Statue senza volto, iscrizioni scalpellate e nomi cancellati sono le tracce della damnatio memoriae, il modo in cui l'antica Roma provava a riscrivere il ricordo degli imperatori caduti in disgrazia. Il potere, in pratica, si giocava anche dopo la morte.
Due casi tra i più chiari sono quelli di Domiciano, colpito dal Senato dopo essere stato assassinato, e di Geta, fatto uccidere dal fratello Caracalla. Di entrambi restano prove che raccontano il tentativo di farli sparire.
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Cosa significava damnatio memoriae
L'espressione latina si traduce di solito con "condanna della memoria". Dietro quelle due parole, però, c'è una realtà più complicata di quanto sembri.
Prima cosa da sapere: è una denominazione moderna. Gli storici la usano per raccogliere sotto un'unica etichetta misure diverse contro la reputazione e i ricordi pubblici di alcune persone, misure che a Roma non seguivano un copione fisso.
A decidere poteva essere il Senato romano, contro i traditori o contro chi era accusato di aver danneggiato l'onore dello Stato. In una città che dava enorme peso all'immagine sociale e all'orgoglio di essere cittadino romano, era forse la punizione più dura di tutte.
Il punto chiave è il tempismo. Per un imperatore la morte non chiudeva per forza la partita: i suoi nemici potevano provare a stabilire anche come sarebbe stato ricordato.
E la lista dei colpiti contiene nomi famosissimi. Tra gli imperatori finiti nel mirino ci sono Caligola, Nerone e Commodo, oltre ai protagonisti dei due casi raccontati qui, Domiciano e Geta.
Statue, nomi e monete: cosa veniva cancellato
Il bersaglio erano gli oggetti che raccontavano il potere. Le misure potevano includere la rimozione delle statue, la cancellazione dei nomi dalle iscrizioni e la modifica delle immagini.
Le statue potevano essere rimosse, distrutte oppure trasformate nel ritratto di un imperatore successivo, sostituendo il volto del condannato con quello del nuovo sovrano.
Un esempio? Alcuni ritratti di Claudio mostrano segni di rilavorazione che rivelano un'origine diversa: erano nati come immagini di Caligola. Un lavoro tecnico e raffinato, che serviva a zittire in modo ancora più netto il ricordo del predecessore.
I nomi sparivano anche da monete ed edifici pubblici. Dopo la morte di Commodo, per esempio, a Roma e alle sue istituzioni furono restituiti i vecchi nomi che erano stati cambiati in suo onore.
Le monete raccontano bene anche i limiti dell'operazione. Due anni dopo l'assassinio di Caligola, avvenuto nel 41 d.C., il Senato approvò la fusione di tutte le sue monete di bronzo: il provvedimento ebbe esecuzione, ma non tutte le monete furono distrutte.
Anche Geta finì sotto il martello, letteralmente. Grandi monete di bronzo delle città provinciali d'Oriente raffiguravano lui e il fratello fianco a fianco, e su molte il ritratto di Geta fu cancellato a colpi di martello.
Domiciano, cancellato dal Senato dopo la morte
Il caso di Domiciano mostra la damnatio memoriae come resa dei conti politica. L'imperatore governò dall'81 al 96 e il suo rapporto con il Senato fu particolarmente teso.
Quando fu ucciso in una congiura di palazzo, molti senatori colsero l'occasione per prendere pubblicamente le distanze da lui. Lo storico romano Svetonio racconta che ordinarono di abbattere le sue immagini e di cancellare il suo nome dalle iscrizioni.
Le stesse statue che fino al giorno prima proclamavano la sua autorità diventarono oggetti da eliminare. Una parte, però, ebbe una sorte diversa: gli scultori ne modificarono i tratti per trasformarle nel successore, Nerva.
La scelta aveva un vantaggio pratico evidente, perché permetteva di riutilizzare un materiale prezioso come il marmo. Ma aveva anche un significato politico: il volto del vecchio imperatore scompariva per lasciare spazio a quello nuovo.
I ritratti di Nerva tradiscono spesso questa doppia vita. I dettagli rilavorati, di solito intorno alle orecchie e sulla nuca, indicano che in origine raffiguravano Domiciano.
Se vuoi vedere una di queste trasformazioni, l’esempio più noto sono i rilievi della Cancelleria, ritrovati a Roma sotto l’omonimo palazzo e oggi conservati ai Musei Vaticani: conservano proprio il passaggio da un imperatore all’altro.
Geta, il volto raschiato dal fratello Caracalla
Con Geta la condanna della memoria diventa una faccenda di famiglia. Quando Settimio Severo morì, nel febbraio del 211, i figli Caracalla e Geta si ritrovarono a guidare insieme l'Impero.
Il governo a due durò pochissimo, perché il rapporto tra i fratelli era pessimo. Caracalla fece uccidere Geta nel dicembre del 211, chiudendo così la coabitazione dopo pochi mesi.
Tolto di mezzo il rivale, Caracalla lanciò una campagna per screditarlo e cancellarne il ricordo pubblico in tutto l'Impero. Il nome di Geta fu eliminato da numerose iscrizioni, e alcune sue immagini furono distrutte o alterate.
La prova più impressionante è arrivata fino a oggi. È un dipinto su legno realizzato intorno all'anno 200, noto come Tondo Severiano, che ritrae Settimio Severo, la moglie Giulia Domna e i due figli.
Nel ritratto si vedono tre volti. Dove dovrebbe esserci quello di Geta resta soltanto una superficie cancellata di proposito.
Il dipinto è conservato oggi a Berlino e mostra un dettaglio sorprendente. Chi ha raschiato via il volto non ha provato a nascondere che nella scena c'era un quarto personaggio: il vuoto è lì, ben visibile, e racconta proprio quello che doveva sparire.
Il paradosso: cancellare per far ricordare
Viene facile immaginare che i Romani volessero far sparire del tutto i loro sovrani sgraditi, ma gli specialisti invitano alla prudenza. La damnatio memoriae era un insieme di misure applicate in modi diversi da caso a caso, senza una procedura unica.
E il consenso intorno alla condanna era tutt'altro che totale. Le ricerche su Domiciano mostrano che la sentenza del Senato non era condivisa da tutta la società romana.
Poi c'è una contraddizione evidente. Un'iscrizione mutilata o un dipinto con un personaggio raschiato via finivano per segnalare pubblicamente che qualcuno era caduto in disgrazia: chi passava davanti a quel buco nel marmo si ricordava ogni giorno che lì c'era stato un nome.
Forse, allora, lo scopo era imporre una nuova versione dei fatti più che far sparire il passato. In una società dove ritratti, monete e monumenti costruivano l'autorità politica, controllare quelle immagini voleva dire intervenire direttamente sulla memoria collettiva.
Il risultato, alla prova dei secoli, è quasi ironico. Caligola e Nerone sono tra le figure più conosciute della storia romana, e la loro fama ci arriva anche da immagini sopravvissute prima alla furia della condanna e poi a secoli di abbandono.
Statue senza volto, iscrizioni scalpellate e nomi cancellati ricordano quanto anche il passato possa diventare terreno di scontro politico. Il verdetto della storia però è chiaro: provando a cancellare Domiciano e Geta, i loro avversari hanno lasciato alcune delle prove più evidenti che quei due imperatori sono esistiti.