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La proba apofania del dialogo tra fede e ragione

Enrico Pomo

A

III B Classico Ai miei nonni ed a Oscar,

qui vult esse beatus, colit virtutes, vitia fugit

Introduzione

Proba apofania significa manifestazione sociologica, e la migliore definizione che si possa dare è la foto in copertina; un giovane efebico, rappresentante l’Io, con i piedi nudi, che rappresentano le radici dell’Io, ricarica un orologio, la Ragione, con la mano nella quale stringe un rosario, la Fede.

Il giovane però è incerto e in un momento di riflessione, ha la posizione di uno spinario, e i dettagli più importanti sono gli oggetti che ha tra le mani, separati ma che si rafforzano reciprocamente: alla corona del Rosario manca un grano, che è sostituito dalla catenella dell’orologio annodata, quindi la Ragione aiuta la Fede, l’orologio caricato con la mano in cui ha il Rosario, dunque libera dalla Ragione.

Un ultimo dettaglio da notare è la gamba che poggia per terra, sulla quale il giovane potrà fare forza per annunciare quello che ha scoperto: Fede e Ragione possono dialogare e collaborare, uscendo rafforzate dal loro incontro.

Indice

  • Mappa concettuale: pagina 3
  • Letteratura italiana, inglese: pagina 4

L’elaborazione del lutto, varco verso la proba apofania

Letteratura greca: pagina 12

Ritrovare la ragione attraverso la fede: dionisismo e tarantismo a confronto

Letteratura latina: pagina 18

Trovare la fede attraverso la ragione: la conversione

Storia: pagina 25

Dal non expedit al Partito Popolare, fede e ragione si accordano

Filosofia: pagina 28

La ragione arriva alla fede: Kierkegaard e Comte

Geografia astronomica, fisica: pagina 34

Il Sole, modello di annuncio

Bibliografia e sitografia: pagina 40

Le radici del sistema: pagina 41

Mappa concettuale

Il Sole e il calore

L’elaborazione del lutto Dionisismo e tarantismo

La proba apofania del dialogo tra Fede e Ragione

La conversione La storia del Non-expedit

Kierkegaard e Comte

L’elaborazione del lutto, varco verso la proba apofania

Affinché la proba apofania possa entrare nella vita dell’uomo è necessario che l’individuo viva un’esperienza forte e dolorosa; il lutto e la sua elaborazione sono l’esempio migliore per introdurre la proba apofania.

Nella ricerca degli esempi letterari che potessero dimostrare come dalla morte si possa passare alla vita mi sono imbattuto in tre personaggi distanti ma accomunati dall’esperienza dolorosa della perdita di una persona cara: Ungaretti, Leo ed Eveline.

Ungaretti nel 1930 perse la madre e scrisse una lirica nella quale si ravvisa l’inizio della sua conversione. Leo è il personaggio principale di Bianca come il latte rossa come il sangue e vive l’esperienza della morte del suo primo amore adolescenziale.

Eveline è una ragazza che vive tra la Gente di Dublino e vive lo struggimento interiore dato dalla necessità di prendere una decisione fondamentale per la propria vita che è cambiata dopo la morte della madre.

Prima di introdurre ed analizzare questi personaggi e le vicende dei loro autori è bene chiarire cosa sia il lutto e come esso venga elaborato secondo le principali teorie.

Sigmund Freud (Freiberg, 6 maggio 1856 – Londra, 23 settembre 1939) in Lutto e Melancolia descrive il lutto come la reazione alla perdita di una persona amata o di un’astrazione (la patria, un ideale, la libertà ecc.) che ha sostituito la persona amata. Il padre della psicoanalisi sostiene anche che, sebbene il lutto comporti gravi deviazioni dell’atteggiamento normale verso la vita, non lo si considera come uno stato patologico.

John Bowlby (Londra, 26 febbraio 1907 – Isola di Skye, 2 settembre 1990), psicanalista molto importante nello studio del lutto, ne descrive un modello a quattro fasi: la prima è di stordimento che può durare da alcune ore ad una settimana, quando si riceve la notizia della perdita.

Quando il soggetto comincia a rendersi cosciente della perdita passa alla seconda fase di ricerca e struggimento per la persona persa, che può durare alcuni mesi, a volte anni; in questa fase sono predominanti e alternati due stati d’animo: la certezza della morte e l’impossibilità di crederci.

Appare anche la collera, di solito rivolta a chi è considerato responsabile dell’evento, di ciò può essere responsabilizzato anche il defunto. L’essenza di questa fase è l’ansiosa ricerca della persona persa; solo quando si accetta che la perdita è permanente la collera scompare e subentra la terza fase di disperazione e disorganizzazione.

Solo se si tollera il dolore si può lentamente elaborare il lutto. La graduale accettazione della perdita permette di passare alla quarta ed ultima fase di ridefinizione di se stesso e della situazione che può durare alcuni anni.

In questa fase alcuni modelli di comportamento, sentimento e pensiero condivisi con la persona morta si perdono e se ne conservano altri. In questa fase del lutto ci sono sogni vividi e sensazioni di presenza, così la persona scomparsa viene “ricollocata” emozionalmente nel mondo interno del superstite, dando luogo ad un minor isolamento affettivo e sociale.

Introdotto il lutto e la sua elaborazione è ora più semplice comprendere alcune pieghe dell’animo degli autori.

Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1888 e trascorse in Africa l’infanzia, e nel 1912 si trasferì a Parigi, dove entrò in contatto con gli ambienti dell’avanguardia francese. Partì come soldato per la Prima Guerra Mondiale e tale esperienza fu fondamentale per la sua vocazione di poeta.

Fu professore in Brasile e traduttore da varie lingue. Morì a Milano nel 1970. Le principali raccolte di Ungaretti sono Il porto sepolto (1917), Allegria di naufragi (1919), Sentimento del tempo (1933) e Il dolore (1947). Negli anni ’50 e ’60 furono pubblicate diverse raccolte.

Nella prima fase di Ungaretti (successivamente raccolta in L’allegria) il poeta ha uno stile espressionistico e rivoluzionario i cui caratteri principali sono la frantumazione metrica e sintattica e la quasi totale assenza di punteggiatura.

La seconda fase (quella di Sentimento del tempo) della scrittura ungarettiana riprende i metri classici ed ha un ritorno al classicismo anche da un punto di vista espressivo.

Il filo che unisce le due fasi poetiche è la “religione della parola”: in Ungaretti la parola viene caricata al massimo di tensione espressiva e ciò dimostra la fiducia nella poesia come foriera di verità attraverso le parole.

La poesia ungarettiana è la sintesi dell’abilità tecnica e dell’ispirazione lirica ed è l’unico tramite, secondo Ungaretti, tra storia e l’assoluto o tra le realtà sensibili e quelle sovrasensibili.

A tale proposito, la poesia La madre canta il rapporto tra la madre scomparsa e il figlio ancora vivente. La poesia è stata scritta nel 1930, subito dopo la morte della madre.

Il lutto spinge l’autore a considerare in prospettiva la propria morte, momento della ricongiunzione tra madre e figlio. Nel testo emerge che, con il ripristino del rapporto con la madre, il poeta recupererà anche l’innocenza scaturente da tale rapporto; l’innocenza del rapporto sarà resa possibile dal perdono divino, ottenuto per intercessione della madre.

Il gesto estremo dell’intercessione presso Dio indica un severo atteggiamento di subordinazione degli affetti familiari ai valori morali. Il testo è esemplificativo della concezione religiosa del poeta che vede la morte come il ritorno a Dio e il recupero dell’innocenza perduta. Il testo recita:

E il cuore quando d’un ultimo battito

Avrà fatto cadere il muro d’ombra,

Per condurmi, Madre, sino al Signore,

Come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,

Sarai una statua davanti all’Eterno,

Come già ti vedeva

Quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,

Come quando spirasti

Dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,

ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,

E avrai negli occhi un rapido sospiro.

Il componimento dal punto di vista metrico è un ottimo esempio del fare poetico di Ungaretti nel suo secondo periodo; i versi tradizionali vengono recuperati, endecasillabi e settenari si alternano alla maniera tradizionale in cinque strofe di lunghezza diversa.

All’interno del carme le strofe subiscono una contrazione dell’estensione, per meglio consentire la carica simbolica di ogni parola. Le strofe prima, quarta e quinta, in cui il poeta parla di sé, sono tutte composte da endecasillabi, metro con il quale il poeta rappresenta la riflessione attorno a se stesso, conferendo solennità e distensione alla poesia; invece la seconda, la terza, composte di cinque settenari e due endecasillabi cantano la madre e rievocano la tragedia della morte.

In Sentimento del tempo le caratteristiche fondamentali della poesia ungarettiana sono: il preziosismo aulico e la libertà analogica; il primo comporta la ricerca raffinata di un fare poetico mirante al sublime, su stampo petrarchista; la seconda porta alle estreme conseguenze le correspondances.

In La madre si possono ravvisare il preziosismo nella ricercatezza formale e nella precisa disposizione dei versi e la libertà analogica al verso 6 in cui il poeta descrive la posizione solenne della madre come una statua.

Analizzando le tematiche del carme è possibile considerare i temi della morte e del rapporto madre e figlio alla luce sia della fede sia della ragione.

La poesia è immersa in uno slancio fideistico del poeta; il poeta evita qualsiasi riferimento al mondo umano e la morte non è foriera di dolore ma trampolino di lancio verso un futuro incontro con la madre e non come una netta cesura nel rapporto.

Razionalmente la poesia può essere interpretata con una chiave psicoanalitica, ponendo la figura Divina come datrice del perdono; Dio dunque diviene il detentore della legge morale e solo dopo aver ricevuto il perdono divino, sottomettendosi alla moralità, il poeta ha possibilità di recuperare il rapporto con la madre anche se in forma sublimata e spirituale.

Considerando ancora da un punto di vista psicanalitico la poesia emergono due temi importanti: la rielaborazione del lutto e la messa in gioco della relazione edipica tra madre e figlio.

I temi sono introdotti attraverso un prezioso gioco poetico dell’autore e una forte mediazione intellettuale, dovuta all’inizio della conversione, è però palese il forte coinvolgimento emotivo del poeta che nell’atto del porgere la mano alla madre regredisce all’infanzia e nella volontà stroncata di farsi guardare dalla madre con un “rapido sospiro” (v 15) dichiara la voglia di una relazione fisica, e non spirituale con la madre.

La figura di Ungaretti è importante per la letteratura italiana di inizio Novecento ma scendendo nell’esperienza di vita di un giovane contemporaneo l’esperienza del lutto è vissuta diversamente, l’unico esempio che rappresenti veramente le reazioni di un giovane è Bianca come il latte rossa come il sangue, non essendo (purtroppo) ancora considerato letteratura non è stato possibile rinvenire letture critiche dell’opera, dunque ho contattato l’autore che mi ha consigliato alcuni suoi scritti e alcune interviste rilasciate con le quali ho analizzato il tema della morte e la modalità di rielaborazione del lutto di un adolescente contemporaneo.

La trama e le principali tematiche dell’opere sono chiarite in un articolo in cui l’autore dice << […]Per ogni emozione un colore. Una scala cromatica al contrario: il bianco non è pace, ma solitudine, ospedale, silenzio. Il rosso, ovviamente, è passione ma anche sangue e perfino capelli. E l’azzurro, invece, è occhi, mare e cielo.[…] Leo, il protagonista che “è nato il primo giorno di scuola, cresciuto e invecchiato in soli duecento giorni”, si innamora di Beatrice, una bella rossa, compagna di scuola.

Ma il dramma della leucemia è in agguato e, tra professori dai nomi un po’ troppo sentimentali, come "il sognatore", il prof di filosofia tra le nuvole, e "Gandalf", il docente di religione che si ispira - per ammissione dell’autore - un po’ a padre Pino Puglisi e un po’ a "Il signore degli anelli" - Leo si ritrova a porsi delle domande da adulto.

Il filo conduttore è sempre il colore che cerca di esplicitare la psicologia della solitudine dei ragazzi: il bianco. “È un colore che non sopporto: non ha confini - scrive D’Avenia - Passare una notte in bianco, andare in bianco, alzare bandiera bianca, lasciare il foglio in bianco, avere un capello bianco. Anzi, il bianco non è neanche un colore. Non è niente, come il silenzio”.

I problemi di Leo sono comuni a tutti gli adolescenti: un risultato scolastico non eccellente con qualche problema di congiuntivi, le partite di calcetto, gli amici con cui girare in motorino e i primi amori ginnasiali.

Un ragazzino che ogni tanto si sente “un naufrago al centro di un oceano di solitudine”. Una scuola senza troppi bulli, anoressici, drogati e con pochissimo Grande Fratello. […] Il protagonista di "Bianca come il latte, rossa come il sangue" cresce in fretta perché scopre cosa significa essere innamorato di una persona che sta morendo e, pagina dopo pagina, si delinea anche il suo primo rapporto con Dio:

“Cade per terra il crocifisso. Lo stringo in mano. Incazzato. Lo guardo. Anche lui dorme. Anche lui ha lo sguardo di Beatrice mentre dorme. E io capisco che anche lui capisce cosa prova Beatrice, perché sembra esserci passato. Perché le persone buone, ammesso che tu esista, devono soffrire?”.

Nelle pagine di D’Avenia emerge costantemente il tema della religione, una scelta piuttosto ardita se si parla con i ragazzi: «Dio non è un argomento poco cool. Anzi molti ne vorrebbero sapere di più. Una volta una mia alunna mi ha scritto questa frase: "Dio non esiste. Dio non mi vuole bene". Lei come tanti altri cercano solo qualcuno con cui confrontarsi. E io gli do la possibilità di parlarne.

Lo so che a molti può sembrare una scelta controcorrente, ma io preferisco questo alla filosofia del Grande Fratello». Un po’ "L’attimo fuggente" e un po’ "Scusa ma ti chiamo amore", il romanzo descrive una famiglia dai soliti problemi, con qualche porta che sbatte, qualche discussione sopra le righe ma, strano a dirlo, senza amanti e con due genitori pronti a essere da esempio al figlio.

[…] Come tutti i libri che si rispettino, non è mancata una polemica, questa volta legata al fatto che D’Avenia si sarebbe ispirato un po’ troppo a una storia vera, la morte di leucemia di una studentessa dai capelli rossi: «Durante una supplenza un ragazzino ha raccontato del lutto che era capitato in quella scuola qualche tempo prima. Dalla sua faccia ho capito che l’aveva toccato in modo particolare. Tutto qui. Il resto non mi interessa e mi dispiace del polverone che si è creato» . >>

Leo supera l’esperienza della morte di Beatrice, dopo una lunga vacanza, facendo ricorso ai discreti genitori che giganteggiano sullo sfondo di tutto il romanzo, impara il valore dell’amore e riesce a razionalizzare l’esperienza vissuta.

Le figure genitoriali positive e la distanza dall’ambiente tipico di vita sono gli elementi che lo legano alla figura di Eveline.

Leo ed Eveline sono antitetici; la giovane, la cui storia viene raccontata in Gente di Dublino non supera la morte della madre a causa delle enormi responsabilità di cui si è sobbarcata e dell’ingombrante e negativa figura del padre.

Eveline è innamorata di un uomo che ricambia il suo sentimento ma dopo aver deciso di scappare con lui rimane paralizzata dai suoi moti interiori.

James Joyce (2 February 1882 – 13 January 1941) was an Irish novelist and poet, considered one of the most influential writers in the modernist avant-garde of the early 20th century.

Joyce was born into a middle-class family in Dublin, where he excelled as a student at the Jesuit schools. After his graduation in 1902 he went to Paris with the intention of studying medicine, but after few months he comes back in Dublin because his mother was dying.

In 1904 he meets Nora Barnacle and then they left once again for the Continent. In 1905 he first went to Zurich and then he became teacher at Berlitz school in Trieste. He will stay in Trieste until 1915.

He spends the later years between Zurich, Paris. He died in 1941 in Zurich. Though most of his adult life was spent abroad, Joyce’s fictional universe does not extend far beyond Dublin.

Most important Joyce’s works are Chamber Music (1907), Dubliners (1914), A Portrait of the Artist as a Young Man (1914), Ulysses (1922).

In the Dubliners there’s a very singular character who’s Eveline.

Leo and Eveline are antithetic. The young, whose history comes told in Dubliners, does not exceed the death of the mother because of the enormous responsibilities that she undertakes and the cumbersome and negative figure of the father.

Eveline is in love of a man who repays her feeling but after have decided to escape with him she remains paralyzed from her inner motions.

The positive parental figures and the distance from the typical atmosphere of life are the elements that tie up the figure of Eveline. This story focuses on the theme of escape.

Eveline decides to escape after having heard the same melody that rings during her mother’s death.

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Sintesi

Letteratura italiana, inglese

-L’elaborazione del lutto, varco verso la proba apofania-

Letteratura greca

-Ritrovare la ragione attraverso la fede: dionisismo e tarantismo a confronto-

Letteratura latina

-Trovare la fede attraverso la ragione: la conversione-

Storia

-Dal non expedit al Partito Popolare, fede e ragione si accordano-

Filosofia

-La ragione arriva alla fede: Kierkegaard e Comte-

Geografia astronomica, fisica

-Il sole, modello di annuncio-

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