casi previsti dal secondo comma.
Art. 416-bis
Associazione di tipo mafioso
Chiunque fa parte di un’associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone, è punito con la reclusione da sette a dodici anni.
Coloro che promuovono, dirigono o organizzano l’associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da nove a quattordici anni.
L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgano della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali.
Se l’associazione è armata si applica la pena della reclusione da nove a quindici anni nei casi previsti dal primo comma e da dodici a ventiquattro anni nei casi previsti dal secondo comma.
L’associazione si considera armata quando i partecipanti hanno la disponibilità, per il conseguimento della finalità dell’associazione, di armi o materie esplodenti, anche se occultate o tenute in luogo di deposito.
Se le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo sono finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto, o il profitto di delitti, le pene stabilite nei commi precedenti sono aumentate da un terzo alla metà.
Nei confronti del condannato è sempre obbligatoria la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l’impiego.
Le disposizioni del presente articolo si applicano anche alla camorra e alle altre associazioni, comunque localmente denominate, anche straniere, che valendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo perseguono scopi corrispondenti a quelli delle associazioni di tipo mafioso.
Tale quadro normativo, quindi, indica alcune delle caratteristiche strutturali dell’associazione di tipo mafioso, le quali possono essere così sintetizzate:
- Una certa tipicità dei delitti-fine della consorteria;
- La frequenza di rapporti (non strettamente giustificati) tra i vari consociati;
- L’accollo di spese giudiziarie da parte della cosca;
- I “comparaggi” emblematici;
- La saldezza del vincolo associativo;
- Il “rispetto” nei confronti dei capi;
- Il “rispetto” del vincolo gerarchico;
- Il “rispetto” delle zone di influenza;
- L’immediatezza (ove possibile) e comunque pubblicità del momento sanzionatorio, conseguente
- Alla violazione delle “regole di vita”;
- L’assoluta segretezza del vincolo associativo;
- L’interscambio dei servizi tra le cosche.
Secondo un’analisi meno formale, ma non per questo meno scrupolosa o attendibile, ciò che distingue un’associazione mafiosa dalla criminalità ordinaria è la presenza dei quattro i cosiddetti “pilastri strutturali”:
- Pilastro gerarchico
- Pilastro economico
- Pilastro istituzionale
- Pilastro sociale
Pilastro gerarchico
Il fa riferimento alla gerarchia dell’associazione, che si propone come una struttura piramidale. Ad essa, le mafie più recenti hanno accostato una morfologia piatta, formata da più celle d’organizzazione indipendenti che si configurano in molteplici micro-gerarchie: ne sono un esempio le famiglie di Cosa Nostra.
Pilastro economico
Il riunisce l’influenza mafiosa nelle attività legali ed illegali. Alla riscossione delle tangenti, al traffico di droga e prostituzione, alla pratica dell’usura e dell’estorsione, si affiancano, infatti, fonti di reddito maturato presso aziende regolari, la cui gestione è indirizzata, per volere o costrizione, verso impieghi illeciti.
Pilastro istituzionale
Il esprime la capacità delle cosche di porre radici nell’amministrazione pubblica, stringendo alleanze con cariche politiche od infiltrandosi in comuni e province fino ad infettare organi volitivi di rilevanza nazionale.
Pilastro sociale
Il è la forza mafiosa più antica, ma non va banalizzata né ridotta all’omertà. Anzi, la comparsa nei secoli scorsi di Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta è giustificata innanzi tutto dall’appoggio della popolazione locale, stanca di subire soprusi e di governi incuranti delle sue necessità. Non è cambiato molto: dietro le tangenti, ancor oggi, sono garantiti privilegi, soprattutto ad imprese e personalità pubbliche.
Una mafia privata dei “pilastri strutturali” non è mafia.
Una popolazione tutelata, fiduciosa ed istruita non ne cade vittima.
Italiano”:
“Cancro il significato è palese.
Tuttavia, utilizzare metafore o paragoni per descrivere le associazioni mafiose può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Oltre all’immagine figurativa di una malattia incurabile e sempre pronta a riemergere, identificare un problema con un simbolo non fa che accrescere il disagio provato per il problema stesso, senza considerare la rischiosa miticizzazione dei soggetti che ne fanno parte. Le associazioni mafiose sono in realtà ciò che appaiono: gruppi di numerosi uomini e donne, affiliati secondo le più varie scale gerarchiche, che mirano al controllo economico, politico e sociale di aree sempre più vaste, ora nazionali, ora globali, tramite anche la collaborazione di mafie straniere. Essendo formate da persone, prima che d’armi e minacce, dovrebbe essere possibile impedire lo sviluppo di fenomeni tanto vicini quanto apparentemente lontani dalla quotidianità: c’è la legge, se fosse uguale per tutti, c’è l’informazione, se fosse sterile di politica ed incompetenza, c’è l’istruzione, se arrivasse anche alle menti giovani che per prime cadono nel tranello delle strade facili.
Perché è quindi così difficile liberarsi dalle mafie? È davvero impossibile smantellarne i poteri?
Per capire come questi siano radicati in ogni fibra delle associazioni malavitose occorre iniziare dal passato, per poi osservare i cambiamenti avvenuti nel corso della loro evoluzione.
Lo studio della Camorra, della sua storia, dei costumi, dei suoi riti, dell’evoluzione e ricerca del potere, fornisce importantissime informazioni utili a comprendere il fenomeno nella sua molteplicità; fino a rispondere alle domande che ogni cittadino dovrebbe porsi, senza fornire risposte affrettate. “Perché siamo in Italia” è una frase che pone l’accento su una passività tutta italiana, frutto dell’assuefazione da malgoverno, malinformazione, malcostume. È un’espressione da lasciarsi alle spalle. “Se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue Istituzioni e delle sue Leggi;
non possiamo oltre delegare questo potere né ai prevaricatori,
né ai prepotenti, né ai disonesti.
Ma finché una tessera di partito
conterà più dello Stato
non riusciremo mai a battere la mafia”
,
Carlo Alberto Dalla Chiesa generale, ottobre 1979
Introduzione alla Camorra
“Voglio essere un’operazione mediatica, voglio che se ne parli in prima serata.
Il mio sogno è che la lotta alla criminalità organizzata diventi una moda. Non è
la mia battaglia, ma la battaglia di molti; e va anche bene se per una volta suc-
cede il miracolo che grandi interessi economici si fondino con l’interesse del
Paese, che grandi editori di libri, televisivi, si uniscano per combattere la Ca-
morra. Il suo mondo orrendo, la lingua della complicità “ambientale” tra la Ca-
morra e l’informazione locale, la trascuratezza della cronaca nazionale, la timi-
dezza dei politici nell’inserire la lotta alla Camorra fra i punti forti delle campa-
gne elettorali. Nessuno l’ha impugnata come una priorità nelle ultime elezioni,
e la cosa più grave che può fare la politica è il silenzio. La cosa più grave che
possono fare gli elettori è scegliere il silenzio.
È una specie di disperato ottimismo della volontà che m’induce a ripetere con Roberto Saviano, 2006
accanimento, con pervicacia ossessiva la mia fiducia nel valore della parola,
della denuncia, nella necessità di non stare zitti, di svergognare tutti quei complici, di svegliare tutti quegli indiffe-
renti che continuano a lasciare marcire il problema, a relegarlo in quella zona di “emergenza continua” che asso-
miglia pericolosamente all’emarginazione, alla rassegnazione, al tirare a campare. Anche se il mio impegno in
questa battaglia può suscitare ostilità, non soltanto presso quegli ambienti camorristici che hanno tutto l’interesse
a screditarmi.
Mi hanno accusato di avere speculato sul dramma della Campania per arricchirsi con il mio libro. È una “accusa
ingiusta”: sono i lettori che mi danno la possibilità di vivere e pagare gli avvocati. E quanto alle accuse di plagio,
cito l’intervista che feci con Enzo Biagi. Lui mi disse: “Sei arrivato davvero quando fanno un falso del tuo libro e ti
accusano di plagio”. E io ce li ho tutti e due.” Roberto Saviano, scrittore, marzo 2009
È a Roberto Saviano che si deve il recente interesse mediatico nei confronti del fenomeno camorristico. Nato a Napoli nel 1979, Saviano scrive il suo primo romanzo intitolato “Gomorra”, pubblicato da Mondadori nel 2006: è un libro denuncia, nel quale l’autore racconta episodi vissuti in prima persona che testimoniano le ambizioni dell’impero economico “sommerso” dell’organismo campano. Il braccio mortale dell’organizzazione criminale si estende ben oltre i confini nazionali, e svela il sogno di dominio sociale che avvelena le imprese profit, le aziende d’erogazione pubbliche e trae dalle attività illecite le fonti d’investimento. È la mafia italiana più potente, più lungimirante, più pericolosa.
Per troppo tempo trascurata, poiché messa in ombra dalla mafia italiana più conosciuta, Cosa Nostra, la Camorra fa parlare di sé. Singolare il fatto che omicidi e tangenti non siano valsi a nulla: era necessario un libro per destare le coscienze. Di cittadini ed Istituzioni.
Quando e come sorse la setta? Non è agevole rispondere a queste domande per il fatto semplicissimo che la Camorra, essendo un’associazione di fuorilegge che faceva dell’ombra il miglior humus per prosperare, non aveva interesse a lasciare documenti. I suoi codici e regolamenti sono emersi nel tempo grazie alla confessione di qualche pentito (prontamente ucciso dai suoi compagni), o in virtù d’improvvise perquisizioni della polizia in luoghi in cui gli affiliati si riunivano, e le sue trasformazioni e crimini sono stati riesumati da storici scrupolosi, le cui ricerche condotte su libri spesso appartenenti a collezioni private (nessuno specificatamente dedicato alla setta) hanno permesso di ricostruirne il passato.
Sulle circostanze in cui la setta fu fondata, in realtà gli indizi sono molto frammentari, contraddittori, e inevitabilmente sconfinanti nella leggenda. E tuttavia anche le varie leggende concordano sull’origine spagnola della setta, origine peraltro storicamente accertata e verificata.
Senza possibilità d’errori ed equivoci, la Camorra, è possibile affermare oggi, discende da una società segreta spagnola dal nome “Confraternita della Guarduna” (della rapina), fondata ufficialmente a Siviglia nel 1417, prim’ancora, cioè, dell’inizio della dominazione spagnola nella penisola italica.
Essa era specializzata nell’organizzare delitti per conto terzi e nel percepire tangenti su ogni sorta d’attività.
L’organizzazione piramidale della setta può essere così schematizzata:
Hermano mayor
Capatazes
Floreadores fecelles
Guapos coberteras
Chivatos postulantes sirenas
Il capo della Guarduna, detto (fratello maggiore), impartiva le sue disposizioni ai
hermano mayor capatazes
(capi di provincia) dall’alto del ruolo di rilievo che già ricopriva nella società: è documentata l’esistenza di un
che riuscì a divenire segretario di Filippo III nei primi anni del ‘600. Sotto il controllo d’ogni
hermano mayor
agivano numerose unità minori: i (bravi), uomini arditi, in gergo chiamati anche
guapos
capataz punteadores
(pugnalatori), i (assaltatori), ex ergastolani fuggiti dai bagni penali di Siviglia, Malaga e Metilla, i
floreadores
(soffiatori), anziani nobili che fornivano notizie relative ai colpi da compiersi. L’organizzazione si
fecelles
giovava anche di un gran numero di (copritrici), e di giovani dai dieci ai quindici anni detti
coberteras chiva-
(caprioli); dopo un anno di tirocinio, questi novizi potevano essere promossi (aiutanti) ed in-
tos postulantes
fine ambire alla carica di Non mancavano le donne bellissime ed affascinanti, le che funge-
sirenas,
guapo.
vano da esche ammaliatrici per attrarre nei tranelli le vittime prescelte.
L’azione della Guarduna si estese nei secoli di maggiore attività su tutta l’area meridionale della Spagna, fino a raggiungere nel ‘700 le aree del nord, lasciando dietro di sé ruberie, estorsioni, omicidi. La setta manteneva rapporti con guardie, scrivani, magistrati e vescovi inquisitori, e su incarico di terzi compiva vendette personali o uccisioni di carattere politico.
Lo statuto della Guarduna, firmato “El e composto a Toledo nel 1420, servì da modello per quel-
Camilludo”
lo che la Camorra napoletana comporrà quattro secoli più tardi. Vale perciò la pena riprodurlo integralmente:
- Ogni galantuomo, fornito di buon occhio, di buone orecchie, buone gambe e punto lingua, può divenire membro della Guarduna. Potranno divenirlo pure le persone rispettabili di una certa età che desidereranno servire la confraternita, sia tenendola al giorno delle buone operazioni da farsi, sia dando i mezzi di seguire le dette operazioni.
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Tesina - Premio maturità 2009
Titolo: Camorra. Tra ieri ed oggi, cos'è cambiato?
Autore: Buzzoni Mirko
Scuola: Istituto commerciale
Materie trattate: Storia (unificazione d'Italia), Diritto (associazioni non profit), Economia (Bilancio)
Area: umanistica
Descrizione: Mafia è un termine diffuso ormai a livello mondiale con cui ci si riferisce ad una particolare tipologia d'organizzazione criminale. Le analisi moderne del fenomeno la considerano, prima ancora che un organismo delittuoso, una organizzazione di potere; ciò evidenzia come la sua principale garanzia d'esistenza non stia tanto nei proventi delle attività illegali, quanto nelle alleanze e collaborazioni con funzionari dello Stato, in particolare politici, nonché del supporto di certi strati della popolazione.
L'etimologia non chiarisce con sicurezza l'origine del nome "mafia", in quanto priva di testi specifici e ricca d'interpretazioni più o meno verificabili o realistiche. La radice potrebbe dipendere dalla dominazione araba nelle regioni italiane meridionali, avvenuta tra il nono e l'undicesimo secolo. La parola "Ma Hias", significante "spacconeria", veniva per esempio utilizzata per indicare la tracotanza di una piccola associazione segreta di malfattori avente il medesimo nome. Nell'arabo parlato, l'espressione "Ma fi-ha" esprime "non c'è" o "non esiste", mentre con "mu'afak" s'intende "protezione dei deboli". La storia delle mafie che imperversano nel nostro Paese da secoli insegna come le congreghe malavitose si proponessero, durante l'800, secolo del loro massimo splendore, come società invisibili dedite alla protezione della popolazione, i cui bisogni erano completamente ignorati dalla dinastia borbonica e da quella piemontese anche dopo l'Unità d'Italia. Nulla ha invece a che vedere la toscana "maffia", usata per indicare la miseria.
Bibliografia:
- Ciconte E.(2008), "Ndrangheta, prima edizione. Soveria Mannelli (Catanzaro), Robbettino
- De Stefano B. (2007), I boss della camorra, prima edizione. Ariccia (Roma), Newton Compton editori
- Longo M. (1997), Sacra Corona Unita, storia, struttura, rituali, prima edizione. Lecce, Pensa Multimedia (Generazioni, 1)
- Marino G. (2006), I padrini, seconda edizione. Ariccia (Roma), Newton Compton editori
- Marino G. (2009), Storia della mafia, terza edizione. Ariccia (Roma), Newton Compton editori (Universale Storica Newton, 62)
- Paliotti, V. (2006), Storia della camorra, seconda edizione. Ariccia (Roma), Newton Compton editori
- Raab S. (2009), Le famiglie di cosa nostra, prima edizione, Trad. di M. Bianchi Oddera. Ariccia (Roma), Newton Compton editori (Universale Storica Newton, 76) [tit. orig. Five Families]
- Saviano R. (2006), Gomorra, prima edizione. Milano, Mondadori
- www.altalex.com
- www.brigantaggio.net
- www.camera.it
- www.corriere.it
- www.crimeblog.it
- www.libera.it
- www.liberainformazione.org
- www.liberaterra.it
- www.narcomafie.it
- www.yahoo.