Basta aprire la voce "ciao" su Wikipedia per scoprire che questo saluto nasce dal veneziano "s'ciao", abbreviazione di "sono vostro schiavo", cioè "sono al vostro servizio". All'inizio era una formula reverenziale, pronunciata con sussiego dai nobili nelle commedie di Carlo Goldoni.
Il passaggio al saluto tra amici è arrivato dopo secoli. La forma "ciao" è attestata nella lingua italiana già nell'Ottocento.
Indice
Da dove viene la parola ciao
Per trovare la culla di "ciao" bisogna spostarsi in area veneta, e più precisamente nel territorio veneziano. Qui, almeno a partire dal XV secolo (e forse anche prima), ci si salutava con la parola "schiavo", che nella pronuncia locale suonava "s'ciavo".
La parola veniva dal tardolatino "sclavus". Il messaggio era chiarissimo: dichiararsi schiavo di qualcuno voleva dire mettersi al suo servizio, con tutto il rispetto del caso.
Ne trovi traccia anche a teatro. Nelle commedie di Carlo Goldoni la formula esce dalla bocca di nobili altezzosi, pronunciata con aria di superiorità.
Ne La locandiera, per esempio, il Cavaliere di Ripafratta si congeda dai presenti con "Amici, vi sono schiavo". La stessa espressione la usa Don Roberto ne La dama prudente, nell'atto I, scena VII.
Insomma, il punto di partenza è lontanissimo dal saluto veloce che scambi con i compagni all'ingresso di scuola. Era una frase da salotto, piena di cerimonia, rivolta a chi si voleva omaggiare.
Come ciao ha conquistato tutta Italia
Il passaggio da formula di cortesia a saluto quotidiano è anche una questione di pronuncia. Con il passare del tempo e il mutare della lingua, "s'ciavo" si è contratto prima in "s'ciao" e poi in "ciao".
La svolta arriva nell'Ottocento, quando il saluto, nonostante l'origine solenne, comincia a diffondersi come formula informale. Nello stesso periodo inizia anche a farsi strada nella lingua italiana.
Lo nota, con un certo rammarico, Niccolò Tommaseo nel suo Dizionario della lingua italiana. Lì osservava che perfino in Toscana qualcuno cominciava a usare la formula "vi sono schiavo".
A spuntarla, però, è stata la versione corta. "Ciao" si è affermato davvero in tutta Italia nel corso del Novecento, dopo essere rimasto a lungo un saluto tipico soprattutto dell'Italia settentrionale.
Nel giro di quel secolo si è esteso a tutta la Penisola, con alcune variazioni e mutazioni locali. Ecco come una parola nata nelle calli veneziane è diventata patrimonio di tutti, dalle Alpi alla Sicilia.
Quando si usa ciao oggi
Oggi "ciao" è la più comune forma di saluto amichevole e informale della lingua italiana. Funziona in entrambe le direzioni: lo dici quando incontri qualcuno e lo ripeti quando te ne vai.
La regola d'uso è una sola: va rivolto a una o più persone a cui si dà del tu. Con chi richiede il lei resta fuori gioco. Come fa presente la Treccani, nelle lettere compare meno spesso: lì, in chiusura, ha un tono molto confidenziale.
Usato come sostantivo è invariabile e indica il saluto stesso, come in "gli disse un ciao frettoloso". Poi c'è "fare ciao", il gesto dei bambini che aprono e chiudono la mano, o la agitano, per salutare.
Infine c'è il senso metaforico, quello che usi senza pensarci: "ciao" può segnare la fine definitiva di qualcosa. L'esempio da dizionario è "si è stancato della moglie e ciao", cioè la storia è chiusa e non se ne parla più.
Ciao nel mondo: come si dice nelle altre lingue
La parola ha viaggiato con le migrazioni degli italiani ed è entrata come saluto informale nel lessico di numerose altre lingue. Con una differenza curiosa rispetto all'italiano: all'estero si usa quasi sempre solo per il commiato, cioè quando ci si separa.
In spagnolo, soprattutto in America Latina ma anche nel linguaggio giovanile in Spagna, si dice "chao" o, in Argentina e Uruguay, "chau", in genere per congedarsi. In portoghese è diffuso "tchau", che in Brasile ha anche il diminutivo "tchauzinho".
In alcune lingue dell'Est Europa, invece, il saluto conserva il doppio uso italiano. In ceco, lettone e sloveno "čau" vale sia all'incontro sia al congedo, mentre in slovacco serve soprattutto per salutarsi andando via; in serbo e croato si usa "ćao" in entrambe le situazioni.
Il tedesco lo riserva esclusivamente al commiato, con "tschau". Il russo ha perfino una versione scherzosa in rima, "чао-какао".
Attenzione però alle somiglianze ingannevoli. In vietnamita "chào" si usa sia all'incontro sia al commiato, ma deriva da un termine cinese che significa "incontrare": l'assonanza con l'italiano è una pura coincidenza.
Schiavo, slavo e servus: alle radici della parola
Il viaggio all'indietro non si ferma a Venezia, perché anche "schiavo" ha una sua storia. Viene dal latino medievale "sclavus" o "slavus", cioè "slavo", nel senso originario di prigioniero di guerra slavo.
Con un po' di approssimazione, quindi, si può dire che "ciao" nasca proprio dalla parola "slavo". Il percorso, tappa per tappa, è questo:
- slavo, con riferimento ai prigionieri di guerra slavi;
- sclavus, lo schiavo in latino;
- s'ciavo, il saluto veneziano;
- s'ciao, la forma contratta;
- ciao, il saluto di oggi.
L'idea di salutare dichiarandosi al servizio dell'altro ha anche un parente stretto. Nell'Europa centrale, per esempio nella Germania meridionale, ci si saluta in modo informale con "servus", la parola latina che significa proprio "schiavo".