L’Uomo tra Guerra e Progresso
Il ‘900 fu un secolo caratterizzato da guerre, invenzioni e progressi. Gli uomini si trovavano ad affrontare seri problemi nel periodo a cavallo tra le due guerre (la prima e la seconda guerra mondiale).
Nel XX secolo la grande guerra non portò solo distruzione ma anche delle innovazioni nel campo militare: infatti fu creato dall’esercito inglese il primo carro armato “completo” della storia, capace di attraversare trincee molto larghe.
La particolarità di questo secolo fu l’incredibile velocità del cambiamento delle cose e l’evoluzione di marchingegni. Ci furono delle invenzioni e dei progressi in tutti i campi, dalla meccanica alla tecnologia e dall’elettronica all’informatica: e grazie anche al progresso nel campo della medicina l’uomo poté vivere più a lungo e curarsi da malattie che fino a poco prima erano mortali.
Grazie al progresso, quindi, la manodopera diminuì con l’automazione industriale che permetteva anche una produzione flessibile.
Il progresso quindi è definito come un processo di avanzamento, di sviluppo, e specialmente di miglioramento e perfezionamento. Spesso questo progresso però, non porta solo ad un miglioramento, poiché, nonostante le nostre scoperte tecnologiche, il mondo non è progredito sulle basi di pace e virtù, anzi sta rischiando l’autodistruzione.
Si potrebbe concludere che il progresso è un’arma a doppio taglio: da un lato uccide, dall’altro fa vivere più a lungo. Forse il segreto sta tutto nel servirsi del progresso nella giusta misura, nel gestirlo con maturità, impegnandosi a tutelare innanzitutto la propria sopravvivenza.
L’uomo tra guerra e progresso
Anche i poeti che vissero in questo periodo furono colpiti da una crisi esistenziale e quindi chiamati poeti decadenti, che presero questo aggettivo dalla corrente letteraria “Decadentismo”.
Il Decadentismo è un fenomeno che inizia negli ultimi anni dell’Ottocento e comprende gli anni delle due guerre mondiali. Questa corrente ha interessato tutta l’Europa ed è caratterizzata da una profonda crisi dei valori, da un senso di smarrimento, da un malessere esistenziale, dalla perdita di qualunque certezza, da una visione relativistica della realtà e dal rifiuto di una lettura razionale della stessa.
L’uomo vive sulla sua pelle una profonda crisi che è una crisi generazionale, in quanto la condivide con tutta la sua generazione.
Giovanni Pascoli
Uno dei maggiori esponenti del decadentismo italiano è Giovanni Pascoli. Pascoli nacque nel 1855 in provincia di Forlì e trascorse la sua infanzia in una fattoria. All’età di sette anni suo padre fu assassinato e successivamente morirono anche sua madre e sua sorella. Al termine dell’Università di Bologna ottenne una cattedra presso il liceo di Matera, Massa e Livorno. In questi anni pubblicò le opere “Myricae”, “I Canti di Castelvecchio” e i “Poemi Conviviali”. Pascoli morì nel 1912 a Bologna, vittima dell’alcolismo.
Egli è colpito da un pessimismo, chiamato pascoliano, la cui causa fu la morte del padre e dei parenti. La poesia, per Pascoli, è l’unica soluzione alla sofferenza, infatti trova rifugio nella poesia consolatrice. Pascoli è un veggente cioè solo grazie all’intuizione vede la vera realtà delle cose.
Il carattere dominante della poesia di Pascoli è costituito dall’evasione della realtà per rifugiarsi nel mondo dell’infanzia, un mondo rassicurante, dove l’individuo si sente isolato ma tranquillo rispetto ad una realtà che non capisce e quindi teme, infatti il poeta adotta la poetica del Fanciullino in cui ritiene che dentro ad ognuno di noi ci sia uno spirito sensibile che consiste nella capacità di meravigliarsi delle piccole cose proprio come fanno i bambini quando scoprono qualcosa di nuovo.
Per Pascoli il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro non uomo di stato o di corte. Non vuole perseguire obiettivi civili, morali, pedagogici, propagandistici. A costruire il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione, che il modo col quale agli altri trasmette l’uno e l’altra.
La poesia non deve essere una poesia morale, civile, patriottica, sociale, giova alla moralità, alla civiltà alla patria, alla società.
Il tema più importante nelle opere di Pascoli è il nido che rappresenta una soluzione ai problemi, una protezione rispetto al mondo esterno e a tutti quei fattori che influiscono negativamente sulla personalità del Pascoli: il nido quindi si può paragonare alla famiglia che adesso non esiste più.
Le opere più importanti del Pascoli sono Myricae e i Canti di Castelvecchio. L’opera Myricae è dedicata alla memoria del padre e comprende 156 poesie.
In Myricae ogni cosa viene osservata con gli occhi stupefatti del fanciullino. I temi principali che caratterizzano l’opera sono la famiglia distrutta, il sogno e l’illusione.
La poesia più importante della raccolta è “X agosto”. Il titolo di questa poesia rimanda al giorno in cui fu assassinato il padre del poeta. Ma prima di evocare questo dolore privato, il poeta racconta di un’altra morte assurda, quella di una rondine uccisa da un cacciatore mentre tornava al nido dei suoi piccoli. Ecco il dolore individuale, condiviso, diviene dolore collettivo, un dolore immenso, di fronte al quale il Cielo piange sconsolato: la notte del 10 agosto è infatti la notte di San Lorenzo, la notte delle stelle cadenti (lacrime di San Lorenzo).
L’altra opera invece, “I canti di Castelvecchio”, è dedicata al ricordo della madre ed è costituita da 69 componimenti e le tematiche adottate sono le stesse di Myricae. Tra le varie tematiche, l’unica che prevale su tutte è quella del ritorno al nido cioè il ritorno al passato per vivere una vita priva di dolore.
Sul piano lessicale, Pascoli, fa uso di termini precisi e tecnici, mentre su quello sintattico, le opere sono prive di congiunzioni e frasi senza verbo. Il poeta fa uso di figure retoriche come le sinestesie (accoppiare due sensi: “urlo-amaro”), le onomatopee (tramite le parole produce già l’effetto del fenomeno) e gli ossimori (accostamento di due parole opposte: “guerra-pacifica”).
L’Europa e la prima guerra mondiale
Anche negli stati europei, che nel secolo precedente avevano avuto un grande sviluppo in tutti i campi, con il Decadentismo iniziarono a sentire il peso del malessere generale causato dai regimi che non permettevano la loro unità.
Nel primo decennio del XX secolo l’Europa era divisa in due blocchi contrapposti pronti allo scontro (Triplice Alleanza e Triplice Intesa). Le relazioni interne erano influenzate negativamente a causa dell’aggressività della Germania, che avendo creato un potente impero d’oltremare, minacciava gli interessi strategici e commerciali britannici e francesi. La rivalità coloniale fu causa ad esempio delle due “crisi marocchine”, nel corso delle quali Germania e Francia giunsero ad un passo dallo scontro armato a causa delle loro pretese nell’area.
Un’altra grave crisi si manifestò nel settore balcanico, dove riprese l’espansionismo dell’Austria, che nel 1908, violando le deliberazioni del congresso di Berlino, annesse la Bosnia Erzegovina. Questo gesto irritò la Serbia, la quale, forte dell’appoggio della Russia, ispirava invece a riunire in un unico Stato nazionale gli Iugoslavi (Serbi, Bosniaci, Sloveni e Croati), che volevano raggiungere l’indipendenza. Nella penisola balcanica gli altri oppressori erano i Turchi, contro i quali si scatenarono nel 1912 e nel 1913 le due guerre balcaniche, condotte da Serbia, Grecia, Montenegro e Bulgaria, coalizzatesi per sottrarre la Macedonia all’impero ottomano. I Balcani erano ormai una polveriera pronta ad esplodere nella quale convergevano tanti interessi.
La scintilla che fece scoppiare la guerra fu l’uccisione a Sarajevo dell’erede al trono austriaco Francesco Ferdinando per mano del serbo Gavrilo Princip (28 giugno 1914), l’impero austro-ungarico dichiarò guerra alla Serbia (28 luglio). Il sistema di alleanze allargò immediatamente il conflitto: in nome delle Triplice Alleanza la Germania entrò in guerra a fianco dell’Austria (Imperi centrali) contro la Russia e la Francia, schieratesi con la Serbia.
L’esercito tedesco cercò di ottenere una rapida vittoria invadendo il Belgio (neutrale) per prendere alle spalle l’esercito francese. L’Inghilterra entrò in guerra a fianco della Francia, cui la legava la Triplice Intesa. Con l’ingresso di Turchia e Bulgaria a fianco degli Imperi centrali e del Giappone a fianco dell’Intesa (Francia, Russia, Inghilterra, Belgio, Serbia) il conflitto assunse un carattere mondiale.
La resistenza dei Belgi infranse l’illusione della “guerra lampo” e dette ai francesi il tempo per organizzare una valida difesa sulla Marna e spingere i Tedeschi sull’Aisne, dove si stabilizzò il fronte occidentale. Da una guerra di movimento si passò ad una guerra di posizione, combattuta nelle trincee. Nel frattempo l’imperatore tedesco aveva scatenato dall’inizio la guerra sul mare al fine di colpire le navi che portavano rifornimento dall’America. In un primo momento gli inglesi ebbero la peggio ma poi i tedeschi furono sconfitti nelle isole Falkland.
L’Austria aveva inviato l’ultimatum alla Serbia senza informare il nostro Paese, ma aveva anche dato inizio a una guerra offensiva e ciò in aperto contrasto con quanto prevedeva il trattato della triplice. A buon diritto l’Italia il 2 agosto 1914 aveva dichiarato ufficialmente di restare neutrale. Da quel momento nel Paese ci fu lo scontro tra neutralisti (cattolici, socialisti, liberali e Giolitti) e interventisti (nazionalisti di destra e alcuni socialisti). Mentre aumentavano le manifestazioni pubbliche degli interventisti (“radiose giornate di maggio”), alla maggioranza parlamentare neutralista si opponeva il governo interventista, il cui ministro degli Esteri Sonnino firmò un accordo segreto (patto di Londra, 26 aprile 1915) con l’Intesa. Forte dell’appoggio del re, il primo ministro Salandra ottenne i pieni poteri e il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra a fianco dell’Intesa.
Quando l’Italia entrò nel conflitto, sul versante orientale la ritirata delle truppe zariste che erano state sconfitte avevano permesso il consolidamento di un fronte ininterrotto dal Baltico all’Egeo da parte degli Austro-Tedeschi. Nel frattempo l’esercito italiano, al comando del generale Cadorna, si diresse verso il Trentino e Gorizia.
L’avanzamento del fronte, costato enormi perdite nel corso delle quattro battaglie dell’Isonzo, si bloccò con il sopraggiungere dell’inverno. In Francia l’esercito tedesco sferrò nel 1916 un duro attacco costato 600.000 morti e concluso senza vincitori né vinti. In seguito gli Inglesi contrattaccarono sulle Somme, impiegando per la prima volta i carri armati.
In risposta al blocco navale imposto da Inghilterra e Francia, la Germania affrontò gli avversari presso la penisola dello Jutland, dove si combatté l’unica battaglia navale in acque europee. Il fallimento dell’offensiva spinse i Tedeschi a intensificare la guerra sottomarina, nella quale comparvero per la prima volta i sommergibili, che colpivano qualsiasi nave, anche quelle appartenenti ai Paesi neutrali come gli Stati Uniti.
Nel maggio 1916 gli Austriaci sferrarono una “spedizione punitiva” contro l’esercito italiano, il quale dovette arretrare, ma riuscì a riconquistare le posizioni perdute grazie anche all’intervento dei Russi. Il nuovo governo Boselli di “concentrazione nazionale” dichiarò guerra alla Germania e conquistò Gorizia nel 9 agosto.
Dopo la morte dell’imperatore austriaco Francesco salì al trono il nipote Carlo I che, insieme alla Germania, voleva un accordo con l’Intesa per la cessazione della guerra, ma l’opposizione non gliela concesse.
Il quarto inverno di guerra fu caratterizzato dal logoramento della popolazione civile e da proteste sociali. La partecipazione russa alla prima guerra mondiale aggravò le condizioni del popolo, che nel 1917 dette vita a una sommossa che indusse Nicola II ad abdicare. Fra il 6 e il 7 novembre il leader bolscevico Lenin conquistò il potere: la rivoluzione detta d’ottobre portò alla formazione di un governo rivoluzionario, che chiese la cessazione della guerra stipulando con la Triplice Alleanza, a dure condizioni, l’armistizio di Brest-Litovsk, e questo rappresentò un duro colpo per l’Intesa.
Sul fronte italiano gli Austriaci riuscirono a sfondare le linee nemiche a Caporetto (23-24 ottobre 1917). Il nuovo “ministero di unione nazionale”, guidato da Vittorio Emanuele Orlando, e il nuovo comandante dell’esercito Armando Diaz riuscirono a fermare l’invasione straniera.
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Materie e argomenti
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