La notte prima del colloquio è sempre la stessa: si ripassano le risposte, si immaginano le domande più cattive, si arriva davanti al selezionatore già sconfitti. Seneca, che di recruiter non ne ha mai incontrati, quell'ansia la conosceva benissimo. Nelle Lettere a Lucilio, scritte quasi duemila anni fa, il filosofo stoico ha lasciato alcune delle osservazioni più lucide sulla paura di ciò che deve ancora succedere. Rilette oggi, sembrano scritte per chi aspetta una chiamata dalle risorse umane.
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"Soffriamo più nell'immaginazione che nella realtà": la trappola dell'attesa
Nella tredicesima lettera all'amico Lucilio, Seneca scrive che sono più le cose che ci spaventano di quelle che davvero ci schiacciano, e che soffriamo più nell'immaginazione che nella realtà. Poi fa un passo in più: certe cose, spiega, ci tormentano più del dovuto, altre prima del dovuto, altre ancora senza alcun motivo.
È la descrizione esatta della settimana che precede un colloquio. Il selezionatore che sbuffa, la domanda a cui non si sa rispondere, il silenzio imbarazzato: sono scene che si recitano decine di volte nella testa e quasi mai nella realtà. E intanto l'ansia consuma energie che servirebbero per prepararsi.
Il rimedio di Seneca è semplice e un po' brutale: separare i fatti dalle previsioni. Il colloquio è fissato, le domande sono ignote, l'esito è incerto. Tutto il resto è racconto. In un'altra lettera il filosofo lo dice in modo ancora più netto: l'animo ansioso per il futuro è infelice, perché si condanna a soffrire prima ancora che arrivi la sofferenza.
Immaginare il peggio per smettere di temerlo
Sembra un controsenso, ed è uno dei consigli più famosi dello stoicismo. Nella ventiquattresima lettera Seneca suggerisce a Lucilio di liberarsi dall'inquietudine dando per certo proprio ciò che teme, e poi di misurarlo con calma. È l'esercizio che la tradizione stoica chiama praemeditatio malorum, la riflessione anticipata sui mali possibili.
Applicato alla ricerca di lavoro funziona così: la sera prima si prende un foglio e si scrive cosa succederebbe se il colloquio andasse nel modo peggiore. Non arriverebbe l'offerta. E poi? Si continuerebbe a inviare candidature, con un'esperienza in più e qualche domanda in meno da temere la volta successiva. Messo nero su bianco, il disastro che toglieva il sonno diventa un problema con una soluzione.
Non a caso alcuni padri della terapia cognitivo-comportamentale, come lo psicologo Albert Ellis, hanno riconosciuto un debito verso gli stoici. L'idea di fondo è la stessa: a ferirci, spesso, è il modo in cui interpretiamo gli eventi, più degli eventi stessi.
Dopo il "no": il fuoco che mette alla prova l'oro
Prima o poi arriva la mail che comincia con "Purtroppo". Seneca di sconfitte se ne intendeva: nel 41 d.C. l'imperatore Claudio lo esiliò in Corsica, dove rimase otto anni, lontano da Roma e dalla carriera. Ne uscì per diventare il precettore del giovane Nerone.
Nel trattato La provvidenza scrive che il fuoco mette alla prova l'oro e le avversità mettono alla prova gli uomini forti. Per uno stoico un rifiuto è prima di tutto un'occasione per allenarsi, e conviene trattarlo come tale: chiedersi cosa si può migliorare, se possibile chiedere un riscontro all'azienda, e poi lasciarlo andare.
C'è infine la distinzione che regge tutto il pensiero stoico. La preparazione, il curriculum, il modo di presentarsi dipendono da chi si candida. La decisione finale, il budget dell'azienda, il candidato interno già scelto dipendono da altri. Il proprio valore si misura sulla prima parte, e solo su quella. Seneca, in una delle sue tragedie, lo dice così: dalla terra alle stelle non esiste una strada facile.