"Invecchiando sai meno cose": per Anthony Hopkins questa frase descrive una maggiore consapevolezza dei propri limiti, e con la perdita di memoria c'entra poco. L'attore l'ha detta nel 2023, in un'intervista al quotidiano spagnolo 'El País' in cui ha parlato di età, di tempo e di aspettative.
Nato a Margam, in Galles, nel 1937, Hopkins è il volto di Hannibal Lecter in Il silenzio degli innocenti e ha vinto due premi Oscar.
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Cosa intende Hopkins quando dice di sapere meno
Per Hopkins, sapere meno significa avere smesso di credere di avere tutte le risposte. Il confronto che fa è tra due versioni di sé stesso: il ragazzo convinto di aver capito il mondo e l'uomo maturo che ammette i propri dubbi.
Alla domanda se invecchiare gli desse potere, cioè il peso di tutto ciò che ha vissuto, ha risposto così: "Quello che ti dà è una sensazione di pace. Credo che invecchiando si sappiano meno cose. Quando ero giovane sapevo tutto. Ma adesso? Niente".
Il punto è proprio qui. Il non sapere di cui parla si accompagna, nel suo racconto, a una sensazione di pace. Ammettere di non sapere diventa un modo per stare meglio, invece che un fallimento.
C'è poi una domanda che lo fa riflettere: "Mi affascina perché nessuno può spiegare che cos'è il tempo. Semplicemente, non ha senso e mi fa dubitare di tutto". E ha aggiunto: "Intuisco che non capire nulla faccia parte della fine della vita".
Insomma, il "non sapere" di Hopkins è uno sguardo sui grandi interrogativi, a partire dalla natura del tempo. E ha più a che fare con l'umiltà e la prospettiva che con la memoria.
Meno certezze, stessa esperienza alle spalle
Sapere meno, per Hopkins, convive con un bagaglio enorme di cose imparate.
"Quando ero un attore giovane ero molto intenso e ambizioso", ha raccontato. Un atteggiamento verso il lavoro, e verso la vita, che con il tempo si è attenuato: "Invecchiando ti rendi conto che non è poi così importante".
Eppure la sua carriera dice tutt'altro che "niente". Hopkins recita da oltre sei decenni ed è considerato un esperto di Shakespeare: ha partecipato a più di dieci opere e adattamenti del drammaturgo inglese.
Anche la sua formazione è solida. Dopo il Royal Welsh College of Music & Drama di Cardiff e il servizio militare, è entrato alla Royal Academy of Dramatic Art di Londra, dove si è diplomato con medaglia d'argento nel 1963. Poi sono arrivati il teatro e la compagnia del National Theatre diretta dall'attore e regista Laurence Olivier.
All'inizio di tutto, però, c'era un ragazzo con la dislessia, stanco di sentirsi chiamare stupido. "Qualcosa nella mia natura mi chiedeva di stare isolato. Ma avevo un lato creativo e a 17 anni decisi che ero stufo che mi dessero dello stupido", ha ricordato a 'El País'.
Ecco perché la sua frase va letta con attenzione. Chi dice "non so niente di niente", come ha fatto lui definendosi "solo un attore", parla da una posizione di grande esperienza.
In cosa si distingue dalla perdita di memoria
Nell'intervista Hopkins riflette sul tempo e sul senso della vita; il ‘non sapere’ di cui parla Hopkins, però, non ha niente a che fare con quello che lui stesso ha portato sullo schermo in The Father di Florian Zeller, il film sulla demenza che gli è valso il secondo Oscar come miglior attore, 29 anni dopo il primo.
Hopkins interpreta un uomo anziano, Anthony, che riceve ogni giorno la visita della figlia Anne, interpretata da Olivia Colman. La sua vita procede per frammenti sconnessi che la mente non riesce più a rimettere insieme.
Il film sceglie il punto di vista del protagonista, non quello dei familiari. Così lo spettatore vive la stessa confusione: un uomo seduto in poltrona dice di essere il padrone di casa e marito di Anne, gli eventi scorrono con un montaggio non consecutivo, le stanze sembrano ora familiari ora estranee.
Gli unici punti fermi diventano dettagli minimi, come il pollo per cena o l'orologio da polso di Anthony. Ogni cambiamento nello spazio di casa, dalle sedie nuove in soggiorno al dipinto sparito dal caminetto, viene percepito come una minaccia.
La confusione arriva fino alla perdita del proprio nome e di chi si è. Nel finale Anthony scoppia a piangere e chiede della mamma, come un bambino.
Nel personaggio di Anthony il "non sapere" toglie l'identità e lascia nell'angoscia; nelle parole di Hopkins sul tempo, invece, si accompagna a una sensazione di pace.