Il Piccolo Principe non comincia con il Piccolo Principe. Comincia con un disegno fatto da un bambino di sei anni: una sagoma marrone, tondeggiante, che a chiunque sembra un cappello. Non lo è. È un serpente boa che ha ingoiato un elefante intero.
In quella prima pagina, che molti lettori sfogliano in fretta, Antoine de Saint-Exupéry ha nascosto la chiave di tutto il libro. E anche un piccolo test che, a più di ottant'anni dalla pubblicazione, funziona ancora benissimo.
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Il disegno numero 1
A raccontare la storia è l'aviatore che, più avanti, incontrerà il Piccolo Principe nel deserto. Da bambino, spiega, aveva visto in un libro sulla foresta vergine l'immagine di un serpente boa che inghiottiva una belva. Il libro diceva che i boa ingoiano la preda intera, senza masticarla, e poi non riescono più a muoversi: dormono per sei mesi, il tempo di digerirla.
Colpito da quell'idea, il bambino prese una matita e fece il suo primo disegno. Lo mostrò agli adulti e chiese se facesse paura. La risposta fu disarmante: perché mai un cappello dovrebbe fare paura?
Così fece un secondo disegno, questa volta con il serpente "aperto", per mostrare l'elefante all'interno. Gli adulti hanno sempre bisogno di spiegazioni, commenta. Il risultato fu ancora peggiore: gli consigliarono di lasciar perdere i serpenti, aperti o chiusi, e di dedicarsi piuttosto alla geografia, alla storia, all'aritmetica e alla grammatica.
Fu così che, a sei anni, abbandonò quella che definisce ironicamente una magnifica carriera di pittore. Diventò pilota. E la geografia, ammette, gli è servita davvero: a colpo d'occhio sa distinguere la Cina dall'Arizona.
Perché i grandi vedono un cappello
Il bambino non smise mai del tutto di credere nel suo disegno. Da adulto lo portava sempre con sé e lo usava come una specie di esame: quando incontrava una persona che gli sembrava un po' più lucida delle altre, glielo mostrava. La risposta era sempre la stessa: "È un cappello". Allora rinunciava a parlarle di boa, di foreste vergini e di stelle, e si metteva al suo livello, discutendo di bridge, di golf, di politica e di cravatte.
Il cappello è il simbolo di un modo di guardare. Gli adulti vedono quello che si aspettano di vedere: riconoscono una forma familiare, le danno subito un nome e passano oltre. Gli psicologi descrivono un meccanismo simile con l'espressione "fissità funzionale", la tendenza a vedere le cose solo nel modo in cui siamo abituati a usarle. È un'abitudine utile per orientarsi in fretta nel mondo, ma ha un prezzo: smettiamo di farci domande su ciò che abbiamo davanti.
Saint-Exupéry torna sull'argomento poco più avanti, con un esempio ancora più tagliente. Se a un adulto si descrive una bella casa di mattoni rosa, con i gerani alle finestre e le colombe sul tetto, non riesce a immaginarla. Bisogna dirgli quanto costa. Solo allora esclama: che bella casa!
L'unico che vede l'elefante
Anni dopo, l'aviatore precipita con il suo aereo nel deserto del Sahara. All'alba lo sveglia una vocina: un bambino biondo gli chiede di disegnargli una pecora. Lui, che a sei anni ha smesso di disegnare, gli mostra l'unico disegno che sa fare: il serpente chiuso.
La reazione è sorprendente. Il Piccolo Principe protesta subito: non vuole un elefante dentro un boa, perché il boa è pericoloso e l'elefante ingombra troppo. È la prima persona che vede quello che c'è davvero. Ed è proprio da quel riconoscimento che nasce l'amicizia tra i due.
Poco dopo, dopo una serie di pecore disegnate male, l'aviatore trova la soluzione: disegna una cassetta con tre buchi e spiega che la pecora è lì dentro. Il bambino è felicissimo. Ancora una volta, l'essenziale non si vede: sta dentro la scatola, come l'elefante dentro il serpente.
È lo stesso filo che attraversa tutto il libro, fino alla frase più famosa, quella che la volpe affida al Piccolo Principe: l'essenziale è invisibile agli occhi. Il disegno numero 1 la anticipa già dalla prima pagina.
Cosa dice di noi quel cappello
Saint-Exupéry pubblicò il libro nel 1943, a New York, e lo dedicò all'amico Léon Werth. Nella dedica, però, si corregge: lo dedica al bambino che Léon era stato un tempo, perché tutti i grandi sono stati bambini, anche se pochi se ne ricordano.
Il disegno del serpente serve proprio a questo: a ricordarcelo. Non dice che gli adulti sono stupidi, dice che hanno disimparato a guardare. Hanno sostituito la curiosità con le risposte pronte, la meraviglia con l'etichetta giusta da mettere alle cose. Un cappello è rassicurante: si sa cos'è, a cosa serve, quanto costa. Un serpente che ha ingoiato un elefante, invece, obbliga lavorare di immaginazione.
C'è anche un dettaglio che riguarda il modo in cui trattiamo i bambini. I grandi del racconto non si limitano a non capire il disegno: convincono il piccolo autore a smettere di disegnare, indirizzandolo verso materie più serie. È una scena che molti genitori e insegnanti potrebbero riconoscere, e che costò al narratore, come racconta lui stesso, la sua prima vocazione.
Il test dell'aviatore, alla fine, si può fare ancora oggi. Basta mostrare quel disegno a qualcuno e chiedergli che cosa vede. Ma la domanda più interessante è un'altra: che cosa ci vediamo noi, la prima volta che lo guardiamo. Chi vede un cappello non ha sbagliato. Ha solo dimenticato, per un momento, il bambino che era.