Una pallina di resina appesa ai capelli, che dondola proprio in mezzo agli occhi del neonato. A forza di guardarla, il bambino finiva per incrociare lo sguardo, ed era esattamente quello che i genitori volevano. Per i Maya, la civiltà che per secoli fiorì tra lo Yucatán e l'America centrale, gli occhi strabici erano un segno di bellezza. E non erano l'unica stranezza: teste allungate fin dalla nascita, denti limati e pietre preziose incastonate nel sorriso completavano un ideale estetico che oggi sembra quasi incredibile.
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La pallina in mezzo agli occhi: il racconto di Diego de Landa
A raccontare questa abitudine è Diego de Landa, un frate francescano spagnolo arrivato nello Yucatán nel Cinquecento, pochi anni dopo la conquista. Nella sua Relación de las cosas de Yucatán, una lunga descrizione della regione e dei suoi abitanti, spiega che le madri maya appendevano ai capelli dei figli piccoli una pallina di cera o di resina, in modo che cadesse proprio tra le sopracciglia.
Il bambino, attirato da quell'oggetto che gli dondolava davanti al viso, continuava a fissarlo con entrambi gli occhi. Con il tempo, secondo Landa, molti finivano per diventare strabici. Ed era proprio l'obiettivo: per i Maya lo sguardo incrociato era elegante, un tratto da ammirare.
C'è però un paradosso in questa storia. Gran parte di quello che sappiamo sulla vita quotidiana dei Maya lo dobbiamo proprio a Landa, che nel 1562, a Maní, fece bruciare decine di libri maya e migliaia di statue sacre perché considerati opera del demonio.
Accusato di eccessi, scrisse la sua Relación mentre aspettava di essere giudicato. L'uomo che distrusse i libri dei Maya è diventato, suo malgrado, una delle fonti più preziose per conoscerli.
Perché lo strabismo era bello: lo sguardo del dio del sole
Per capire questa preferenza bisogna guardare le immagini delle divinità maya. Kinich Ahau, il dio del sole, uno dei più importanti del loro pantheon, nell'arte maya compare quasi sempre con caratteristiche ben riconoscibili: un grande naso aquilino, i denti limati e gli occhi strabici.
Secondo l'interpretazione più diffusa tra gli studiosi, avere lo sguardo incrociato voleva dire somigliare a un dio. Era un modo per mostrare un legame con il divino e, in una società molto gerarchica come quella maya, anche il proprio rango. Non a caso molti re aggiungevano al proprio nome il titolo di K'inich, "dal volto di sole".
Quanto funzionasse davvero quel metodo, è difficile dirlo. Le fonti raccontano l'intenzione e l'abitudine, non quanti bambini diventassero effettivamente strabici. Ma il fatto che un frate spagnolo l'abbia notata, e annotata, lascia pensare che fosse un'abitudine piuttosto comune.
Teste allungate, denti di giada e tatuaggi
Gli occhi strabici erano solo una parte di un ideale di bellezza molto più elaborato. Il caso più impressionante è quello della testa. Nei primi giorni di vita, quando le ossa del cranio sono ancora morbide, ai neonati veniva legata la testa tra due tavolette di legno. Con il tempo la fronte si allungava e si inclinava all'indietro. Secondo molti studiosi l'obiettivo era somigliare al dio del mais, raffigurato con una testa allungata come una pannocchia.
Poi c'era il sorriso. I Maya limavano i denti per dar loro forme diverse, a punta o dentellate, e praticavano nello smalto piccoli fori in cui incastonavano dischetti di giada, pirite o altre pietre. Erano interventi di una precisione sorprendente, fatti con trapani rudimentali e polveri abrasive, e molti di quegli intarsi sono rimasti al loro posto per secoli, fino a oggi.
Completavano il quadro i grandi orecchini che allargavano i lobi, i tatuaggi e le cicatrici decorative. Landa racconta che i giovani aspettavano il matrimonio per farsi tatuare, e che il dolore era tale da provocare spesso infezioni. Proprio per questo chi era coperto di tatuaggi veniva considerato coraggioso.
Una bellezza lontanissima, ma non poi così tanto
Visti con gli occhi di oggi, gli strabismi indotti e le teste allungate sembrano pratiche estreme. Per i Maya, però, erano il modo più naturale per mostrare chi si era: a quale famiglia si apparteneva, quale posto si occupava nella società, quanto si era vicini agli dèi.
E forse non sono poi così lontane da noi. Apparecchi per i denti, piercing, tatuaggi, ritocchi estetici: anche oggi modelliamo il corpo per assomigliare a un ideale. Cambiano solo i modelli. I Maya guardavano il volto del dio del sole. Noi, più spesso, lo schermo di uno smartphone.