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Le utopie della perfezione

Ho deciso di trattare il tema della perfezione perché spesso ci affanniamo a cercare un’alternativa ad una vita che non ci soddisfa, un’alternativa per essere accettati dagli altri, un’alternativa che ci permetta di raggiungere la piena conoscenza di tutte le cose.

Ma il più delle volte, ci ritroviamo davanti a quelle che sono utopie della perfezione.

In realtà, basterebbe compiacersi di ciò che ci sta intorno, ma vi riescono ben pochi.

Ma è davvero giusto accontentarsi di ciò che abbiamo, senza aspirare a qualcosa di migliore?

Penso che la vita sia banale senza la ricerca di qualcosa di più che ci faccia fuggire dalla quotidianità. Tuttavia questo non deve portarci all’ossessionante ricerca della perfezione.

Storia dell’arte: il neoclassicismo

Nell’arte il concetto di perfezione, secondo me, rimane un’utopia poiché anche nelle massime espressioni non ritrova riscontro nella realtà. Un esempio di movimento che si propone tale obiettivo è quello del neoclassicismo, in cui si vuole raggiungere la perfezione delle forme riprendendo però i modelli proposti dall’arte greca. Ma anche lo stesso esponente principale, Winckelmann, non ebbe mai modo di vedere un originale greco, ma solo copie del tardo ellenismo romano e su esse fondò i propri principi interpretativi dell’arte ellenica.

Il neoclassicismo è un movimento artistico-culturale sviluppatosi a Parigi e a Roma, per poi diffondersi in tutta Europa e in America tra la seconda metà del ’700 e i primi anni dell’800. Il termine fu coniato alla fine dell’800 con intento dispregiativo, per indicare un’arte non originale, fredda e accademica che riprendeva l’arte antica, in particolare quella greca e romana e che quindi aderiva ai canoni classici.

Ci si rifaceva a tali canoni in quanto si riteneva che il buongusto avesse avuto origine in Grecia, perciò era loro la grandezza artistica: si tende ad imitarli ma non a copiarli, perché imitare vuol dire ispirarsi a un modello che si cerca di eguagliare, mentre copiare vuol dire riprodurre un’opera identica.

Avvicinare l’arte alla natura per l’artista neoclassico non significa riprodurre la realtà in modo naturalistico, fedele nei particolari, ma estrarne l’essenza, quindi rappresentare l’ideale. Il neoclassico è un’arte di idee, dove quindi i pittori possono esprimersi in vari modi. Non a caso la caratteristica principale del neoclassicismo è del “bello ideale”; l’opera d’arte deve essere caratterizzata da semplicità, ma nello stesso tempo deve esprimere il dominio sulle passioni umane e mirare ad una bellezza ideale superiore.

Il movimento neoclassico cominciò a svilupparsi come desiderio di ritornare alla magnificenza dell’arte antica ed è una logica conseguenza sulle arti del pensiero illuminista. I campi espressivi più utilizzati dagli artisti neoclassici sono la scultura e l’architettura.

In architettura, questo stile riprende alcuni elementi dell’architettura classica greco-romana. Il neoclassicismo ripristina un equilibrio architettonico di cui quasi si sentiva l’esigenza. I palazzi che sono stati eretti intrisi di questa filosofia traspirano serietà e imponenza, riprendendo sostanzialmente forme semplici come il cubo o il triangolo. Il più importante monumento neoclassico degli Stati Uniti è la Casa Bianca.

L’arte acquista in questo periodo un valore morale e sociale. Essa deve spingere l’uomo alla virtù, attraverso i grandi esempi del passato, che diventano pertanto modelli di un mondo puro e non corrotto.

White House

Giovan Battista Piranesi e Johann Joachim Winckelmann sono i maggiori esponenti teorici del neoclassicismo, rispettivamente sostenitori dell’arte romana e greca. Per quanto riguarda l’ambito della pittura neoclassica i maggiori esponenti sono Jacques Louis David e Jean Auguste Dominique Ingres, mentre nell’ambito della scultura sono Luigi Acquisti, Bertel Thorvalden e Antonio Canova.

La scultura di quest’ultimo rispondeva perfettamente all’ideale di grazia e armoniosa quiete che Winckelmann e i neoclassici ritenevano costituisse il “canone” dell’arte greca e fu proprio il suo capolavoro “Amore e Psiche” (1787-1793, Louvre, Parigi) che gli valse il riconoscimento di principale scultore neoclassico.

Jacques-Louis David

David nasce a Parigi il 30 agosto 1748, compie i primi studi nella capitale francese dove studia all’Accademia delle Belle-Arti, nel 1775 ottenne l’ambitissimo Prix de Rome che gli permise fino al 1780 di soggiornare in Italia, studiandone l’arte (pittura e scultura).

Dopo un viaggio a Napoli nel 1789 capì che solo “operare come gli antichi e come Raffaello è essere veramente artisti”.

Jacques Louis David

Rientrato in Francia ebbe numerosi incarichi di lavoro e partecipò attivamente alla rivoluzione del 1789. Divenne un sostenitore di Napoleone, subendone il fascino, tanto da essere nominato, il 18 dicembre 1804, Primo pittore dell’Imperatore. Nel 1816, dopo la caduta di Napoleone fu costretto all’esilio a Bruxelles, dove morì il 29 dicembre 1825.

Nella sua formazione e nel percorso artistico David è innanzi tutto un pittore di storia, “il genere grande” della pittura; ma mentre all’esilio attribuisce la maggiore importanza alle composizioni storiche ispirate a soggetti tratti dalla mitologia, con la Rivoluzione cerca di adattare la sua ispirazione, fondata sull’antico, a soggetti del proprio tempo, dipingendo anche opere con personaggi contemporanei.

Un altro genere prediletto è il ritratto, mentre gli si attribuiscono un solo paesaggio e nessuna natura morta. L’opera grafica di David si divide in due gruppi: nel primo, troviamo disegni originali, fregi classici, caricature e nel secondo, schizzi e abbozzi preparatori alle tele, dalla semplice idea fino all’elaborazione ricca di dettagli; troviamo anche disegni di monumenti e di paesaggi romani raccolti nei suoi album che utilizza da modelli per le future composizioni.

I disegni di David sono molto austeri e poveri di mezzi. Infatti le sue finalità sono la chiarezza del segno, la purezza dell’immagine e la semplificazione della linearità. Infine, nonostante prediliga utilizzare maggiormente la matita a mina di piombo, impiega anche la penna, l’inchiostro, l’acquarello (bruno, nero, grigio) e la tempera bianca o i gessetti.

La novità di David consiste nell’aver combinato una ispirazione sia estetica che morale, unendo ragione e passione, piuttosto che l’imitazione della natura e dell’antico.

Il giuramento degli Orazi

Il dipinto fu commissionato dal re di Francia. La tela non doveva superare i tre metri per tre, secondo la commissione reale, ma David finisce per ingrandirla di alcuni metri - le sue dimensioni sono di 3,30 x 4,25 metri - e questa sua noncuranza delle istruzioni ufficiali gli varranno la nomea di artista indipendente, se non ribelle.

Oltre tutto, prende l’iniziativa di esporre l’opera già nel suo studio romano, prima della presentazione ufficiale al Salon, dove produce una profonda impressione negli ambienti artistici. Anche se fu definito dal direttore dell’Accademia «un attacco al buon gusto», esso fu acclamato dai più come «il più bel quadro del secolo».

Il soggetto è scelto dalla storia della Roma monarchica, quando i tre fratelli Orazi affrontano i tre fratelli Curazi, per risolvere una contesa sorta fra Roma e Albalonga. La scena rappresenta il momento che precede il combattimento, quando i tre fratelli Orazi giurano di sacrificare la propria vita per la patria.

Il giuramento degli Orazi

David vuole rappresentare le virtù civiche romane (vincere o morire per Roma) per spingere la moderna civiltà all’emulazione. La scena si svolge all’atrio di una casa romana inondata dalla luce solare.

L’impianto prospettico è sottolineato dalle fasce marmoree che richiudono riquadri di pavimento in laterizi disposti a lisca di pesce. Nel fondo due pilastri e due colonne doriche dal fusto liscio sorreggono tre archi a tutto sesto, oltre i quali un muro delimita un porticato, mentre un’ulteriore arcata lascia intravedere altri ambienti abitativi.

I personaggi sono distinti in due gruppi incorniciati dalle arcate estreme mentre il vecchio padre si erge nel mezzo isolato mentre leva in alto le spade che consegnerà ai figli, e con il suo mantello rosso lo si può indicare come personaggio chiave della rappresentazione.

È proprio in quella mano tenuta stretta che sta il punto di fuga, punto dove si protendono le braccia dei tre fratelli tenute alte nella promessa solenne. A destra le donne meste e mute sono abbandonate nel dolore e nella rassegnazione.

In posizione più arretrata, la madre degli Orazi copre con il suo velo scuro, presagio di lutto, i suoi due figli più piccoli, mentre la figlia Camilla, affranta e con le mani in grembo, si volge verso la cognata Sabina, che piegata verso di lei, le tiene su una spalla una mano su cui poggia il capo chino.

Nella sua semplicità e gravità, la tela può essere accostata sia ai bassorilievi antichi, che alle opere del primo Rinascimento, allora al centro di una nuova riscoperta, e assume grande importanza anche perché riesce a rappresentare lo stato d’animo di molti francesi di quel delicato periodo.

Vi si lesse infatti l’esaltazione dei valori di rigore morale e severa semplicità dell’antica Repubblica romana. Il quadro è considerato il “manifesto” del neoclassicismo.

Storia: la razza ariana

Oggi l’antropologia fisica utilizza il concetto di razza a scopo classificatorio, per distinguere un complesso di individui che si distinguono per uno o più caratteri comuni, trasmessi ereditariamente.

Tuttavia, tra Ottocento e Novecento esso è stato inteso con significati diversi, soprattutto in relazione alla espressioni culturali dei vari popoli, nascendo proprio così il concetto di razzismo.

Alla base di quest’ultimo, c’è la confusione generata dalla mancata distinzione tra gruppi etnici e gruppi razziali. Infatti, il primo si applica alle caratteristiche socio-culturali, mentre il secondo definisce i legami ereditari.

I fattori socio-culturali provengono dalle condizioni in cui si svolge la vita di un popolo (ambiente, economia, ecc.) e sono trasmissibili e anche modificabili da una generazione all’altra (apprendimento, …), ma quando si perde questa distinzione, si finisce per attribuire ai fattori culturali quella rigidità e irreversibilità che si ritengono caratteristiche proprie della razza.

La prima conseguenza a tale confusione porta ad un modo di ragionare distorto che può avere effetti tragici, che possiamo ritrovare nelle terribili esperienze a cui il Nazismo sottopose l’Europa con le persecuzioni nei confronti degli Ebrei e la messa in atto di uno spietato genocidio.

Non a caso, nella visione di Hitler le teorie razziste, nate fra la fine del Settecento e sviluppatesi nel corso dell’Ottocento, si erano fuse con l’antisemitismo.

Secondo tali dottrine esisterebbe una razza, quella ariana, corrispondente agli europei di pelle chiara, che possiederebbe caratteristiche superiori a quelle di tutte le altre e di conseguenza sarebbe in diritto di dominarle: Hitler considera l’ariano il fondatore della cultura umana.

La parola “Ariano” deriva dal termine Arya che in lingua sanscrita vuole dire nobile. Il filosofo Schlegel, alla fine del 1700, l’utilizza per indicare il popolo originario che avrebbe parlato l’indoeuropeo archetipo, lingua dalla quale sarebbero derivate tutte le altre, da cui tutte le altre lingue sarebbero derivate.

In questo periodo si pensava che la lingua parlata da un popolo fosse lo specchio del suo spirito, che riflettesse fedelmente i suoi caratteri fondamentali.

Una maggiore articolazione e complessità delle lingue indoeuropee si trasmise nella convinzione che gli ariani fossero dotati di maggiore intelligenza e di una più sviluppata creatività spirituale rispetto ai cosiddetti semiti.

A metà Ottocento il pensiero razzista si appropriò del modello estetico neoclassico e giunse ad affermare che i popoli ariani si avvicinavano, più di tutti gli altri, alla perfezione umana raffigurata dai Greci nelle loro statue. Gli ariani erano più nobili, intelligenti e capaci di grandi sentimenti rispetto alle altre razze.

Hitler, durante la sua giovinezza a Vienna, frequentò con regolarità le rappresentazioni teatrali delle opere di Richard Wagner, dove veniva esaltata la spiritualità del popolo tedesco e la grandezza degli eroi germanici. Inoltre apprezzò molto la rivista Ostara che diffondeva concezioni razziste e antisemite.

A Vienna Hitler conobbe i primi movimenti politici antisemiti. Sempre nello stesso periodo, i popoli considerati di razza inferiore vennero accusati di non saper dominare i propri istinti e quindi di avere abitudini e comportamenti perversi.

Hitler inoltre alla fine della prima guerra mondiale fu utilizzato come oratore militare antibolscevico; i suoi discorsi erano finalizzati a nazionalizzare le truppe soffermandosi sui problemi economici e sulla prima guerra mondiale, dando la colpa e la responsabilità di tutto ciò agli ebrei.

Sul drammatico sfondo della disfatta militare e dell’inflazione, iniziò la lenta ascesa verso il potere del Partito nazista e del suo leader Adolf Hitler.

Successivamente nel settembre 1919 Hitler decise di iscriversi al partito dei lavoratori tedeschi (DAP), entrando subito nel piccolo comitato direttivo, che con il formidabile potere oratorio di Hitler, aumentò i suoi iscritti e il proprio consenso, cambiando il nome in Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori (NSDAP) e assunse come emblema la croce uncinata, ovvero la svastica, simbolo di perfezione e di luce.

Tuttavia il nome del partito e di Hitler divenne noto in tutta la Germania solo nel novembre 1923, grazie al fallito colpo di stato in Baviera (putsch). Hitler fu condannato a 5 anni di carcere, dove scrisse il suo libro intitolato MeinKampf (La mia battaglia).

Nel suo libro intitolato “MeinKampf” (“La mia battaglia”), troviamo tutta la complessa ideologia hitleriana e il suo concetto centrale racchiuso nell’espressione “bolscevismo giudaico”. Hitler, pur condividendo la leggenda della pugnalata alla schiena, cioè che la Germania sarebbe stata sconfitta per colpa dei marxisti,

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Sintesi

Introduzione utopie della perfezione, tesina

Nella mia tesina di maturità ho deciso di trattare il tema della perfezione perché spesso ci affanniamo a cercare un’alternativa ad una vita che non ci soddisfa, un’alternativa per essere accettati dagli altri, un’alternativa che ci permetta di raggiungere la piena conoscenza di tutte le cose. Ma il più delle volte, ci ritroviamo davanti a quelle che sono Utopie della perfezione. In realtà, basterebbe compiacersi di ciò che ci sta intorno, ma vi riescono ben pochi. Ma è davvero giusto accontentarsi di ciò che abbiamo, senza aspirare a qualcosa di migliore? Penso che la vita sia banale senza la ricerca di qualcosa di più che ci faccia fuggire dalla quotidianità. Tuttavia questo non deve portarci all’ossessionante ricerca della perfezione. La tesina permette anche dei collegamenti con le varie materie scolastiche.

Collegamenti

  • Italiano -

    Pirandello e le maschere

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  • Storia dell'arte -

    Neoclassicismo

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  • Storia -

    La razza ariana

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  • Filosofia -

    Feuerbach e la critica alla nozione di dio

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    Giovenale e la xenofobia

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    Dorian Gray

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    La forma della terra

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