Per Halloween la Roma esoterica offre luoghi segnati da simboli alchemici, leggende di streghe e reliquie considerate miracolose. A raccontarli è Turismoroma.it, che dedica una pagina all'anima occulta della Capitale, tra porte magiche, enigmi incisi nella pietra e papi con la fama di maghi.
Le tappe scelte qui stanno a breve distanza l'una dall'altra, tra piazza Vittorio, Santa Maria Maggiore, Santa Croce in Gerusalemme e San Giovanni in Laterano. Il criterio è semplice: si possono collegare in un unico giro, passando da una leggenda all'altra.
Indice
La Porta Magica di piazza Vittorio e la pietra filosofale
La Porta Magica si trova in piazza Vittorio Emanuele II ed è oggi murata. Viene chiamata anche "Porta Alchemica", e il motivo lo capisci appena la guardi da vicino.
È tutto quello che resta di Villa Palombara, che il marchese Oddo Savelli di Palombara iniziò a costruire a partire dal 1620. La villa passò poi al figlio Massimiliano, uomo di grande cultura e appassionato di alchimia.
Proprio Massimiliano ci fece costruire un laboratorio per i suoi esperimenti. Ed è da qui che parte la leggenda che dà alla porta il suo significato.
Si racconta che in una notte di tempesta del 1680 la villa ospitò un viaggiatore, probabilmente il medico alchimista Francesco Borri. Entrato nei giardini, l'uomo si mise a cercare una misteriosa erba capace di produrre oro.
La mattina dopo era sparito nel nulla. Di lui restavano solo pagliuzze d'oro e alcuni manoscritti enigmatici, pieni di simboli.
Il marchese decise allora di far incidere sulla porta tutte quelle formule. Secondo la tradizione conterrebbero il segreto della pietra filosofale, la sostanza leggendaria cercata dagli alchimisti.
Le incisioni sono ancora lì: triangoli, simboli di pianeti, scritte in ebraico e iscrizioni in latino. A fare la guardia ci sono due statue del dio egizio Bes... e il codice, finora, nessuno l'ha svelato.
San Giovanni e la Notte delle streghe del 24 giugno
Roma ha la sua notte delle streghe, e cade a giugno, ben prima di Halloween. La festa del 24 giugno, dedicata a San Giovanni, in città era chiamata anche "Notte delle streghe".
Secondo la tradizione, nella notte della vigilia le streghe giravano per Roma alla ricerca delle anime. Per difendersi, la gente non restava chiusa in casa, anzi.
Da tutti i rioni partivano gruppi di persone al lume di torce e lanterne, diretti verso i prati di San Giovanni. Lì si pregava il santo, si beveva e si faceva baccano con tamburelli, trombette e campanacci.
Il vero protagonista della serata, però, era un piatto: le lumache, mangiate nelle osterie e nelle baracche allestite per l'occasione. Una scelta tutt'altro che casuale, vero?
Le corna delle lumache rappresentavano discordie e preoccupazioni. Mangiarle significava allontanare le negatività, una specie di rito scaramantico da gustare a tavola.
La festa andava avanti fino all'alba, quando il Papa arrivava al Laterano per celebrare la messa. Subito dopo lanciava monete d'oro e d'argento dalla loggia della basilica.
Per i più scaramantici, Turismoroma.it suggerisce di cercare un buon piatto di lumache in una trattoria tradizionale della zona. In questo quartiere sacro e profano si sono incontrati per secoli, e un po' si sente ancora.
Il Quadrato del Sator nei sotterranei di Santa Maria Maggiore
A pochi passi da piazza Vittorio c'è la Basilica di Santa Maria Maggiore, già nota per il miracolo della neve. Nei suoi sotterranei si nasconde un antico enigma: il Quadrato del Sator.
Sul quadrato sono incise cinque parole: Sator, Arepo, Tenet, Opera, Rotas. Messe una sotto l'altra, formano una griglia che sembra semplice. Ma basta provare a leggerla per accorgersi del trucco.
La frase resta identica in qualsiasi verso: da sinistra a destra, da destra a sinistra, dall'alto in basso e dal basso in alto. È un palindromo, come certe parole che si leggono uguali anche al contrario.
Il quadrato è diffuso in varie zone d'Europa, e il suo testo resta un rompicapo. Ci lavorano sopra archeologi, matematici, filologi e studiosi di tutto il mondo, senza una risposta definitiva.
Trovarlo proprio a Roma, nei sotterranei di una delle sue basiliche più importanti, aggiunge un tocco di mistero in più. Chi ama gli enigmi sa già dove andare.
Santa Croce in Gerusalemme e la leggenda del Papa mago
A poca distanza si può arrivare alla Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. La sua storia si intreccia con quella di Gerberto D'Aurillac, diventato papa nel 999 con il nome di Silvestro II.
Uomo dalle conoscenze straordinarie, era noto come il "Papa mago" ed è stato una delle figure più controverse della storia di Roma. La leggenda dice che il suo potere arrivasse dai favori del demonio.
Si racconta che possedesse un libro magico e una maschera d'oro capace di rispondere alle sue domande. Dentro, secondo la storia, aveva intrappolato un demone.
Un giorno il papa chiese alla maschera come sarebbe morto. La risposta fu: "Tu morirai officiando messa a Gerusalemme".
Il 12 maggio 1003 Silvestro II morì nel palazzo del Laterano, dopo un malore durante la messa a Santa Croce in Gerusalemme. Fu sepolto nella vicina Basilica di San Giovanni in Laterano.
La leggenda va oltre. Quando la sua tomba fu aperta, 645 anni dopo, il corpo sarebbe stato trovato intatto, per poi dissolversi a contatto con l'aria in una nube di polvere.
Rimasero solo una croce d'argento e l'anello papale. Ancora oggi si dice che, quando muore un papa, dal sepolcro di Silvestro II scenda un rivolo d'acqua.
Il Sancta Sanctorum e l'immagine acheropita
Di fianco alla Basilica di San Giovanni c'è uno dei luoghi con più reliquie al mondo, il Sancta Sanctorum. Ci si arriva dalla Scala Santa, che secondo la tradizione è quella salita da Gesù nel palazzo di Ponzio Pilato, inviata a Roma da Sant'Elena.
Sull'architrave davanti all'altare si legge "Non est in toto sanctior orbe locus", cioè "Non esiste al mondo luogo più santo". Qui è esposta l'immagine acheropita del Redentore: acheropita significa non dipinta da mano umana.
Una leggenda racconta che Maria chiese all'apostolo Luca un ritratto di Cristo. Luca non fece in tempo a iniziare: trovò l'immagine già impressa sulla tela, forse per mano degli angeli.
Un'altra versione dice che il patriarca di Costantinopoli la gettò in mare per salvarla dalle persecuzioni iconoclastiche. L'icona arrivò sulle rive del Tevere, dove la raccolse Papa Gregorio II, avvisato da un sogno.
Nel XIII secolo fu ricoperta con una lamina d'argento, che lascia visibile il volto dipinto su un panno di seta. In passato perfino i papi la portavano in processione come un talismano.