Istituto tecnico industriale statale
“Guglielmo Marconi”
Bari
Corso di informatica “Abacus”
A.S. 2011/2012
A
Cl. V IB
Allievo:
Gianluca Zaccaro
Percorso multidisciplinare
- Italiano Umberto Saba
- Storia La seconda guerra mondiale
- Inglese I virus
- Sistemi Procedure ed applicazioni di sicurezza
- Elettronica I cavi: RJ45
- Informatica Prima, seconda, terza forma normale
- Calcolo La simulazione
- Matematica I teoremi di: Lagrange,
- Rolle,
- Cauchy,
- De Hospital
Umberto Saba
Umberto Saba nacque a Trieste nel 1883, il suo vero cognome non era
Saba ma Poli, lo cambiò perché ebbe un rapporto conflittuale con il padre
che aveva abbandonato la madre prima della sua nascita. La madre e la
nonna fecero sì che crescesse con un odio profondo nei confronti del
padre, un giovane “gaio e leggero” insofferente dei legami familiari.
Saba assunse tale cognome perché in ebraico significava “pane”, secondo
alcuni il cognome Saba ricorderebbe il cognome della sua nutrice, alla
quale era molto legato, Peppa Sabbaz, slava, che avendo perso il proprio
figlio riversò su di lui il suo affetto e la sua tenerezza, finché la madre,
austera e severa, lo reclamò presso di sé. Saba trascorse un’infanzia
piuttosto difficile e malinconica che rievocherà più tardi nelle poesie: “Il
piccolo Berto”. Frequenta le scuole con scarso profitto e interrompe gli studi alla quarta ginnasiale,
decidendo di proseguirli come autodidatta.
Nel 1905 Saba si trasferì a Firenze, infatti come molti triestini riteneva che dovesse attingere alle
origini della cultura italiana, a Firenze venne a contatto con l’ambiente della rivista “La voce”,
rivista che era orientata alla valorizzazione della parola poetica, concezione che Saba non
condivideva infatti non fu molto apprezzata presso il circolo la sua poesia, anche se su questo
giornale furono pubblicate molte delle sue liriche. Nel 1907 andò a Salerno e prestò servizio
militare, descrisse questa avventura nei “Versi Militari”. Ritornato a Firenze, 1911, si sposò con
Carolina Woelfler, la Lina dei suoi versi, con la quale ebbe una figlia, Linuccia sempre in prosa. Nel
1921 pubblicò il primo “Canzoniere” che aveva scritto in una vecchia libreria ritrovata dopo la
prima guerra mondiale. Nel 1929 si sottopose a una terapia psicoanalitica con il dottor Edoardo
Weiss, allievo di Freud, per curarsi da una nevrosi da cui era afflitto, ma questa esperienza si
concluse quasi subito, poiché lo specialista si trasferì a Roma. Nel 1938 fu costretto a lasciare
Trieste per causa delle leggi razziali, si recò a Roma dove Ungaretti cerca di proteggerlo, dopo si
trasferisce a Firenze dove vive nascosto ospite a casa di Montale. Gli ultimi anni, Saba, li trascorse
in una maniera difficile a causa delle crisi depressive e della malattia della moglie, che muore nel
1956. Saba la seguirà nove mesi dopo, il 25 agosto 1957 in una clinica di Gorizia.
Poetica
Come molti altri autori triestini, come Svevo, anche Saba risentì degli studi
psicanalitici, anticipando a volte alcune intuizioni freudiane.
Solo a partire dal 1924 entrò in diretto contatto col pensiero di Freud, perché da tempo era
sofferente di alcune nevrosi e si rivolse ad uno psichiatra, Edoardo Weiss, uno dei maggiori
interpreti in Italia del pensiero freudiano.
Il fondamento della poetica sabiana è il concetto freudiano di libido, ovvero di eros inteso come
impulso vitale ma anche come impulso all’autodistruzione, al dissolvimento.
Il tema di Eros e Thanatos è caratteristico di questi poeti del Novecento. È questo il nucleo profondo
dell’essere uomo, e Saba in quanto uomo vuole indagare in questa dimensione, vuole penetrare
nella “calda vita” di tutti, come dice in una lirica “vivere la vita di tutti, essere come tutti gli uomini
di tutti i giorni”. Saba vuole penetrare nella vita che è sofferenza e frustrazione.
Saba ritrovò ciò anche nella sua vita personale, la sua nevrosi consisteva nella consapevolezza delle
sue tendenze omosessuali, la moglie Lina ne era a conoscenza ma non lo respinse mai per questo. A
Gianluca Zaccaro 5IB Tesi di Italiano - Percorso Multidisciplinare
proposito di questo scrisse il romanzo “Ernesto”.
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Scrisse molte raccolte poetiche che riunì poi in un’unica raccolta che prende il nome di
“Canzoniere” (il titolo è un riferimento a Petrarca), la prima edizione risale al 1948, l’edizione
definitiva risale invece al 1961.
Il “Canzoniere” è la “storia di un amore”, ovvero costituisce il racconto di un’esistenza poetica. Ciò
fa pensare al tentativo analogo compiuto in quel giro d’anni da Ungaretti, che intitolava il
complesso della sua opera poetica “Vita di un uomo”. La differenza con Ungaretti è però
sostanziale, infatti Ungaretti ritrova la continuità della sua esperienza a posteriori, nella valutazione
che fa del senso della sua poesia. Saba invece accompagna i vari momenti di uno svolgimento
continuo, è come se si abbandonasse al fluire dell’esistenza, che è amore e dolore.
I sentimenti di cui Saba parla sono sentimenti elementari, rapportati alle manifestazioni elementari
della vita degli animali e legate all’immediatezza del vissuto.
“A mia moglie” è una lirica che fa parte di una delle prime raccolte di Saba: “La casa in
campagna”.
“La capra” Questa poesia è fondata su un rapporto di somiglianza fra mondo umano e mondo
animale nel dolore, nella comune angoscia del vivere. La capra bela, cioè manifesta dolore, proprio
perché esprime la miseria di ogni essere che anela ad un’impossibile libertà.
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La capra: commento
Il poeta elegge un umile animale, una capra, a rappresentare il comune destino di sofferenza del
mondo umano e quello animale, quindi fraternità di tutte le creature. Il quadro è semplice: una capra
solitaria che, sazia d’erba bagnata, bela sul prato. Questi dati esprimono un alto significato morale e
umano perché in quel belato il poeta trova una consonanza col dolore proprio e di ogni altra
creatura. Questa lirica è nota per un verso: in una capra dal viso semita. Non ha implicazioni razziali
positive e negative ma è solo un verso visivo. L’animale richiama la situazione degli ebrei, le
persecuzioni, il lamento di tutta una razza. Nella capra Saba riconosce un aspetto distintivo di ogni
essere umano: il dolore. Nell’animale, egli scorge le sofferenze e gli atteggiamenti di ogni uomo
quando soffre, perché la sofferenza è il destino di ogni uomo, quella che rende tutti fratelli. Il poeta
parla ad una capra incontrata prigioniera e belante nel prato ma sazia d’erba, così facendo si
avvicina nell’animo alle sofferenze di tutte le creature viventi. Quel lamento lo ha convinto che
nella povera bestiola c’era un dolore simile al suo e di cui egli ha inteso alla fine il messaggio,
perché il dolore è universale ed ha una sua voce per tutti e per ciascuno. La capra è una creatura che
nel suo dolore soffre simbolicamente il dolore di tutti; il significato della poesia è il dolore che
accomuna animali e uomini.
La capra: analisi del testo
La prima strofa ha un carattere descrittivo: la capra viene mostrata in una situazione che, pur non
essendo disperata, è comunque di profondo disagio (è legata e bagnata dalla pioggia). Nella seconda
strofa si sviluppa la narrazione. Il poeta risponde per scherzo, poi sulla base di una motivazione
profonda: il belato della capra esprime un dolore universale, un “mal di vivere” che è lo stesso per
tutti gli esseri viventi. La risposta del poeta, quindi, è seria. La terza strofa ha un carattere
sentenziale (giudicare) e mette in rapporto i due termini “male e vita”. Saba non imposta il discorso
attraverso una similitudine bensì attraverso un immaginario dialogo. Alla base della poesia c’è una
concezione dell’esistenza di tipo quasi religioso: uomini e animali partecipano ad un’unica vita,
quella universale, di un’unica realtà, quella divina, anche se questa vita e questa realtà sono
dominate dalla sofferenza, dal dolore. La poesia esprime la pessimistica concezione della vita, lo
spunto sulla meditazione sul dolore e male, è simboleggiato da una capra solitaria colta in un
momento di disagio alto nel quale il poeta si sente vicino perché accomunato ad essa come a tutti gli
altri esseri viventi da un’identica o eterna legge di dolore. Perciò la risposta del poeta (prima
scherzosa) a quel belato non sembra più ridicola e buffa (come al 1° verso) ma seria e partecipe.
Nell’ultima strofa la dimensione del dolore si stende all’universale.
La capra: parafrasi
Ho parlato a una capra. Ho parlato con una capra.
Era sola sul prato, era legata. Era legata in un prato ed era sola.
Sazia d’erba, bagnata. Aveva appena mangiato.
Dalla pioggia, belava. Era bagnata per la pioggia e belava (lamentava).
Quell’uguale belato era fraterno. Il suo belato mi sembrava fosse solidale
al mio dolore. Ed io risposi, prima con il mio dolore. E io ho risposto, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno, per scherzo, poi perché il dolore è eterno.
Ha una voce e non varia. Ha una voce sola ed è uguale per tutte le creature.
Questa voce sentiva. Sentivo questa voce
gemere in una capra solitaria. Gemere nel verso di una capra solitaria.
In una capra dal viso semita. In una capra dal viso simile a quello degli ebrei.
Sentiva querelarsi ogni altro male, sentivo il lamento di tutti i mali,
ogni altra vita. Di tutte le vite.
Gianluca Zaccaro 5IB Tesi di Italiano - Percorso Multidisciplinare
A mia moglie: commento
Saba compose questa lirica nel 1911 e la giudicò fin da subito la propria poesia più bella. In essa
l’amore per la moglie Lina si esprime in modo davvero insolito, attraverso una serie di paragoni con
le femmine di alcuni animali: la gallina, la giovenca, la cagna, la coniglia, la rondine, la formica,
l’ape. La stessa moglie del poeta in un primo tempo si sentì quasi offesa di tali accostamenti; in
realtà il componimento è pervaso da un sentimento di intensa tenerezza e dolcezza, accentuate
entrambe da un tono apparentemente ingenuo, quasi infantile: il poeta guarda al mondo della natura
nei suoi aspetti quotidiani con occhi semplici, avvertendo in essa le migliori qualità e la condizione
di maggiore vicinanza a Dio.
A mia moglie: analisi
È un elogio alla moglie Lina attraverso termini di paragone inconsueti. Vuole celebrare la
superiorità del genere femminile e la sua vicinanza alla natura, mettendo in evidenza l’energia vitale
e la fisicità. Saba non vuole mancare di rispetto alla moglie e alla donna in generale ma lodarle con
una concezione del femminile non proprio moderna. Saba parlando della moglie descrive la virtù
della donna secondo angolazioni tradizionali. Ne sottolinea la protettività materna (v25), l’eleganza
della movenza come la rondine (v69), fedeltà laboriosa come la formica (v72). È un testo semplice
nel linguaggio e trasparente nei significati. Le strofe iniziano tutte allo stesso modo: “Tu sei come”,
introducendo paragoni con animali. I versi sono bravi con presenza di enjambment: gravida,
giovenca, cagna, pavida, coniglia. Nel finale le 3 parole “animali, donna, Dio” all’ultimo verso,
rispecchiano l’opinione di Saba secondo il quale la donna come gli animali si avvicina a Dio.
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