The world between war and poetry
An epoch narrated with the sorrow in the heart and the horror in the eyes
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Dario Savarese VF
Esame di Stato
18-27 Giugno 2008
Istituto Provinciale di Cultura e Lingue
Ninni Cassarà
Raccontare il ventesimo secolo da lontano spettatore, seduto tra le comode poltrone di una sorda platea, aldilà del sanguinoso palco fatto di sofferenza, guerra e morte, potrebbe sembrare alquanto oltraggioso agli occhi di chi in quel palco vi ha recitato e vissuto davvero; vi ha visto crollare la propria casa, vi ha visto perdere i legami più importanti, vi ha visto la morte. E l’ha vista veramente, l’ha vista recitare per un secolo intero la stessa tragedia, senza neanche un attimo di pausa tra una scena e l’altra, senza neanche avere il tempo per una preghiera. Perché la preghiera è per i deboli, per coloro che non hanno il coraggio di tirare avanti con le proprie forze, per coloro che in quel palco non vogliono più recitare, perché pensano che questo spettacolo ormai sia durato fin troppo, e non è più piacevole nemmeno assistervi da lontano spettatore, seduto tra qualche comoda poltrona di una sorda platea.
C’è uno strano comune denominatore che unisce e accomuna gli infiniti personaggi che hanno vissuto e subito l’influenza di questo periodo notevolmente drammatico, come uniti da un invisibile filo e inglobati in una sfera che racchiude poeti, scrittori, pensatori, filosofi, scienziati, fisici, che hanno tutti calpestato il suolo della guerra. Lo hanno vissuto e veduto come ogni altro singolo individuo appartenuto a quel triste periodo, ma loro, però, hanno fatto di più; quell’orrore lo hanno anche scritto, dipinto o cantato, rendendolo non più un’esperienza essenzialmente personale, ma adesso “roba di tutti”, affinché potessimo accorgerci, ora, che la guerra è esistita davvero, e che la morte, la paura e la sofferenza non sono soltanto delle astratte essenze prive di forma, ma, invece, una forma ce l’hanno, e anche ben definita. Questi uomini hanno visto per davvero le più brutali delle sofferenze prendere forme umane, tante e diverse forme simili solo nella crudeltà e nella brutalità, rese manifeste dalla efferatezza, dalla ferocia, dalla disumanità e dalle atrocità delle loro azioni, che, per certi aspetti, piangiamo ancora oggi.
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Ma allora il loro insegnamento sembra non essere servito a niente, se ci ritroviamo oggi, nell’anno 2008 di fronte ad aventi, situazioni e persone che da questi eroi del passato non vogliono trarre nessun insegnamento. Ma quale insegnamento? Ci sarà poi davvero un insegnamento da trarre da tutto questo? O l’idea che “la guerra anche se fa male in fondo è utile” primeggia nelle menti e nelle coscienze degli uomini? La guerra serve a raggiungere degli spregevoli obiettivi. Spregevoli e ignobili ma pur sempre importanti. Basti pensare al fatto che se un soldato uccide un nemico viene considerato un eroe durante la guerra, però se lo uccide nel momento sbagliato non è altro che un assassino. Un paradosso su cui probabilmente in pochi riflettono, ma che sembra forse contenere al suo interno il fulcro centrale dell’intera questione, quella cioè, che la guerra e le sue azioni sono giustificabili se alla fine del percorso vi è un reale e concreto obiettivo, capace di scavalcare persino la morte. Non esiste punizione per i crimini di guerra, solo celebrazione, ed è da questo concetto che va letta e analizzata un’opera talmente grande, mostruosa e al tempo stesso reale che ha influito e continuerà ad influire sulle nostre vite, perché le atrocità sono parte integrante dell’essenza umana, senza le quali, forse, l’uomo non si sentirebbe mai veramente realizzato.
La guerra è presente nella storia di tutte le civiltà umane conosciute. Mentre segna la storia delle vicende politiche, balza in primo piano anche nell’immaginario e nella cultura.
Nel Novecento la guerra cambia completamente volto rispetto al passato, sia come fenomeno che come presenza nell’immaginario e nel pensiero.
Prima di tutto cambia il modo di combattere.
Il soldato non è altro che un cittadino armato, non più professionista. Non conta l’abilità ma la massa. Sparisce ogni spazio per l’iniziativa personale e per l’eroismo. Il soldato si accorge di essere solo un piccolissimo ingranaggio nel meccanismo della guerra.
Parallelamente, con l’introduzione sempre più massiccia della tecnologia nei mezzi impiegati e con lo straordinario sviluppo dell’aviazione militare, il combattente vede aumentare la propria distanza dal nemico e gli è sempre meno evidente il significato dei propri gesti. Si sviluppano una forma di alienazione del soldato e una condizione che i piloti statunitensi impegnati nella guerra del Vietnam chiamavano “moralità d’alta quota”: dall’alto si riesce a fare ciò che altrimenti sarebbe ripugnante, perché non si percepisce l’orrore della distruzione e della morte.
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Cambia, rispetto alla guerra, la condizione dei civili.
Quelli dei paesi coinvolti nel conflitto vivono nell’angoscia di essere colpiti dal fuoco di un nemico sconosciuto e imprevedibile che viene dall’alto.
L’esposizione dei civili inermi al pericolo del massacro aumenta progressivamente, tanto che alla fine del secolo la guerra causa più vittime tra i civili che tra i militari.
Il novecento lascia aperti moltissimi interrogativi sia sulle origini profonde della guerra che sui suoi futuri sviluppi. Riflettere sul problema della guerra e sulla sua storia recente significa dunque interrogarsi sulla guerra del futuro, prendere consapevolezza degli impulsi aggressivi dell’uomo, comprendere di volta in volta le ragioni profonde della loro manifestazione e abituarsi a riconoscerle nelle vicende storiche.
Nell’età moderna
Nell’età moderna si delineano nuovi modi di concepire e di percepire il fenomeno della guerra, oltre che nuove maniere di combattere.
Il Novecento è segnato dalla “guerra mondiale”: la prima, quella tra il 1914 e 1918, provoca una vera e propria svolta nell’immaginario collettivo. Si inaugura l’epoca della guerra totale, che mobilita tutti i cittadini.
Nel XX secolo la potenza delle armi e le dimensioni della guerra superano ogni limite, facendo saltare qualsiasi regola. Il conflitto viene assolutizzato: il nemico va annientato a tutti i costi.
Ma il Novecento è anche un secolo contraddittorio: si sviluppano contemporaneamente sia un movimento di pensiero e organizzazioni per la pace che ideologie tendenti a giustificare di volta in volta la guerra, se non ad esaltarla come fenomeno in sé.
La portata devastante della Grande Guerra indusse Sigmund Freud a indagare le cause del comportamento aggressivo dell’uomo e a rivedere la sua teoria delle pulsioni. Da questo momento, infatti, egli considererà innata nell’uomo, oltre alla componente del desiderio, anche quella dell’egoismo.
La seconda guerra mondiale sarà ancor più totale della prima e sperimenterà la tecnica dei bombardamenti a tappeto, già messa in atto durante la guerra civile spagnola, con cui si uccidono anche moltissimi civili.
Quali sono le cause che spingono gli uomini alla guerra? L’esigenza di dare una risposta a questo interrogativo diventa fortissima nel secondo Novecento.
Secondo alcuni si tratta di una tendenza innata e dunque ineliminabile.
Secondo altri è invece un prodotto culturale, superabile con una trasformazione della società e della cultura dominanti.
Se la teoria psicoanalitica legata a Freud considera la guerra come il prodotto di dinamiche psichiche, gli studiosi di etologia (la scienza che studia il comportamento degli animali) interpretano la guerra come il prodotto della velocità di cambiamento delle condizioni di vita dell’uomo, che ha ostacolato la creazione di adeguati meccanismi inibitori. L’uomo accumula aggressività perché non trova valvole di sfogo, se non periodicamente nella guerra.
Nella prospettiva di chi si richiama al pensiero di Marx, invece, la guerra è il prodotto della divisione in classi sociali e dell’affermazione del capitalismo: la fine di questo sistema economico e sociale comporterebbe anche la scomparsa della guerra.
Esistono anche delle teorie che non riconoscono nell’uomo una naturale propensione verso la guerra, perché non considerano l’aggressività come una componente umana costitutiva. Per esempio, secondo la posizione della Chiesa
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cattolica la guerra è causata dalla diffusione di certe ideologie che istigano all’odio e la sua abolizione dalla storia futura è possibile attraverso l’affermazione dei valori cristiani.
Per Gandhi, fondatore della teoria della non-violenza come metodo di lotta, la natura autentica dell’uomo è fondamentalmente ostile alla guerra. Egli colloca alla base del mondo la forza dell’amore e confida proprio in essa per l’instaurazione della pace.
La guerra può essere giustificata, sostenuta o addirittura invocata con motivazioni di vario tipo. La prima metà del Novecento è attraversata da ideologie belliciste molto influenti, alle quali aderirono anche alcuni intellettuali.
Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio sostennero la guerra coloniale e poi la guerra mondiale in nome della patria, dell’estensione e della difesa del territorio nazionale. I discorsi politici che Pascoli e D’Annunzio pronunciarono in pubblico riflettono un’ideologia nata con gli Stati-nazione: il nazionalismo, che mette la “patria” al di sopra di tutti gli altri valori.
Il tono di D’Annunzio preannuncia l’enfasi e l’aggressività dell’ideologia fascista, che di lì a poco avrebbe dominato in Italia e fuori d’Italia. L’Europa degli anni Trenta è infatti caratterizzata da un nazionalismo esasperato e sempre più aggressivo.
Il regime fascista in Italia e quello nazista in Germania si pongono l’obiettivo di affermare il loro dominio sugli altri popoli e per sostenere questi progetti espansionistici diffondono, attraverso la scuola, la stampa e la radio, idee spiccatamente militariste. La guerra è esaltata come momento di espressione delle più alte virtù e di esibizione della potenza fisica. Il bellicismo si associa facilmente al maschilismo: la guerra è per gli uomini ciò che per la maternità è per la donna. L’uomo manifesta la propria vera natura quando diventa guerriero.
Ma già all’inizio del secolo la guerra era stata esaltata per le sue potenzialità rigeneratrici. Era una componente fondamentale dell’ideologia del Futurismo, i cui esponenti confluiranno poi, non per caso, nel movimento fascista.
La Grande Guerra e l’aviazione
Seppure in lieve misura, la Grande Guerra sperimentò i primi prototipi dell’aviazione, che avrà un peso decisivo nelle guerre successive.
L’impiego degli aerei per lanciare bombe dall’alto diventa massiccio a partire dalla guerra civile spagnola. La seconda guerra mondiale sarà poi caratterizzata da veri e propri bombardamenti a tappeto sulle città. Questo fatto sconvolge le dinamiche della guerra e soprattutto la vita dei civili, assaliti dall’incubo della distruzione imminente.
I cittadini di molte città europee furono costretti a convivere lunghi mesi con l’angoscia dell’allarme. L’eventualità di essere colpiti da un fuoco proveniente dall’alto, imprevedibile e incontrastabile, sconvolse la vita dei civili, che si trovarono così esposti al pericolo come i militari, diversamente da quanto era accaduto nella guerra di trincea.
La fine della seconda guerra mondiale fece così emergere in primo piano il problema della tutela dei civili, esposti alla morte senza possibilità di difendersi, e quello della salvaguardia dei beni culturali, oggetto di distruzione indiscriminata.
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Nell’incubo atomico
Negli anni dell’incubo atomico, la guerra è una presenza quotidiana sugli schermi televisivi e anche in quelli cinematografici.
La possibilità di documentare da vicino la guerra si complica sempre più nel corso del secondo Novecento. Infatti, la guerra aerea, che si svolge nei cieli, è difficile da raccontare. I giornalisti possono ricavare informazioni sulla frequenza e sull’entità delle missioni soltanto dai militari. Così passano sullo schermo televisivo le interviste ai piloti, che non danno notizie particolarmente rilevanti ma inducono lo spettatore all’identificazione emozionale.
La storia della guerra del Vietnam viene scritta durante il suo svolgimento attraverso i servizi televisivi, visti ogni giorno dagli americani. È la prima guerra dell’era televisiva. Mass-media,
Durante questo conflitto emerge allora con evidenza il ruolo dei mass-media, che si mettono al servizio degli interessi del potere politico. D’altro canto l’informazione sulla guerra è anche una fonte di guadagno. Il tema della guerra entra a far parte dei prodotti dell’industria editoriale e televisiva, la quale appartiene agli stessi proprietari delle banche e delle industrie di armi.
Il racconto televisivo della guerra tende sempre più, per ottenere risultati d’effetto, a una banalizzazione degli eventi, presentati in termini di lotta tra i “buoni” e i “cattivi”. La guerra come fenomeno è percepita in modo diverso. Si diffonde una cultura della guerra come evento spettacolare.
La guerra del Golfo del 1991 è a tutti gli effetti anche una guerra televisiva.
Esiste una forma di conoscenza della guerra che si sviluppa dopo la sua conclusione, attraverso il tramite di chi invece ne ha fatto esperienza diretta.
Il dramma del ritrovamento del vecchio mondo sconvolto da parte di un soggetto traumatizzato è al centro di molta arte del Novecento. La figura del reduce è quella dell’estraneo, di colui che ha sperimentato l’orrore e ha colto l’insensatezza della vita. Al suo ritorno trova una realtà diversa, sia perché la guerra vi ha oggettivamente inciso, sia perché il suo stesso turbamento mentale gli fa vedere il mondo esterno come una minaccia.
Esiste una differenza profonda fra il reduce europeo della prima e della seconda guerra mondiale e il reduce statunitense. Il primo deve affrontare non solo le conseguenze psico-fisiche e il difficile reinserimento nella società, ma anche la necessità della ricostruzione di quest’ultima, devastata dalle conseguenze economiche dello sforzo bellico, dalle lacerazioni interne e soprattutto dai danni materiali. Il reduce americano non trova una realtà violentata. Egli soffre unicamente dell’incomprensione e dell’emarginazione a cui è sottoposto. Il mondo in cui era inserita la sua vita precedente non è stato colpito dai bombardamenti, ma è andato avanti senza di lui.
Se i reduci sono emarginati i morti sono ricordati. L’esercizio della memoria si è espresso, da parte dei governi dei diversi Stati, soprattutto in termini di omaggio e di celebrazione. Sono state così organizzate delle cerimonie pubbliche e sono stati costruiti cimiteri collettivi e monumenti in ricordo dei caduti e dei dispersi in guerra. È un modo per rielaborare collettivamente il lutto della guerra, ma è anche una politica per trasformare i morti in eroi della patria e presentarli come modelli esemplari.
Questi luoghi sono diventati sempre più delle mete turistiche come altre: difficilmente suscitano un contatto con la storia della guerra e una riflessione sul suo significato.
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Storia
La 2ª Guerra Mondiale (1939-1945)
Scoppia la seconda guerra mondiale (3 settembre 1939)
Le inaccettabili richieste di Hitler alla Polonia avevano finalmente aperto gli occhi alle potenze occidentali sull’inevitabilità della guerra, facendo scattare il sistema delle alleanze, ma ormai era troppo tardi: il successo diplomatico ottenuto con il patto di non aggressione con l’Unione Sovietica aveva infatti messo Hitler al riparo da sorprese militari sul versante orientale. Così il 1° settembre 1939, a soli sette giorni dalla firma di tale patto, il Führer ordinò alle sue truppe di invadere il territorio polacco. Da quel momento tutto fu vano: l’accorato appello del nuovo pontefice Pio XII, il messaggio del presidente americano Roosvelt, perfino un estremo tentativo fatto da Mussolini. Il dittatore tedesco, ormai troppo forte, fu irremovibile. Pertanto il 3 settembre 1939 Francia e Inghilterra dichiararono aperte le ostilità. Usa e Giappone proclamarono la propria neutralità. Aveva inizio così la seconda guerra mondiale.
La macchina bellica nazista mosse contro la Polonia con una formidabile massa di mezzi corazzati e di aerei portati in campo con prontezza di decisioni e rapidità di movimenti, secondo la tattica di sfondamento della guerra-lampo.
Ben poco poté l’eroica resistenza dei Polacchi, e a rendere ancora più difficile la difesa contribuirono non solo i terrificanti bombardamenti, ma anche l’improvviso attacco delle armate sovietiche.
Chiuso in una morsa, l’esercito polacco fu costretto dieci giorni dopo ad arrendersi: la capitale Varsavia venne rasa al suolo e l’intera struttura politico-amministrativa venne distrutta. A meno di un mese dall’inizio delle ostilità lo Stato polacco cessò dunque di esistere e il suo territorio fu diviso fra la Germania e l’Unione Sovietica.
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Introduzione
Raccontare il ventesimo secolo da lontano spettatore, seduto tra le comode poltrone di una sorda platea, al di là del sanguinoso palco fatto di sofferenza, guerra e morte, potrebbe sembrare alquanto oltraggioso agli occhi di chi in quel palco vi ha recitato e vissuto davvero; vi ha visto crollare la propria casa, vi ha visto perdere i legami più importanti, vi ha visto la morte. E l’ha vista veramente, l’ha vista recitare per un secolo intero la stessa tragedia, senza neanche un attimo di pausa tra una scena e l’altra, senza neanche avere il tempo per una preghiera. Perché la preghiera è per i deboli, per coloro che non hanno il coraggio di tirare avanti con le proprie forze, per coloro che in quel palco non vogliono più recitare, perché pensano che questo spettacolo ormai sia durato fin troppo, e non è più piacevole nemmeno assistervi da lontano spettatore, seduto tra qualche comoda poltrona di una sorda platea.
C’è uno strano comune denominatore che unisce e accomuna gli infiniti personaggi che hanno vissuto e subito l’influenza di questo periodo notevolmente drammatico, come uniti da un invisibile filo e inglobati in una sfera che racchiude poeti, scrittori, pensatori, filosofi, scienziati, fisici, che hanno tutti calpestato il suolo della guerra. Lo hanno vissuto e veduto come ogni altro singolo individuo appartenuto a quel triste periodo, ma loro, però, hanno fatto di più; quell’orrore lo hanno anche scritto, dipinto o cantato, rendendolo non più un’esperienza essenzialmente personale, ma adesso “roba di tutti”, affinché potessimo accorgerci, ora, che la guerra è esistita davvero, e che la morte, la paura e la sofferenza non sono soltanto delle astratte essenze prive di forma, ma, invece, una forma ce l’hanno, e anche ben definita. Questi uomini hanno visto per davvero le più brutali delle sofferenze prendere forme umane, tante e diverse forme simili solo nella crudeltà e nella brutalità, rese manifeste dall’efferatezza, dalla ferocia, dalla disumanità e dalle atrocità delle loro azioni, che, per certi aspetti, piangiamo ancora oggi.
Ma allora il loro insegnamento sembra non essere servito a niente, se ci ritroviamo oggi, nell’anno 2008 di fronte ad eventi, situazioni e persone che da questi eroi del passato non vogliono trarre nessun insegnamento. Ma quale insegnamento? Ci sarà poi davvero un insegnamento da trarre da tutto questo? O l’idea che “la guerra anche se fa male in fondo è utile” primeggia nelle menti e nelle coscienze degli uomini? La guerra serve a raggiungere degli spregevoli obiettivi. Spregevoli e ignobili ma pur sempre importanti. Basti pensare al fatto che se un soldato uccide un nemico viene considerato un eroe durante la guerra, però se lo uccide nel momento sbagliato non è altro che un assassino. Un paradosso su cui probabilmente in pochi riflettono, ma che sembra forse contenere al suo interno il fulcro centrale dell’intera questione, quella cioè, che la guerra e le sue azioni sono giustificabili se alla fine del percorso vi è un reale e concreto obiettivo, capace di scavalcare persino la morte. Non esiste punizione per i crimini di guerra, solo celebrazione, ed è da questo concetto che va letta e analizzata un’opera talmente grande, mostruosa e al tempo stesso reale che ha influito e continuerà ad influire sulle nostre vite, perché le atrocità sono parte integrante dell’essenza umana, senza le quali, forse, l’uomo non si sentirebbe mai veramente realizzato.