Bastano pochi grammi di Amanita phalloides fresca per causare un avvelenamento potenzialmente mortale, con danni al fegato quasi sempre irreversibili. Conosciuta anche come amanita falloide o tignosa verdognola, è considerata uno dei funghi più pericolosi esistenti in natura.
A renderla così temibile sono due caratteristiche: una tossicità altissima e un aspetto cangiante, che la fa somigliare a molte altre specie, anche commestibili. Senza contare che è molto comune in quasi tutti i boschi italiani.
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Pochi grammi bastano a distruggere il fegato
Per un adulto di 70 chili la dose letale corrisponde a pochi grammi di fungo fresco. Se si guarda alla sostanza responsabile, il conto è ancora più impressionante: possono essere fatali 3-7 milligrammi di α-amanitina.
L'α-amanitina appartiene alle amanitine,molecole che bloccano l’RNA polimerasi, l’enzima che copia le istruzioni del DNA necessarie a fabbricare le proteine. Le cellule del fegato smettono così di produrle e l'organo va in necrosi, cioè i suoi tessuti muoiono, con effetti simili a una grave epatite virale.
Il fungo contiene anche le falloidine, tossine che si legano all'actina e ne stabilizzano i filamenti. Non vengono però assorbite dal tratto digerente e non sono considerate responsabili del danno al fegato provocato dall'ingestione.
Il dettaglio importante riguarda la cucina. Amanitine e falloidine resistono al calore, e il fungo resta velenoso anche dopo cottura, essiccazione e congelamento. Insomma, nessuna preparazione lo rende sicuro e l'assaggio va assolutamente evitato. Possono risultare letali anche piccolissimi frammenti, quindi i funghi raccolti in prossimità dell'amanita falloide vanno sempre controllati con cura, se non proprio evitati.
I sintomi arrivano dopo una lunga pausa
Una trappola insidiosa è il tempo. I primi sintomi compaiono di solito tra le 6 e le 12 ore dal pasto e a volte fino a 40 ore dopo, quando il veleno è già entrato in circolo.
Il motivo di questo ritardo è curioso: le tossine non danneggiano l’intestino al passaggio, ma solo dopo essere entrate nel sangue, quando tornano a colpirne le cellule dall’interno.
Poi parte la fase gastrointestinale, con vomito incoercibile e diarrea profusa, sudorazione intensa e dolori addominali che possono durare diverse ore. La disidratazione che ne deriva, se non viene contenuta subito, può danneggiare i reni fino all'insufficienza renale acuta.
Dopo 24-48 ore dall'ingestione inizia la fase epatica. Le transaminasi, valori del fegato misurati con le analisi del sangue, schizzano oltre i 10.000 UI/l e aumenta la bilirubina; dalla 48esima ora calano anche la glicemia e alcuni parametri della coagulazione.
Nei casi più gravi, dopo 4-5 giorni, si arriva all'insufficienza epatica grave: le transaminasi a volte scendono, ma è il segnale di una necrosi massiccia del fegato in corso.
A questo stadio quasi sempre non c'è più nulla da fare. La morte sopraggiunge di solito per coma epatico, accompagnato da insufficienza respiratoria, convulsioni, insufficienza renale acuta ed emorragie interne. L'unica flebile speranza rimane il trapianto di fegato.
Come si riconosce e con quali funghi si confonde
Il cappello cambia colore da un esemplare all'altro: grigio-giallastro, verdastro, giallo-bruno, fino al bianco della varietà alba. All'inizio è conico o emisferico, poi si apre fino a diventare piatto, liscio e setoso, senza verruche ma con sottili fibrille (piccole e fitte striature).
Le lamelle sono bianche e libere dal gambo. Il gambo è bianco, spesso "zebrato" del colore del cappello, con un anello bianco che ricade come un fazzoletto e un bulbo alla base avvolto da una volva bianca e membranosa.
Bada bene, però: anello e volva in alcuni casi possono essere poco visibili o quasi assenti, e l'anello spesso cade negli esemplari maturi. La carne invece è bianca, soda e non cambia colore.
Cresce in estate e in autunno un po' in tutta Italia, soprattutto sotto querce e castagni nei boschi di latifoglie. Spunta anche lungo gli argini alberati vicino a prati e campi coltivati e, non di rado, accanto alle conifere.
Il vero problema è il polimorfismo, cioè l'aspetto molto variabile.
Allo stadio di ovolo (quando cioè è rinchiuso nella volva e assomiglia a un uovo sodo) può essere scambiata con l'Amanita caesarea, ottimo commestibile: la phalloides però si restringe verso l'alto (al contrario dell'ovulo buono, che si restringe in basso) e al taglio mostra sfumature biancastre o verdognole, mentre l'ovulo buono ha sfumature giallo-arancio. Per questo è vietata la raccolta dell'Amanita caesarea allo stadio di ovulo chiuso.
Può essere scambiata anche per la Russula virescens, se raccolta senza volva. Per controllare i funghi raccolti ci si può rivolgere al servizio gratuito di identificazione degli ispettorati micologici delle Asl, svolto da un micologo esperto.
L'angelo della morte, il soprannome che dice tutt
Il nome scientifico descrive già il suo aspetto. Phalloides viene dal greco phallòs ed eîdos e significa "a forma di fallo", per come appare il fungo giovane, mentre amanita deriva dal greco amanítēs, il "fungo del monte Amano".
I soprannomi popolari ne spigano invece la pericolosità: angelo della morte, cappello della morte, tignosa verdognola e ovolo bastardo.
In Italia la phalloides è una delle quattro amanite mortali, insieme a verna, virosa e porrinensis, quest'ultima molto rara.
La specie dietro la maggior parte delle morti in Europa
Il suo bilancio si misura in proporzione. L'Amanita phalloides è la specie che causa la stragrande maggioranza degli avvelenamenti da funghi con esito mortale in Europa.
L'intossicazione che provoca si chiama sindrome falloidea ed è al primo posto tra le cause di morte per danno al fegato e ai reni legato ai funghi. Senza cure, l'avvelenamento ha quasi sempre esito letale. Se la diagnosi arriva in tempi brevissimi il decesso si può evitare, e il danno al fegato e ai reni può regredire (ma solo se l'intossicazione è lieve).
Nei casi con danni irreversibili può essere necessaria l'emodialisi a vita, cioè la depurazione del sangue con una macchina, oppure il trapianto di fegato.
Il verdetto, allora, è uno solo. Un fungo raccolto e non riconosciuto con certezza va portato al micologo dell'Asl prima di finire in padella.
I morti celebri della falloide
La lista delle vittime illustri attribuite all’amanita falloide è lunga, anche se per i casi più antichi le prove sono indirette.
Il più famoso è l’imperatore romano Claudio, morto nel 54 d.C. dopo un piatto di funghi. Secondo gli storici Tacito e Svetonio, ad avvelenarlo sarebbe stata la moglie Agrippina, per spianare la strada al trono al figlio Nerone. L’ipotesi più diffusa è che tra i funghi ci fosse proprio una falloide, nascosta in mezzo all’Amanita caesarea, l’ovolo buono, che deve il suo nome proprio alla passione dei Cesari.
Una sorte simile, secondo la tradizione, toccò nel 1534 a papa Clemente VII. Più documentata è la morte dell’imperatore Carlo VI d’Asburgo, nel 1740, dopo un pasto a base di funghi. La sua scomparsa aprì la guerra di successione austriaca, e a Voltaire è attribuita una battuta rimasta celebre: un piatto di funghi ha cambiato il destino dell’Europa.
Nel 1767 a Parigi morirono il compositore tedesco Johann Schobert, la moglie e uno dei figli, dopo aver mangiato funghi raccolti da loro stessi e creduti commestibili.
Un caso più recente arriva dall’Australia. Nel luglio 2023, a Leongatha, tre persone morirono dopo un pranzo a base di filetto alla Wellington preparato con funghi falloidi. La donna che aveva cucinato, Erin Patterson, è stata condannata all’ergastolo nel 2025 per triplice omicidio.