Nel Medioevo la visita dal medico poteva cominciare e finire con una semplice boccetta di vetro: il dottore la riempiva con la pipì del paziente poi ne osservava colore, trasparenza e residui per capire quale malattia avesse.
Sembra una scena da commedia, eppure per secoli è stata una pratica medica del tutto normale.
Si chiamava uroscopia ed era uno dei principali strumenti diagnostici a disposizione dei medici medievali. Il colore, la trasparenza e persino i residui presenti nell'urina venivano interpretati come indizi sullo stato di salute del paziente.
Esistevano addirittura delle speciali ruote cromatiche, simili a quelle che oggi utilizziamo per scegliere le tonalità di una vernice, ma dedicate interamente alla pipì.
E la cosa più sorprendente è che, nonostante molte delle conclusioni dell'epoca fossero sbagliate, l'idea di cercare informazioni sulla salute attraverso l'urina non era affatto priva di fondamento.
Indice
Come visitava il medico senza esami moderni
Per capire perché un dottore finisse a fissare un campione di pipì, bisogna partire da ciò che gli mancava. Nel Medioevo mancavano esami del sangue, radiografie e strumenti in grado di mostrare direttamente come funzionavano gli organi interni.
Il medico, quindi, si affidava soprattutto ai sintomi raccontati dal paziente e ai segnali che riusciva a cogliere con i propri sensi. Da questi elementi cercava di ricavare indicazioni sulla malattia.
Tra questi segnali, l'urina occupava un posto privilegiato. L'uroscopia era infatti uno dei principali strumenti diagnostici a disposizione dei medici medievali.
Il meccanismo, in fondo, era semplice: il paziente consegnava un campione e il medico lo esaminava. Ogni caratteristica del liquido veniva letta come un indizio di ciò che stava accadendo all'interno del corpo.
Per farla breve, l'uroscopia era un tentativo di comprendere il corpo umano partendo da segnali concreti, in un'epoca in cui mancavano gli strumenti per analizzarli correttamente. Le risposte erano spesso sbagliate, ma il punto di partenza era l'osservazione.
La matula, la boccetta di vetro del medico
Il campione veniva raccolto in un recipiente di vetro trasparente chiamato matula. Aveva di solito una forma arrotondata nella parte inferiore e un collo più stretto, così che il medico potesse osservare bene il liquido.
Il gesto tipico era quello di sollevare la boccetta verso la luce. In controluce il contenuto si poteva esaminare con attenzione, dettaglio per dettaglio. E i dettagli erano parecchi. Oltre al colore, il medico valutava la limpidezza, la consistenza e l'eventuale presenza di sedimenti.
In alcuni casi entrava in gioco anche l'odore. Ogni elemento contribuiva a costruire l'idea che il dottore si faceva della salute del paziente.
L'uroscopia divenne così importante che la matula si trasformò in un simbolo della professione medica. Non a caso compare spesso nelle rappresentazioni artistiche dei dottori medievali, un po' come oggi lo stetoscopio al collo.
La ruota dei 20 colori
Uno degli aspetti più curiosi dell'uroscopia erano speciali diagrammi circolari, conosciuti oggi come urine wheels, cioè ruote dell'urina. Funzionavano come una guida visiva: lungo una circonferenza erano disegnate tante boccette, ciascuna con urina di un colore diverso.
Alcune delle versioni più conosciute riportavano 20 diverse descrizioni del colore e delle caratteristiche dell'urina. Si passava da una tonalità quasi trasparente al giallo, poi si arrivava a colori rossastri, verdastri e molto scuri.
Il medico confrontava il campione del paziente con i colori raffigurati e consultava le interpretazioni associate a ciascuno. Una specie di tabella di riferimento, insomma, ma a forma di cerchio.
Nel Fasciculus medicinae, raccolta di scritti medici attribuita a Johannes de Ketham, si trova una testimonianza importante. Fu stampata per la prima volta a Venezia nel 1491.
Un'edizione del 1500, conservata dal Royal College of Physicians di Londra, contiene proprio una di queste ruote. Accanto ci sono illustrazioni di medici intenti a esaminare l'urina dei pazienti.
Il fatto che la ruota finisse in un manuale dice molto: l'uroscopia era una pratica diffusa, insegnata e descritta nei testi di medicina, ben lontana da una stranezza per pochi.
Cosa significavano i colori: i quattro umori
Per capire che cosa leggevano i medici in quelle sfumature bisogna conoscere la base della medicina medievale: la teoria dei quattro umori, ereditata dalla tradizione greca. In base a questa teoria, a regolare il corpo era l'equilibrio fra sangue, flegma, bile gialla e bile nera.
Le malattie venivano spesso interpretate come la conseguenza di uno squilibrio tra queste sostanze. L'urina diventava quindi una possibile finestra sul funzionamento dell'organismo.
I diversi colori potevano indicare alterazioni del calore corporeo, problemi digestivi oppure squilibri degli umori. Ogni colore, in pratica, aveva il suo significato.
Alcune interpretazioni erano piuttosto inquietanti. Nel Fasciculus medicinae, per esempio, l'urina nera veniva collegata alla perdita del cosiddetto calore naturale del corpo e considerata un possibile presagio di morte.
Spoiler: oggi sappiamo che questa spiegazione non ha fondamento scientifico. Le diagnosi basate sui quattro umori sono state superate.
Il dettaglio interessante è un altro. I medici medievali cercavano di costruire un sistema di diagnosi basato su caratteristiche osservabili, anche se le teorie usate per interpretarle erano spesso errate.
Da Ippocrate ai trattati medievali: diffusione e limiti
L'uroscopia aveva un vantaggio importante: permetteva di esaminare un elemento prodotto naturalmente dal corpo senza intervenire direttamente sul paziente. Era relativamente semplice, poco invasiva e accessibile anche con strumenti rudimentali.
Le sue radici erano molto più antiche del Medioevo. Già nella medicina greca, con Ippocrate e poi Galeno, l'osservazione dell'urina serviva a raccogliere informazioni sul decorso delle malattie.
Nel Medioevo, però, la pratica raggiunse una diffusione particolarmente ampia in Europa, anche grazie alle scuole di medicina e ai trattati dedicati all'argomento.
Tra gli studiosi più importanti c'è Gilles de Corbeil, medico formatosi alla Scuola Medica Salernitana, che tra il XII e il XIII secolo contribuì a sistematizzare le conoscenze sull'urina.
Con il successo arrivarono anche gli eccessi. Alcuni praticanti formulavano diagnosi basandosi solo sull'aspetto dell'urina, senza neppure incontrare il paziente.
Un metodo poco affidabile: lo stesso colore poteva dipendere da cause completamente diverse e molte malattie non producevano alterazioni visibili a occhio nudo. Lo sviluppo dell'anatomia, della chimica e delle tecniche di laboratorio cambiò poco alla volta il modo di analizzare l'urina.
Oggi l'esame delle urine, con analisi chimiche e microscopiche, rileva la presenza di glucosio, proteine, sangue o altri elementi utili alla diagnosi. Il colore può ancora dare qualche indicazione, ma da solo non basta a stabilire una malattia.
Un giallo chiaro è in genere compatibile con una buona idratazione, mentre tonalità più scure possono comparire quando si beve poco.
Il rossastro può dipendere da alimenti come le barbabietole ma anche dalla presenza di sangue, e altre variazioni da farmaci, integratori o condizioni mediche: se il colore cambia in modo insolito e persistente, oppure si sospetta sangue nelle urine anche una sola volta, la strada giusta è rivolgersi a un medico.
I medici medievali avevano sbagliato quasi tutte le spiegazioni, ma avevano intuito un fatto che resta valido: il corpo lascia tracce del proprio stato di salute anche in ciò che elimina.