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Aristotele: oggetto della logica

Il valore definitivo della trattazione aristotelica della logica non fu neppure posto in dubbio, si può dire, fino ai tempi vicini a noi. Del resto anche oggi, sebbene si sia accertato che essa copre una parte soltanto di tale scienza, si ammette tuttavia che questa parte fu studiata da Aristotele con rigore scientifico.
La logica studia il logos - cioè il discorso in cui si manifesta il pensiero - allo scopo di trovarvi strutture e regole costanti, che rimangono valide qualunque sia il contenuto che nel discorso si esprime. Lo studio della logica, quindi, aderisce alle strutture del linguaggio, in cui si esprime il pensiero: ma, poiché il discorso ha l'ufficio di rivelare l'essere, il quale ha strutture sue proprie, le strutture dell'essere e quelle del discorso saranno le stesse, qualunque sia il particolare modo di esprimerle. Perciò la connessione, che è stata notata da molti, tra la logica aristotelica e la struttura delle lingue indoeuropee - e del greco in particolare - dal punto di vista di Aristotele è accidentale: si deve piuttosto dire che, per lui, tali strutture hanno valore logico nella misura in cui rispecchiano una struttura oggettiva dell'essere.

La logica non studia, tuttavia, tutte le dimensioni dell'essere in quanto essere (altrimenti non si distinguerebbe dalla metafisica), ma solo quelle che si rispecchino in strutture formali del discorso, indipendenti dai contenuti. E' appunto questa possibilità di prescindere dal contenuto ciò che permise ad Aristotele di costruire una scienza che, pur fondandosi su una determinata concezione dell'essere, rimase valida anche per chi non volle più accettare la particolare interpretazione metafisica dell'essere data da Aristotele. Lo studio delle strutture logiche rimase uno strumento per maneggiare tecnicamente il pensiero, e "strumento" (organon) fu infatti chiamato dalla tradizione.

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