Estratto del documento

I.I.S Don Peppino Diana – Morcone

a.s. 2012/2013

“L’umorismo tragico”

Vittoria Della Pace – Classe VA

L’umorismo tragico

2 luglio 2013

“

“L’umorismo è una sorta di custode gentile e benevolo della mente che ci

impedisce di essere travolti dalla gravità apparente della vita

- Charlie Chaplin “Il grande dittatore”

di Charlie Chaplin:

La trasfigurazione

di Adolf Hitler in

Eugene Ionesco Adenoid Hynkel

La Leçon. «Umorismo»

di Dickens

Tesla Nikola L’umorismo

genio: un modo

di tragedia La «tragico» L’umorismo nel

teatro di

Pirandello

Il riso di

Bergson

Freud e gli

“atti mancati” L’Apokolokyntosis:

storia di un cattivo

imperatore

Il Satyricon di

Petronio «Maledetto sia

Copernico!»

Pag. -Il fu Mattia Pascal

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L’umorismo tragico

2 luglio 2013 L’umorismo

dell’universo

La Terra

Indice

  • Abstract____________________________________________________ 4
  • “Il grande dittatore”__________________________________________ 7
  • Chi era Adolf Hitler? _____________________________________ 9
  • Pirandello e l’umorismo del suo teatro____________________________ 13
  • L’«umorismo» di Dickens____________________________________16
  • La filosofia del riso
  • Bergson e “Le rire”______________________________________18
  • Freud: gli atti mancati e il motto di spirito____________________ 20
  • Ionesco e l’incomunicabilità. La Leçon____________________________ 23
  • La satira romana_____________________________________________ 25
  • L’Apokolokyntosis di Seneca
  • Il Satyricon di Petronio
  • La tragedia di un uomo: Nikola Tesla_____________________________ 27
  • L’elettromagnetismo_____________________________________ 29

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L’umorismo tragico

2 luglio 2013

  • L’umorismo dell’universo
  • La teoria copernicana e le leggi di Keplero____________________ 32
  • Il pianata Terra_________________________________________ 34
  • Sitografia e Bibliografia________________________________________ 35

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L’umorismo tragico

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Abstract

L’idea di trattare “l’umorismo” mi è nata dalle parole di un ragazzo che tra una capriola e un sorriso è diventato un grande uomo:

“L’umorismo è una sorta di custode gentile e benevolo della mente che ci impedisce di essere travolti dalla gravità apparente della vita. ”

L’autore in questione è il comico cinematografico Charlie Chaplin. Uno straordinario personaggio che, spesso nascosto dietro al povero piccolo-borghese Charlot, riusciva a piangere davanti a un fiore e a scrollare le spalle davanti a una catastrofe generando dal silenzio della pellicola dei capolavori in bianco e nero che ancora oggi fanno sorridere e piangere allo stesso tempo. Le comiche chapliniane poggiano solitamente su un argomento tragico, nel quale la comicità prende rapidamente il sopravvento su di esso e il film che meglio rispecchia questa caratteristica è “Il grande dittatore”.

Quando nel settembre del 1939 Charlie Chaplin cominciò a girare il primo film parlato della sua carriera, numerosi furono i tentativi di scoraggiare il regista di Hollywood dal creare la sceneggiatura di una commedia satirica che prendeva di mira in maniera tanto esplicita la figura di Adolf Hitler e il regime totalitario della Germania nazista.

In maniera simile, l’esiliato drammaturgo, poeta e regista tedesco Bertolt Brecht scriverà e poi rappresenterà nel 1941 “La resistibile ascesa di Arturo Ui”, allegoria satirica della figura e del potere del Führer.

Nella sua avversione all’eccessiva serietà dell’uomo dirà:

“Noi tedeschi diamo enorme importanza alla nostra serietà; siamo convinti che il contrario sia leggerezza e che la leggerezza debba venire condannata. Secondo noi l’umorismo è un sistema cattivo – e comodo – per accostarsi alle cose e penetrarle. Umorismo è senso delle distanze. Noi abbiamo deciso che l’umorismo appartiene all’inferno, mentre non dovevamo dubitare che esso è signore dei cieli”

Trattando autori che vivevano di cinema e teatro, sono rimasta affascinata dalla timida e introversa figura di Eugene Ionesco, drammaturgo francese di origini rumene che metterà in scena nel 1951 “La Leçon”, «dramma comico» basato sulla tragica condizione di incomunicabilità del linguaggio, condotto tramite la rappresentazione di ciò che, per eccellenza, dovrebbe essere una situazione comunicativa deputata a trasmettere il massimo di informazione - la lezione di un maestro a un allievo, appunto - e invece rielaborata come valvola di scarico di oscure pulsioni distruttive.

Osservando il modo in cui la comicità riesce a trasfigurare la “tragicità” di un evento, è nato in me il desiderio di farne argomento di questa breve trattazione.

Analizzare la realtà con ironia è una caratteristica comune a molti autori di epoche e luoghi diversi che, utilizzando l’arma del sorriso, inducevano alla riflessione chi li ascoltava.

Anche nell’antica Roma non mancarono figure di questo tipo. Uomini di storia, di politica, veri e propri cives dell’impero romano, trovavano nella satira una valvola di sfogo per problemi spesso legati alla vita personale ma che inquadravano la decadenza e la rottura col sistema in cui erano inseriti.

Non è forse il caso di Seneca?

Esiliato per l’invidia di una donna capricciosa ma, ahimè, moglie dell’imperatore Claudio, Seneca fu costretto a lasciare la sua città. E probabilmente fu proprio questo episodio a spingerlo a sfogare la sua ira contro Claudio in una satira, l’Apokolokyntosis (letteralmente “la deificazione di una zuccone, o di una zucca”), ricorrendo all’arma della parodia per raccontare la vicenda post mortem di un imperatore tirannico che, chiedendo agli dèi dell’Olimpo di essere divinizzato, andò incontro a una dannazione che lo sprofondò definitivamente nel ridicolo. Insomma, alternando versi e prosa, Seneca mise a nudo la condizione vissuta a Roma tra il 41 e il 54 d.C.. Con l’avvento di Nerone la situazione non migliorò. Anzi, l’opera di Petronio sarà la chiara descrizione della decadenza a cui l’impero andava incontro. Il Satyricon è uno straordinario

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L’umorismo tragico

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reportage, in forma di satira, sulla Roma neroniana, sul tramonto irreversibile di un ceto sociale quale l’aristocrazia.

Il romanzo, infatti, attraverso il filtro della parodia, deforma la realtà mediante un “comico” corrosivo che si esemplifica attraverso il grottesco e il paradosso.

Andando avanti nella storia, non mancheranno autori che riusciranno a denunciare col sorriso i disagi e le difficoltà della loro società.

Con un salto di 1800 anni ci catapultiamo in Inghilterra, al tempo della Regina Vittoria, nello studio di un grande romanziere noto col nome di Charles Dickens. Iniziò a scrivere per necessità economiche ma, col passare del tempo, il suo umorismo divenne molto più sottile ed egli imparò a condire col sapore dell’ironia le sue opere successive, opere nelle quali denunciava apertamente le condizioni miserevoli di gran parte dei suoi concittadini inglesi, condannando l’avidità e il cinismo che sembravano emergere sempre più nella nuova società disegnata dalla rivoluzione industriale.

Di lì a un secolo, il riso diventerà l’oggetto di studio di illustri menti tra filosofi e scrittori di varie parti del globo.

Bergson nel 1900 pubblicherà “Le rire. Saggio sul significato del comico” in cui analizzerà il fenomeno, strettamente legato al genere umano, dell’umorismo. Nel 1905 sarà invece il turno di Freud con “Il motto di spirito e la relazione con l’inconscio” ad aprire una nuova parentesi sull’argomento; secondo lo psicanalista, il riso avrebbe la funzione di scatenare opportunamente forme di energia psichica superflua.

Ma l’analisi di Bergson resta, nonostante tutto, la più penetrante e significativa, perché ha interpretato il riso come un fenomeno essenzialmente sociale. Secondo Bergson, la società punisce con il riso, che nasconde un qualcosa di malizioso, ogni inadattabilità o difetto (deformità, malattie, infermità, follia). E il filosofo continua dicendo che ridiamo soprattutto quando qualcuno fa qualcosa involontariamente, quando assomiglia ad un automa o quando sembra che sogni ad occhi aperti.

Il maggior nemico del riso comunque è, come per Pirandello, l’emozione: bisogna “anestetizzare il cuore” per poter ridere.

Partendo da quest’assunto, proprio Pirandello farà dell’umorismo non solo una poetica ma la base concreta della storia del suo teatro. Le sue opere letterarie trattano in embrione situazioni, tragedie interiori e la trappola dell’«enorme pupazzata» della società per poi venir rappresentate sul palcoscenico dove gli intrecci delle vicende meglio possono essere articolati e approfonditi.

Caro a Pirandello è il tema della crisi dell’identità individuale; ogni «forma», che la società e noi stessi ci imponiamo, è una costruzione fittizia, una «maschera». Sotto questa maschera non c’è “nessuno”, o meglio, vi è un fluire indistinto e incoerente di stati in perenne trasformazione, per cui un istante più tardi non siamo più quelli che eravamo prima.

Il terzo romanzo dell’autore, “Il fu Mattia Pascal”, è folto di motivi del genere. La realtà viene grottescamente distorta ma, al di là del riso che questo suscita, vi è un’autentica sofferenza del protagonista, sia quando è imprigionato nella “trappola” della vita sociale, sia quando ne è escluso e ne prova una disperata nostalgia. Scatta, dunque, il «sentimento del contrario»: tragico e comico, serio e ridicolo nella vicenda di Mattia Pascal sono indissolubilmente congiunti.

Amaramente, Pirandello ci dice che non possiamo vivere senza la nostra maschera.

Questo concetto pirandelliano lo si vede molto bene in vari episodi del romanzo ma, in particolare, all’inizio, quando Pascal afferma, “Maledetto sia Copernico!” L’uomo infatti, non più al centro dell’universo perché Copernico gli ha svelato la sua piccolezza e fragilità, è entrato in crisi perdendo ogni certezza.

Ma cosa scoprì in realtà Copernico?

Notò delle imprecisioni nelle teorie precedenti e creò un nuovo modello dei moti dell’universo. Dal punto di vista puramente geometrico, il nuovo modello dell’universo, proposto da Copernico, è “eliocentrico”: intorno al Sole, immobile, ruotano i nove pianeti e i loro satelliti. Tutto attorno l’universo è ancora “chiuso” dalla sfera delle stelle fisse. Pag.

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L’umorismo tragico

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Quando gli uomini hanno capito “di essere atomi infinitesimali” rispetto all’universo, hanno perso l’illusione di essere protagonisti centrali di quell’universo che ruotava loro attorno.

Ma l’umorismo del cosmo non sempre, però, riesce a compiere la sua rivoluzione contro i vecchi sistemi, a sovvertire una credenza che è parte della trama dell’intera società.

Non è da tutti potersi paragonare a Copernico, eppure, tra le varie ricerche che ho compiuto, è emersa la personalità di un giovane ingegnere slavo che, con le sue idee innovatrici, avrebbe potuto cambiare il mondo come lo conosciamo oggi ed eguagliare così l’astronomo polacco. Il suo nome è Nikola Tesla.

Molti lo definirono un pazzo, altri un luminare, altri ancora “l’uomo che ha inventato il XX secolo”, ma ciò che resta del suo nome sui libri è il contributo che le sue scoperte diedero all’elettromagnetismo. Il suo declino iniziò con la battaglia delle correnti che vedevano schierate la corrente continua di Thomas Edison contro la sua corrente alternata. L’umorismo iniziale dei manifesti, le battute e le frecciatine verso Tesla e ciò che aveva inventato si erano trasformate nell’inizio della tragedia che di lì a poco colpirà il giovane inventore. I finanziamenti ai suoi progetti sparirono e in un batter di ciglia; così come era arrivato, il nome di Tesla venne dimenticato.

E, quindi, in conclusione l’umorismo non è solo un “custode gentile”, come lo aveva definito Chaplin, ma può diventare lo strumento per ledere le persone, se usato sulla mala informazione della massa.

La rivoluzione che avrebbe potuto cambiare le sorti dell’umanità, quindi, non avvenne e le risate che un tempo causava la figura di Tesla, un pazzo visionario che ascoltava i messaggi dell’universo, si sono trasformate, col passare degli anni, in amara consapevolezza della genialità di un uomo che avrebbe potuto creare un nuovo filo di speranza con cui tessere la vita dell’umanità.

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L’umorismo tragico

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“Il grande dittatore”

«Un barbiere ebreo che in seguito a ferite riportate nella guerra mondiale del 1915-18 aveva perso la memoria, dopo molti anni di degenza in un ospedale ritorna nella sua città in Tomania dove riapre il suo negozio. Egli capita però in un periodo in cui il dittatore Adenoid Hynkel, che governa il Paese, ha iniziato una feroce lotta contro gli ebrei. Aiutato da una povera fanciulla sua correligionaria per la quale nutre dei sentimenti di affetto, egli fa subire spesso ai ridicoli ed inumani sgherri del dittatore dei gustosi smacchi. Il barbiere finisce prigioniero di un lager. Ma, grazie alla sua somiglianza col dittatore, si sostituisce a quest’ultimo e, anziché pronunciare il previsto discorso per l’invasione dell’Ostria, rivolge un appello alla pace universale»

Il primo film parlato di Charlie Chaplin è una satira pungente e straordinariamente lungimirante, se pensiamo che fu girata nel 1940 quando ancora la Seconda guerra mondiale non era entrata ancora nella sua fase cruciale. Il ritratto che Chaplin fa di Hitler è esilarante: a cominciare dagli esagitati discorsi in tedesco che finiscono immancabilmente con convulsi colpi di tosse per arrivare alla leggerezza con cui ordina di sterminare le folle o di mandare gli ebrei nei campi di concentramento (salvo ripensandoci momentaneamente per estorcere un prestito ad un banchiere israeliano). Ma quello che ancora riesce meglio a Chaplin sono le gag mute come quella del mappamondo/palloncino o quella dei budini che nascondono una moneta.

Ma straordinaria è anche la scena sull’aereo rovesciato o quella della bomba a mano che, al momento di essere lanciata, scompare nel vestito. È nella caratterizzazione dello spiantato barbiere ebreo che Chaplin incontra più difficoltà a mantenere il ritmo, finendo per esagerare, nel finale, con quattro minuti di comizio che seppur ridondante esemplifica meglio la qualità che non apparteneva affatto al Führer tedesco: l’umanità.

Eppure alla sua uscita nelle sale, nel settembre 1940, il film è subito considerato dal pubblico e dalla critica come la pellicola di Chaplin più bella e significativa, un vero e proprio capolavoro di tecnica filmica e narrativa letteraria che affonda direttamente le radici nella realtà sociale dell’epoca e si aggiudica la nomination all’Oscar come miglior film, diventando uno dei più famosi

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classici nella produzione dell’autore. Ne “Il grande dittatore” è rappresentata la follia umana, il dolore degli uomini, la farsa, la tragedia, la pantomima (la prima parte ci può ricordare “Charlot soldato”); c’è la storia degli uomini oppressi, la guerra sempre ingiusta. È lo stesso Chaplin a confrontarsi di persona con il più terrificante dittatore della recente storia europea; il geniale attore/regista si sdoppia nel duplice ruolo di un ingenuo barbiere ebreo senza nome, un emblema dei milioni di cittadini ebrei perseguitati durante il nazismo, e del Führer Adenoid Hynkel, Presidente dell’immaginario stato della Tomania.

Chaplin non esita a ridicolizzare e a mettere alla berlina tutti gli aspetti più grotteschi della personalità di Hitler: il suo Hynkel ci viene presentato come un dittatore collerico, stupido, bisbetico e vanitoso, perennemente circondato dai suoi gerarchi In ogni caso opera moderna che dimostra l’abilità di Chaplin nel passare dal muto al sonoro mantenendo inalterata una classe senza paragoni, trasfigurando con ironia la tragicità di fenomeno mondiale.

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L’umorismo tragico

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Chi era Adolf Hitler?

La storia della sua carriera politica di Adolf Hitler è abbondantemente documentata negli scritti storici di quasi un secolo tra testimonianze e documenti storici e non è da escludere che in futuro, come già successo per Napoleone e Carlo Magno, si parlerà di “Età di Hitler”.

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Sintesi

Collegamenti interdisciplinari

  • Italiano: l'umorismo nel teatro di Pirandello e il tema della crisi dell'identità individuale;
  • Scienze della Terra: l'umorismo dell'universo e la rivoluzione copernicana, la Terra;
  • Latino: l'Apokolokyntosis di Seneca e il Satyricon di Petronio
  • Filosofia: "Il riso" di Bergson e gli atti mancati di Freud
  • Fisica: la tragedia di un uomo: Nikola Tesla
  • Francese: Ionesco e La Leçon
  • Storia: la figura di Hitler
  • Inglese: Dickens
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