La scena che ha reso celebre Barbariccia si trova nel canto XXI dell'Inferno: questo diavolo dà il segnale di marcia ai suoi compagni usando il sedere come una tromba. Il verso che la racconta chiude il canto ed è tra i più famosi della Divina Commedia.
Barbariccia è il capo di una squadra di dieci Malebranche, i demoni che sorvegliano i barattieri, cioè i corrotti della politica, immersi nella pece bollente. Con loro Dante costruisce un episodio comico che occupa tre canti di fila, dal XXI al XXIII.
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Barbariccia, capo dei dieci diavoli Malebranche
Barbariccia è un diavolo inventato da Dante. Il nome si spiega da solo: descrive un aspetto trasandato, con la barba arruffata, come succede anche per Scarmiglione, un altro demone della stessa truppa.
A farlo entrare in scena è Malacoda, il capo dei diavoli della bolgia. Quando Virgilio gli spiega che il viaggio è voluto dal cielo, Malacoda chiama dieci demoni per scortare i due poeti fino a un ponte che, si scoprirà, è crollato da secoli. Il comando lo affida con un verso preciso: "E Barbariccia guidi la decina" (Inf. XXI, 120).
Gli altri nove sono Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello e Rubicante. Dante quella scorta non l'ha chiesta e lo dice a Virgilio, preoccupato dai diavoli che digrignano i denti e si fanno cenni con le ciglia.
Nel corso dell'episodio Barbariccia riceve titoli da ufficiale: "duca", "decurio" e "gran proposto". Insomma, Dante ne fa la parodia di un comandante. Secondo lo studioso Giuseppe Crimi anche la barba va letta così: con la "barba fiorita" veniva descritto Carlo Magno, e il numero dieci richiama la suddivisione dei reparti militari.
Il verso del sedere-tromba che chiude il canto XXI
Prima di partire, i diavoli si voltano verso l'argine sinistro e fanno un segnale al loro capo: ognuno stringe la lingua tra i denti, cioè gli fa una pernacchia. Barbariccia risponde a modo suo:
Per l’argine sinistro volta dienno;
ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;
ed elli avea del cul fatto trombetta.
È il verso 139, l'ultimo del canto XXI. Tradotto senza giri di parole: Barbariccia aveva usato il sedere come una trombetta per dare il via.
Lo studioso Genesini, autore di un saggio sulle parole volgari nella Divina Commedia, glossa l'espressione in due modi: in un punto con "scoreggiava", in un altro con "pernacchia". Nella sua analisi i termini volgari sono una percentuale minima del poema, ma quando compaiono sono usati con estrema efficacia.
Lo scrittore Vittorio Sermonti, che ha curato un commento all'Inferno, ha definito il verso "inequivocabile" e "uno dei più scandalosamente ilari e famosi della Commedia". Per secoli ha fatto storcere il naso ai difensori dello stile classico, che non tolleravano trivialità del genere in un poema così alto.
Dove si svolge la scena: la bolgia dei barattieri
Siamo nell'ottavo cerchio, chiamato Malebolge: dieci fosse concentriche disposte attorno a un pozzo e collegate da ponti di roccia. Dante e Virgilio si affacciano sulla quinta bolgia, e la trovano "mirabilmente oscura".
Laggiù ribolle una pece densa, che Dante paragona a quella usata d'inverno nell'Arsenale di Venezia per riparare le navi. Dentro sono puniti i barattieri, cioè chi ha sfruttato le cariche pubbliche per ricavarne guadagni illeciti. Il contrappasso è chiaro: in vita si sono invischiati nella corruzione, ora sono invischiati nella pece per l'eternità.
I Malebranche fanno la guardia dalle rocce, pronti ad arpionare con gli uncini chiunque provi a emergere. Dante li paragona agli aiutanti dei cuochi che spingono giù con i forchettoni la carne che affiora nel pentolone.
Un diavolo arriva con un dannato in spalla, "un de li anzian di Santa Zita", cioè un magistrato di Lucca, e lo butta giù. Quando quello riemerge annerito, gli altri lo prendono in giro: "Qui non ha loco il Santo Volto!", con riferimento al crocifisso venerato a Lucca.
Pesa anche un particolare della vita di Dante: da Firenze fu mandato via con l'accusa di baratteria, lo stesso peccato punito in questa bolgia.
Un peto trasformato in tromba militare
La comicità nasce dal contrasto. Barbariccia guida la truppa come un comandante e dà il segnale di partenza come una banda militare, con il suono del peto al posto delle trombe.
Il registro dei canti XXI-XXIII è un caso raro nel poema: scene affollate, battute veloci, nomi grotteschi e parole prese dal parlato popolare, come "pegola" per pece o "accaffi" per arraffare. Una scelta che mostra quanto Dante sapesse piegare la sua poesia a generi diversissimi.
Nel canto XXII Dante insiste sullo scherzo. L'attacco ha un tono solenne e quasi marziale: il poeta, fintamente stupito, elenca segnali di guerra, giostre e tornei per arrivare a dire che uno strumento come quello di Barbariccia non l'aveva mai sentito. Più alto è il tono, più ridicolo diventa il paragone.
Perché tanta audacia? Per il commentatore ottocentesco Niccolò Tommaseo è "la vendetta derisoria che Dante rivolge ai suoi accusatori, ridicolizzandone l'accusa che si pretende seria". Il critico Natalino Sapegno, invece, ha definito Dante "un classico senza classicismo".
Cosa fa Barbariccia dopo la trombetta
Partita la marcia, Barbariccia fa davvero il capo. Al passaggio della squadra i dannati, che stavano con il muso fuori dalla pece come i ranocchi sul bordo di un fosso, si ritirano subito sotto la superficie bollente.
Poi i diavoli "pescano" un dannato, Ciampolo di Navarra, e vorrebbero farlo a pezzi con gli uncini. Dante e Virgilio però vogliono fargli qualche domanda, così Barbariccia deve tenere a freno i suoi. Quando Ciriatto avvicina le zanne da cinghiale, il capo "il chiuse con le braccia / e disse: 'State 'n là, mentr'io lo 'nforco'".
Il gesto è ambiguo. Può averlo stretto tra le braccia prima di infilzarlo lui, oppure averlo protetto dagli altri facendogli da scudo. La prima lettura rispetta di più il senso letterale, la seconda si adatta meglio all'episodio.
Subito dopo blocca Libicocco e Draghignazzo con una sola occhiata: il primo ha strappato della carne al dannato, il secondo tenta di afferrargli le gambe. Poi tocca a Farfarello, che strabuzza gli occhi e terrorizza Ciampolo al punto da togliergli la parola: "Fatti 'n costà, malvagio uccello!" (XXII, v. 96), gli urla Barbariccia.
Il finale è una beffa. Ciampolo scappa tuffandosi nella pece, Calcabrina se la prende con Alichino e i due, azzuffandosi, finiscono nel pentolone. A organizzare il ripescaggio è Barbariccia, mentre i due diavoli sono ormai cotti fin dentro la crosta, come una pietanza.