La vita è bella
Tesina di Maturità a.s. 2011/2012
Martina Poltronieri
Classe 5
Sezione K
Indirizzo E.R.I.C.A.
Indice
- Italiano: La vita è bella / Luigi Pirandello: La poetica dell'umorismo
- Storia dell'arte: Pablo Picasso: Famiglia di Saltimbanchi / Artista Degenerato
- Tedesco: Kurt Bartsch: Berlin, Gormannstraße / Etwas über die Juden
- Inglese: Wystan Hugh Auden: Refugee blues
- Storia: L'antisemitismo durante la seconda guerra mondiale
- DEA: Le leggi razziali
- Fonti La vita è bella
La vita è bella
La vita è bella è un film del 1997 diretto e interpretato da Roberto Benigni. Il film ricevette tre Oscar: quello alla migliore colonna sonora, quello al miglior film straniero e quello al miglior attore protagonista.
Guido Orefice è un giovane ebreo che si trasferisce ad Arezzo con l'amico Ferruccio Papini. Durante il tragitto Guido incontra casualmente una giovane maestra di nome Dora che soprannomina subito principessa.
Arrivato in città, viene ospitato dallo zio Eliseo, possessore dell'albergo più lussuoso della città di Firenze, il Grand Hotel, dove Guido va a lavorare come cameriere. Quello stesso giorno, in municipio, avviene un litigio con Rodolfo, un arrogante fascista militare, ed entrambi da allora si soprannominano lo scemo delle uova perché Guido involontariamente appoggia alcune uova nel cappello del fascista e, quando Rodolfo lo indossa, gli si rompono sulla testa, diventando furioso.
Un giorno Guido, incontrando nuovamente Dora, scopre che lei è fidanzata con Rodolfo. Intanto, all'hotel, fa anche amicizia con un medico tedesco appassionato, come Guido, di indovinelli e calembour. Saputo che un ispettore scolastico dorme nell'hotel, e che costui era stato convocato il giorno dopo in una scuola elementare per una lezione antropologica a favore della razza ariana, trova uno stratagemma per sostituirsi a costui, pur di incontrare la sua amata Dora, che insegna nella stessa scuola. Il vero ispettore poi arriva quando già la lezione ha ormai ridicolizzato l'obiettivo iniziale, ma Guido, scappato via dalla finestra, ha comunque raggiunto il suo scopo. Una sera Dora, con i suoi amici, va a teatro, Guido la segue e, con un altro stratagemma, la porta via a Rodolfo. I due quella sera parlano a lungo e Guido le confessa infine il proprio amore per lei.
Qualche sera dopo, proprio al Grand Hotel, Rodolfo è ansioso di festeggiare il fidanzamento ufficiale con Dora, la quale mai è stata veramente innamorata. Dora quindi decide di contraccambiare i sentimenti di Guido e, al termine della serata, va via con lui, che entra nel ristorante su un cavallo bianco, seppur dipinto di verde fluorescente, incurante che sul dorso dell'animale avessero scritto “cavallo ebreo”, perché era già incominciata la discriminazione razziale. A Rodolfo non rimane che incappare nell'ennesimo uovo, stavolta un grande uovo di struzzo che rovina sulla sua testa.
Nel 1939, Guido e Dora si sposano e dal loro amore nasce Giosuè.
Sei anni dopo, nonostante la guerra e l'invasione nazista dell'Italia, la famiglia è ancora felice, Guido ha aperto una libreria e Dora continua la sua attività da insegnante, ma, proprio il giorno prima del compleanno di suo figlio, Guido, viene richiamato dai fascisti per la schedatura sua, di suo figlio e di suo zio, nel registro ebraico delle SS (che poi servirà al loro arresto). Il giorno dopo, Guido, suo figlio insieme allo zio Eliseo vengono deportati in un lager nazista, insieme ad altri concittadini ebrei. Dora, giunta a casa e trovati i segni della colluttazione, arriva in tempo alla stazione. Lì, vede un treno merci stracolmo di gente, con appresso i bagagli: uomini, donne, bambini ed anziani, spinti, malmenati e scherniti dai soldati delle SS, che li costringevano a salire sul treno. Dora spaventata, decide di parlare con un tenente delle SS, che le consiglia di tornarsene a casa, alla sua prima richiesta di salire sul treno volontariamente, ma insistendo, Dora riesce a convincere l'ufficiale nazista, il quale, alla fine, ferma il treno e la fa salire: incontrerà di sfuggita suo marito soltanto in una occasione dell'arrivo al campo di concentramento.
All'arrivo nel campo, gli uomini e le donne vengono immediatamente separati, e lo zio Eliseo, insieme a molti altri, viene destinato immediatamente alla camera a gas, in quanto troppo anziano per lavorare. Pur di proteggere il figlio dalla terribile realtà, Guido sin dall'inizio del tragico viaggio in treno, racconta a Giosuè che stanno partecipando a un gioco a premi, in cui si dovranno affrontare numerose prove, per vincere un carro armato vero. Si spaccia anche come interprete del soldato tedesco, per “tradurre” le regole del lager imposte ai prigionieri, in un emozionante gioco. Col passare dei giorni Giosuè entra attivamente nel vivo del “gioco”, tra le cui “regole” c'era quella di rimanere nascosti nella camera riservata a suo padre e ad altri prigionieri, per evitare che, una volta trovato, fosse destinato alla camera a gas.
Durante una selezione, Guido incontra il medico tedesco conosciuto al Grand Hotel, ormai divenuto un capitano delle SS, che selezionava gli uomini da far continuare a lavorare, e quelli da mandare a morire. Il medico riconosce Guido, non lo seleziona per il gas, ma gli offre di servire ai tavoli in una cena per ufficiali nazisti.
Guido si illude che il medico voglia mettere una buona parola per lui e per sua moglie, e riesce anche a far partecipare suo figlio, per sfamarlo dignitosamente, confuso tra gli altri figli di ufficiali nel tavolo a loro riservato. Grande sarà la sua delusione quando, quella stessa sera, il dottore lo chiamerà a sé soltanto per sottoporgli un cupo indovinello a cui non trovava soluzione e per il quale era disperatissimo. La stessa sera, durante il suo ritorno in baracca, Guido si perde nel lager con il figlio addormentato in braccio; ad un certo punto scorge da lontano una fitta coltre di nebbia, Guido incuriosito la supera, ed a suo malgrado vede una gigantesca montagna di cadaveri scheletriti destinati alla cremazione. Pian piano Guido, atterrito si allontana con la speranza che il figlio non si svegliasse proprio allora e non vedesse un orrore atroce di quel genere; in altre parole, il protagonista si era avvicinato troppo in prossimità di un forno crematorio.
Una notte, all'improvviso, i soldati tedeschi abbandonano freneticamente il campo dopo aver fatto strage dei deportati rimasti. Guido riesce a nascondere Giosuè in una cabina dicendogli di giocare a nascondino e promettendogli di ritornare; purtroppo, mentre è alla ricerca della moglie, mascherato da donna, viene scoperto e ucciso. Le scene finali del film mostrano come al mattino seguente il lager venga liberato.
Giosuè esce dalla cabina in cui era stato tutta la notte nascosto in silenzio ed è infine salvato da un soldato americano, che lo fa salire su un carro armato mentre, convinto di aver vinto il premio finale, grida: È vero!
Il film si conclude quando Giosuè, accompagnato in spalla dal soldato americano che lo ha trovato, riconosce la madre, che cammina nel gruppo di prigioniere liberate, si abbracciano e dicono “abbiamo vinto!” mentre la voce narrante di un Giosuè ormai anziano, termina dicendo: Questa è la mia storia, questo è il sacrificio che mio padre ha fatto, questo è stato il suo regalo per me.
Questa è una storia semplice, eppure non è facile raccontarla, come in una favola c'è dolore, e come una favola, è piena di meraviglia e di felicità.
Perché intitolare “La vita è bella” un film sull'olocausto? Frutto del Benigni provocatore, si dirà.. e invece non si può che rimanere commossi davanti al Benigni poeta, che nelle due ore di film canta il suo inno alla vita, anche quando il Mondo, questo sì, può essere il peggiore dei mondi possibili. L'amore di un uomo per la sua “principessa” e quello di un padre che per il proprio figlio sfida la morte prendendola in giro, inventandosi un gioco a premi in cui il vincitore tornerà a casa con un carro armato vero, in modo da non far perdere al figlio la fiducia nella bellezza della vita.
L'onnipresente dolcezza del film unita alla capacità di far riflettere, l'equilibrio tra drammaticità e comicità, fa in modo di dare nuova luce alla tragedia dell'olocausto, spesso banalizzata da molti registi, Benigni invece si è distinto, il suo rispetto è maturo e sentito, provato da una recitazione mai sopra le righe, talentuosa, poetica, amareggiante e ottimista.
“'La vita è bella' non è una commedia, ma io sono un comico, questa è la differenza. Ci sono dei pregiudizi contro la commedia. Einstein diceva: «È più facile disintegrare un atomo che un pregiudizio».
Talvolta soltanto i clown arrivano ad esprimere quello che gli attori tragici non riescono a trasmettere.
Nel film il mio personaggio resta un clown in un campo di concentramento, che prova a sopravvivere in una situazione estrema. Un uomo travestito da donna è il livello più basso della farsa. Ma questo travestimento arriva nel momento più tragico del film: quando il mio personaggio sta per morire.
Allora io utilizzo il trucco più terra terra della farsa per farne una tragedia, è l'ultima risata in quell'orrore, una risata che ci resta di traverso in gola. La scena mi piace perché lì non sono più comico ma orribile. Come dice Montale, «Tra l'orrore e il ridicolo il passo è un nulla».” Roberto Benigni
Luigi Pirandello: la poetica dell'umorismo
Possiamo trovare il divario tra tragicità e comicità anche nelle opere di Luigi Pirandello.
Luigi Pirandello: la vita
Nasce a Girgenti (oggi Agrigento) nel 1867, da una famiglia borghese. Nel 1891 si laurea all'Università di Bonn. Tornato in Italia, nel 1893 si stabilisce a Roma dove inizia a collaborare a riviste letterarie, per l'interessamento di Luigi Capuana; dal 1897 - ed ininterrottamente fino al 1922 - insegna all'Istituto superiore di Magistero, prima stilistica, poi letteratura italiana. Comincia a pubblicare poesie, saggi, romanzi e novelle (che dal 1909, apparivano sul "Corriere della Sera"), per poi affermarsi come autore drammatico nei due lustri seguenti al primo conflitto mondiale. Se "Liolà", "La giara", "Il berretto a sonagli", "Pensaci, Giacomino!", "Così è (se vi pare)", "Il piacere dell'onestà" sono i lavori più significativi del periodo 1915-20, è nel 1921 - anno della prima, sfortunata rappresentazione dei "Sei personaggi in cerca d'autore" - che la fama del Nostro varca i confini nazionali, con il consenso unanime di pubblico e critica. Da ricordare, ancora, i drammi "Vestire gli ignudi" (1923) e "L'amica delle mogli" (1927), dedicati a Marta Abba. Accademico d'Italia dal 1929, nel '34 è insignito del premio Nobel per la letteratura. Muore a Roma nel 1936, mentre sta lavorando a "I giganti della montagna". I tratti salienti dell'arte di Pirandello si presentano sin dalle sue prime prove narrative: se già nel romanzo breve "Il turno" (1895) il gusto dell'autore siciliano per il grottesco corrosivo risulta infatti evidente, ne "L'esclusa" (1901) - storia di una donna cacciata di casa dal marito per un'ingiusta accusa di adulterio e riammessovi proprio quando adultera è diventata - si precisa una visione dell'uomo prigioniero delle convenzioni e smarrito nel dedalo di una verità proteiforme. Tali concetti trovano definitiva sistemazione ne "Il fu Mattia Pascal"(1904) - dove un individuo ritenuto morto cerca invano di crearsi un'identità nuova, finendo per perdere anche l'originaria - e vengono integrati dalle riflessioni contenute nel saggio "L'umorismo" (1908), incentrato sui problemi della creazione artistica. Se "I vecchi e i giovani" (1906) segna un ritorno ai canoni del verismo, nel confronto tra illusioni risorgimentali e scorciatoie cercate dalle nuove generazioni, in "Suo marito" (1911) e "Si gira" (1915) si fa più pessimistico il suo sguardo sull'umanità, ingabbiata nella finzione ed impossibilitata a decrittare il reale. Uguali tematiche si riscontrano nelle sue novelle, raccolte nel 1922 sotto il titolo "Novelle per un anno", e nel suo ultimo romanzo "Uno, nessuno e centomila"(1926).
La poetica dell'umorismo
L'elaborazione della poetica dell'umorismo avviene fra il 1904 e il 1908, anno in cui esce il volume “L'umorismo”. Del 1904 sono le due Premesse iniziali (corrispondenti ai primi due capitoli) del “Fu Mattia Pascal”, che gettano già le basi della nuova poetica. Questa viene ideata sulla base di considerazioni sollecitate dalla lettura dei maestri dell'umorismo europeo, Cervantes e Sterne soprattutto, ma anche di studiosi di psicologia come Binet.
Mentre nel volume del 1908 “L'umorismo” Pirandello sembra considerare l'umorismo una caratteristica perenne dell'arte, riscontrabile nell'antica Grecia come nell'Italia moderna, nelle due Premesse esso è collegato strettamente alla nascita della modernità e in particolare alla scoperta di Copernico. L'affermazione della modernità comporta comunque un maggiore approfondimento e una maggiore attualità dell'atteggiamento umoristico. In particolare il relativismo – che domina le filosofie moderne –, ponendo in crisi l'idea di una verità certa e oggettiva, collabora anch'esso all'elaborazione pirandelliana dell'umorismo.
Ne L'umorismo si parla di contrapposizione fra arte umoristica e arte epica e tragica perché nella modernità la poesia fondata su tragico ed eroico non è più possibile a causa della venuta mancanza delle categorie di bene e male, di vero e falso, su cui si basavano la tragedia e l'epica. L'umorismo è l'arte del tempo moderno perché non propone né valori né eroi che ne siano portatori ma un atteggiamento critico-negativo e personaggi problematici.
L'arte umoristica evidenzia il contrasto tra forma e vita e tra personaggio e persona. L'uomo ha bisogno di autoinganni per credere che la vita abbia un senso, gli autoinganni individuali e sociali costituiscono la forma dell'esistenza che non ci fa vivere momento per momento. Le persone che vivono nella forma non sono integre, coerenti e compatte, fondate sulla corrispondenza armonica fra desideri e realizzazione, passioni e ragione; ma si riducono a maschere (o personaggi) che recitano la parte che la società esige da loro e che egli stesso si impone attraverso i propri ideali morali. Il termine personaggio non viene dunque usato da Pirandello nell'accezione comune: tutti gli uomini sono maschere o personaggi perché tutti recitano una parte. Il personaggio non è coerente, solito, unitario, perché non è più persona. Ha davanti a sé solo due strade: o sceglie l'incoscienza, l'ipocrisia, l'adeguamento passivo alle forme, oppure vive consapevolmente, amaramente e autoironicamente la scissione tra vita e forma. Nel secondo caso la riflessione interviene continuamente a porre una distanza fra il soggetto e i propri gesti, fra l'uomo e la vita: più che vivere il personaggio si guarda vivere. La riflessione, la fine dell'immediatezza vitale, l'estraneazione da sé e dagli altri diventano la sua caratteristica esistenziale. Questo distacco riflessivo, amaro, pietoso e ironico insieme, è il segno distintivo dell'umorismo. È questo segno caratterizzante a distinguerlo dalla comicità. Nel comico è assente la riflessione, esso nasce dal semplice e immediato 'avvertimento del contrario', dall'avvertire, con un sussulto irresistibile che provoca il riso, che una situazione o un individuo sono il 'contrario' di come dovrebbero essere. Invece l'umorismo è il 'sentimento del contrario', che nasce dalla riflessione: riflettendo sulle ragioni per cui una persona o una situazione sono il 'contrario' di come dovrebbero essere, al riso subentra il sentimento amaro della pietà.
Le caratteristiche dell'arte umoristica
- Mentre l'arte tradizionale mira alla coerenza e alla verità, l'arte umoristica tende alla scomposizione, alla disarmonia, alla divagazione, al grottesco;
- Punta a strutture aperte ed inconcluse;
- Rifiuta il sublime e sceglie il linguaggio quotidiano che rivela le storture di un'esistenza insensata;
- Il soggetto perde autorità e si caratterizza per la compresenza di spinte contrarie di diverse personalità;
- Chi percepisce la condizione d'insignificanza vive in estraneità e riflessione con prevalenza del momento ragionativo;
- Rifiuta la concezione classica, romantica e decadente dell'arte per i suoi ideali.
Pablo Picasso: famiglia di saltimbanchi
Pablo Picasso: la vita
Pablo Picasso nacque a Malaga, in Spagna, nel 1881 da un padre, insegnante nella locale scuola d’arte, che lo avviò precocemente all’apprendistato artistico. A soli quattordici anni venne ammesso all’Accademia di Belle Arti di Barcellona. Due anni dopo si trasferì all’Accademia di Madrid. Dopo un ritorno a Barcellona, effettuò il suo primo viaggio a Parigi nel 1900. Vi ritornò più volte, fino a stabilirvisi definitivamente.
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Materie
- Italiano: Luigi Pirandello (la poetica dell'umorismo);
- Storia dell'Arte: Pablo Picasso (Famiglia di Saltimbanchi); Arte Degenerata;
- Tedesco: Berlin, Gormannstrasse - Kurt Bartsch; Etwas über die Juden;
- Inglese: Refugee blues, Wystan Hugh Auden;
- Storia: L'antisemitismo durante la seconda guerra mondiale;
- Diritto ed Economia Aziendale: leggi razziali.