Estratto del documento

USA 1929:

Dal sogno alla polvere

Carlotta Ferrari

Liceo scientifico statale N. Copernico, A.S. 2010-2011

A poco più di un decennio dalla fine della guerra mondiale, dopo un periodo di sviluppo economico e di ricostruzione, una crisi gravissima sia per estensione che per intensità sconvolse la maggior parte dei paesi capitalistici. Crollo dell’occupazione e dei prezzi delle merci, paralisi della produzione e del commercio internazionale ne furono le forme. Le cause del fenomeno mostrano l’insufficienza delle risposte date nei principali paesi alla Grande depressione e alle tensioni economiche già manifestatesi alla fine dell’Ottocento.

La guerra mondiale era sembrata costituire il punto di approdo di quei processi di trasformazione che avevano avuto nello sviluppo abnorme della tecnica, nella massificazione della produzione e della società i propri caratteri distintivi. Invece il conflitto non era stato altro che un momento di accelerazione della fase critica: una pace ingiusta, e tale da riproporre su scala più ampia i contrasti tra gli stati; una rivoluzione di portata incalcolabile come quella russa, tale da lacerare il mondo e le società europee dimostrando che al capitalismo era possibile contrapporre un’alternativa reale; un’economia in tumultuoso quanto caotico sviluppo, sempre più razionalizzata nei suoi assetti produttivi e sempre più “anarchica” nei suoi assetti sociali, con i suoi violenti conflitti per i controlli dei mercati.

La crisi era destinata a prolungarsi, ingigantita, investendo tutti i livelli della compagine statale. In primo luogo quello economico e sociale, dove la produzione di massa continuava a estendersi con ritmi elevatissimi, senza che si riuscissero a costruire gli strumenti di controllo di una tale dinamica, sia sul versante dell’adeguamento della domanda a un’offerta crescente, sia su quello della spartizione dei mercati.

Anche il livello “culturale” venne attraversato dalla trasformazione e dalla crisi; l’accelerata mobilità sociale, i bruschi cambiamenti di status, l’incertezza operarono una profonda rivoluzione nel costume. Ma la crisi del 1929 rappresentò anche il momento di rifondazione di un “nuovo ordine”, di un equilibrio più alto. Come già avvenuto per la Grande depressione, “anche per il grande crollo”, le misure attuate per avviarne il superamento configurarono un nuovo modello economico e sociale che terrà il campo per almeno mezzo secolo, ridefinendo sia le forme della produzione sia quelle della politica.

Nacque allora un nuovo punto di vista sull’economia, addirittura una nuova, rivoluzionaria teoria economica – che prese il nome dal suo fondatore, John Keynes –, la quale assumeva il sostegno alla domanda e all’occupazione come un obiettivo imprescindibile, e assegnava allo Stato compiti di controllo del ciclo economico senza precedenti. Dai provvedimenti di politica economica nascerà il moderno “stato sociale”, il cosiddetto Welfare State.

Dagli sconvolgimenti, infine, dei rapporti internazionali tra gli stati, fattisi via via più tesi nel corso degli anni trenta e destinati a precipitare in un nuovo, catastrofico conflitto mondiale nella prima metà degli anni quaranta, emergerà una nuova leadership economica, politica e finanziaria, con il definitivo emergere degli Stati Uniti come potenza guida dei paesi occidentali.

24 ottobre: il sogno si infrange a Wall Street

Con il termine “Great Depression” s’intende la drammatica crisi economica che, alla fine degli anni Venti, sconvolse l’economia statunitense, dilagando poi in tutto il mondo. All’inizio dell’ottobre del 1929 l’indice della borsa di New York, che aveva fatto registrare negli anni precedenti aumenti sorprendenti, incominciò a scendere.

Il 24 ottobre, il cosiddetto “giovedì nero”, toccò un primo minimo, dando inizio a un’ondata di panico: i detentori incominciarono a disfarsi delle azioni, sperando di contenere il più possibile le perdite. Un tentativo dei principali banchieri di organizzare un consorzio per fermare il collasso fallì, e il lunedì seguente le vendite proseguirono, dando luogo, il 29 ottobre, soprannominato il “martedì nero”, a una seconda precipitazione e a una nuova, più intensa ondata di panico: quel giorno furono svendute a prezzi sempre più bassi, oltre 16 milioni di azioni.

L’indice di “New York Times” registrò una caduta di ben 43 punti, con una perdita globale di circa 26 miliardi di dollari. Nei tre anni successivi l’indice scese ancora fino a 58 punti (inizialmente 449 punti) e i valori delle azioni di molte aziende si azzerarono.

Dalla borsa la crisi si comunicò rapidamente agli altri settori, quello produttivo e quello bancario, dando luogo a una recessione gravissima: nei successivi tre anni la produzione industriale diminuì negli USA di circa la metà rispetto al 1928, i prezzi agricoli si ridussero di oltre 25% e quelli industriali di più del 50%.

Molte banche dovettero chiudere, trascinando con sé i risparmi di un milione di persone. I fallimenti commerciali e industriali si moltiplicarono, procurando una disoccupazione senza precedenti: dal milione e mezzo di disoccupati del 1929, si passò agli oltre 12 milioni e mezzo del 1933. (25% di disoccupati).

La catastrofe abbattutasi sugli Stati Uniti fece sentire i suoi effetti anche sul complesso dell’economia mondiale, profondamente condizionata dalla produzione e dagli scambi con gli Stati Uniti. Il volume degli scambi internazionali andò progressivamente contraendosi e in poco più di tre anni il commercio internazionale subì una contrazione superiore al 60 per cento.

Gli effetti della crisi non si diffusero omogeneamente: alcuni paesi ne furono colpiti in misura più grave, altri meno: dopo gli Stati Uniti, la più colpita fu la Germania, che fece registrare una caduta della produzione industriale vicina al 40 per cento, un aumento di disoccupati di oltre 3 milioni e mezzo e una contrazione del reddito nazionale del 39 per cento.

La Germania infatti risentiva di una stretta dipendenza dai prestiti e dagli investimenti di capitali americani. Ma quando essi furono definitivamente prosciugati dalla crisi americana, ci furono effetti catastrofici sul sistema bancario tedesco e, di conseguenza, su quello industriale.

Più attenuato fu l’impatto della crisi in Francia e in Gran Bretagna: ciò fu dovuto alla possibilità, da parte delle tradizionali potenze europee, di contare su ampi imperi coloniali, e alla relativa indipendenza dalla finanza americana.

In Unione Sovietica, invece, proprio in quegli anni, si verificò un grande sviluppo economico, dovuto all’isolamento di quel paese dall’economia mondiale e ai processi di industrializzazione forzata che vi erano stati avviati.

La peculiarità del comportamento dell’economia sovietica negli anni della crisi sarebbe rimasta a lungo un fattore di grande prestigio per quel paese e di notevole importanza nella fase di intensi contrasti sociali e politici, oltre che economici, aperti in molti paesi a partire dal 1929.

Vediamo ora quali sono le cause di un crollo così violento e di così ampia portata.

L’economista Galbraith indica almeno cinque fattori di debolezza dell’economia americana, responsabili del “grande crollo”:

  • Una cattiva “distribuzione del reddito”, che aveva portato, nel 1929, un 5 per cento di privilegiati a monopolizzare più di un terzo dei redditi personali complessivi;
  • Una “cattiva struttura delle aziende industriali e finanziarie”, tale da favorire un’attività speculativa incompatibile con un sano sviluppo;
  • Una “cattiva struttura del sistema bancario, eccessivamente frammentato e vulnerabile;
  • Un “dubbio stato della bilancia estera”, gravata da un eccesso di prestiti a carattere speculativo;
  • Uno “stato infelice della scienza economica”, che riteneva indispensabile perseguire in ogni caso il pareggio del bilancio ed evitare l’interventismo statale, considerato un fattore paralizzante dell’economia.

Gli Stati Uniti erano piombati di colpo in una crisi che secondo tutte le apparenze era di origine borsistica anche se in realtà è possibile rintracciarne le premesse già nel periodo immediatamente successivo alla Prima guerra mondiale.

La Grande Guerra aveva modificato l’equilibrio economico internazionale costringendo i paesi coinvolti ad impiegare le proprie risorse in funzione delle esigenze belliche. Una prima causa dell’ordine economico internazionale era costituita dall’eredità dei debiti di guerra.

Alla fine del conflitto Francia, Gran Bretagna e Italia si erano ritrovate debitrici verso gli Stati Uniti di somme ingentissime, che costringevano tutti e tre i paesi a una politica di esportazioni quanto mai aggressiva per potersi procurare la valuta necessaria al pagamento degli interessi e al graduale rimborso.

Alla Germania, invece, definita dallo stesso trattato di Versailles come “responsabile morale” del conflitto, era stato deciso di addebitare i costi bellici sopportati dalle potenze vincitrici.

Francia 4000 3000

3200 Gran Bretagna

Stati Uniti 3500

4700 8100 Germania, Austria e altri

Flusso di capitale per debiti di guerra 1919-1929 (in milioni di dollari)

La soluzione non era però semplice: una prima contraddizione era costituita dalla fragilità economica tedesca che era uscita dalla guerra stremata. I paesi vincitori e in particolare gli Stati Uniti si erano resi conto allora della necessità di sostenere l’economia tedesca con massicce esportazioni di capitali.

Tali finanziamenti avevano portato alla formazione di un triangolo finanziario, nel quale gli Stati Uniti sostenevano con i loro capitali l’economia tedesca; la Germania dedicava gran parte delle proprie risorse a pagare le riparazioni a Francia e Gran Bretagna, e queste a loro volta utilizzavano tali capitali per pagare i propri debiti di guerra.

Questo triangolo poteva sussistere solo fin quando gli Stati Uniti fossero stati disponibili a esportare i propri capitali in Germania, ma si rivelò un pericoloso meccanismo di diffusione della crisi, quando la mancanza di risorse finanziarie americane interruppe l’intero circuito internazionale.

La seconda contraddizione insita nella scelta di penalizzare lo Stato tedesco era data dal fatto che le pressioni di Francia e Gran Bretagna costringevano la Germania a una aggressiva politica di esportazioni per potersi procurare la valuta necessaria ai pagamenti.

Ciò da un lato aveva finito con il creare un pericoloso concorrente per le potenze vincitrici e dall’altro aveva provocato una riduzione, anziché, un ampliamento dei loro mercati.

Il secondo elemento di fragilità del sistema economico internazionale consisteva nell’assenza di una credibile autorità finanziaria internazionale e di un efficace sistema di norme, garantito da un paese-guida capace di assumersi responsabilità generali e pronto a operare in caso di emergenza.

La nazione che aveva rivestito per lungo tempo questo ruolo era stata la Gran Bretagna, che però era uscita irrimediabilmente indebolita dalla guerra. Il primato avrebbe dovuto passare in quegli anni agli Stati Uniti, che dal punto di vista produttivo, nell’economia internazionale occupavano una posizione di assoluto predominio già a partire dall’inizio del secolo.

Ma a questa posizione di primato economico non corrispondevano sul piano dell’ordinamento monetario e finanziario internazionale, responsabilità proporzionate. Nel sistema economico internazionale gli Stati Uniti occupavano una posizione secondaria rispetto alla Gran Bretagna.

Ciò era dovuto a motivi sia politici sia tecnici: sul piano politico, gli anni immediatamente successivi alla fine della guerra avevano visto negli Stati Uniti il prevalere delle forze “isolazioniste”, contrarie a un coinvolgimento nella politica europea.

Gli Stati Uniti avevano perciò mantenuto una posizione marginale nelle varie conferenze internazionali destinate a definire l’assetto monetario e finanziario post-bellico. Sul piano tecnico-bancario poi mancava negli Stati Uniti un organismo centrale capace di regolamentare l’insieme dell’economia in accordo con il governo.

L’assenza di una guida economico-finanziaria si rifletteva in maniera drammatica sul sistema monetario internazionale, reso quanto mai rigido e vulnerabile dalla scelta di non abbandonare del tutto il sistema aureo, ma di correggerlo semplicemente.

Nella conferenza di Genova del 1922, fu definito un sistema misto, rimasto noto come gold exchange standard: fermo restando l’impegno delle varie banche centrali a dare oro in cambio della propria valuta ai paesi che ne avessero fatto richiesta, ci si accordava di immagazzinare nelle riserve delle stesse banche centrali, non solamente oro ma anche un’altra valuta: la sterlina.

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Sintesi

Materie e argomenti

Storia: Crisi del 1929 cause, sviluppi e conseguenze

Inglese: "The Grapes of Wrath" di John Steinbeck

Filosofia: Karl Marx

Storia dell'arte: American Gothic di Grant Wood

Italiano: Cinema

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