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La violenza durante la Seconda Guerra Mondiale

  • Italiano: Quasimodo
  • Storia: I grandi stermini italiani
  • Geografia: Giappone
  • Scienze: La fisica applicata alle imbarcazioni belliche
  • Inglese: Il bombardamento di Londra – The bombardment in London
  • Francese: Canzone “Aux enfants de la Terre”
  • Musica: “Va’ pensiero” - il vero inno italiano secondo il Fascismo
  • Tecnica: Energia nucleare
  • Arte: Pubblicità Fascista
  • Educazione fisica: Lo sport durante il Fascismo e la guerra

Italiano: Quasimodo

Salvatore Quasimodo nacque a Modica (Ragusa) nel 1901 e trascorse la sua infanzia in vari paesi della Sicilia dove via via s'era trasferito il padre che faceva il capostazione. Dal 1919 al 1926 visse a Roma per frequentare il Politecnico e laurearsi in ingegneria, ma le ristrettezze economiche e gli interessi per le lingue latina e greca lo dissuasero presto da quel tipo di studi.

Nel 1926 si impiegò presso il Genio Civile di Reggio Calabria e nel 1929, trasferito a Firenze, fu introdotto da suo cognato Elio Vittorini, nell'ambiente letterario della rivista "Solaria" dove conobbe Montale, La Pira, Loria... e cominciò le sue pubblicazioni poetiche.

Nel 1930 pubblicò la sua prima raccolta di versi Acque e Terre e nel '32, trasferito a Genova, pubblicò Oboe Sommerso. Nel '34 il poeta era a Milano, accolto nell'ambiente culturale milanese, e lasciato l'impiego al Genio Civile si dedicò completamente alla poesia. Nel 1940 pubblicò la sua mirabile traduzione dei Lirici Greci ottenendo tali consensi che nel 1941 "per chiara fama" fu chiamato ad insegnare letteratura italiana al Conservatorio. Intanto, scoppiata la seconda guerra mondiale, il poeta ne fu profondamente sconvolto e maturò l'idea che la poesia dovesse uscire dalla sfera aristocratica del privato per interessarsi alle problematiche sociali e civili, intenta a "rifare l'uomo" abbruttito dagli orrori della guerra.

Questo impegno si riscontra in tutte le successive raccolte poetiche di Quasimodo: Giorno I temi principali delle sue poesie sono dopo giorno (1947), La vita non è sogno (1949), La terra impareggiabile (1958). Nel 1959 gli l'amore per la terra siciliana, la malinconia e il ricordo dell'infanzia.

fu attribuito il premio Nobel per la letteratura. Morì a Napoli nel 1968.

Quasimodo figura tra i maggiori interpreti della condizione dell'uomo moderno. Egli svolse una funzione significativa nella letteratura del Novecento, come dimostrano i numerosi riconoscimenti a lui tributati dalla cultura internazionale, che culminarono nel 1959 con l'assegnazione del premio Nobel per la letteratura. Nella sua opera letteraria egli rivelò il suo carattere pensoso e profondamente umano e nello stesso tempo giunse, attraverso un itinerario ricco di svolte e di approfondimenti, a soluzioni originali e ricche sul piano intellettuale ed artistico. Nelle prime raccolte Acque e terre (1930) e Ed è subito sera (1942) Quasimodo sviluppò i temi connessi con la solitudine, con lo sradicamento dell'uomo, che egli individuava anche nella sua personale condizione di esule profondamente legato al mondo della sua infanzia, ossia ad una dimensione di bontà e di sanità non più raggiungibile.

Alle fronde dei salici

E come potevano noi cantare

Con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

È la rappresentazione degli orrori commessi dai nazisti sulla popolazione inerme degli italiani, massacri che suscitavano panico e paura tra i civili e il silenzio dei poeti. Orribili erano i morti abbandonati nelle piazze, il lamento dei fanciulli, il grido straziante della madre che vedeva il proprio figlio appeso sul palo del telegrafo. Scene reali che si verificavano nelle città e nelle campagne italiane. I nazisti occupavano il Paese e i poeti non trovavano le parole per esprimere lo sconforto e il dolore che avevano nel cuore, nell’anima. Tanto dolore paralizza la mano e offusca la mente. I poeti erano ridotti all’impotenza, avevano finito di scrivere versi e avevano appeso i loro fogli puliti al vento della guerra perché la poesia è impotente di fronte ai morti e alla barbarie. Questa poesia si ispira al a un famoso salmo (n°136), in cui gli Ebrei espressero il proprio lamento per l’esilio a Babilonia.

Uomo del mio tempo

Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,

alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

Quando il fratello disse all’altro fratello:

«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,

è giunta fino a te, dentro la tua giornata.

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue

Salite dalla terra, dimenticate i padri:

le loro tombe affondano nella cenere,

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Il tema della poesia è l’immutabilità della natura umana, rimasta uguale a quella dell’uomo fatta di istinti, di pulsioni, di sentimenti e di egoismo, è rimasta uguale fino a oggi, anche se la scienza ha fatto passi da giganti. La scienza ha perfezionato le armi che portano la morte i fratelli. Alcuni uomini, presi dalla volontà di potenza, ancora oggi scatenano guerre che portano lutti e sofferenza alle popolazioni civili. La civiltà ha solo mutato le condizioni di guerra: dalla fionda si è passati ai carri armati, e agli aerei che seminano la morte. L’uomo del nostro tempo, afferma il poeta, ha perduto ogni considerazione dei fratelli e ha dimenticato la solidarietà e la religione che lo trattengono dalla violenza. È rimasto uguale all’uomo che, attratto il fratello in un campo, lo ha ucciso. Di nuovo l’uomo del nostro tempo tradisce oggi il fratello. E la menzogna di allora è arrivata fino all’uomo del nostro tempo.

Di fronte alla menzogna e all’inganno i giovani di oggi, i figli, farebbero bene a rinnegare i padri che portano la guerra: le loro tombe giacciono in una terra desolata, gli avvoltoi rodono il loro cuore e il vento sparge nell’aria l’odore dei loro cadaveri.

Storia: i grandi stermini italiani

La strage di Sant’Anna di Stazzema

I primi di agosto 1944, Sant’Anna di Stazzema era stata qualificata dal comando tedesco “zona bianca”, ossia una località adatta ad accogliere sfollati: per questo la popolazione in quell’estate aveva superato le mille unità. Inoltre, sempre in quei giorni, i partigiani avevano abbandonato la zona senza aver svolto operazioni militari di particolare entità contro i tedeschi. Nonostante ciò all’alba del 12 agosto ’44, tre reparti di SS salirono a Sant’Anna, mentre un quarto chiudeva ogni via di fuga a valle, sopra il paese di Valdicastello. Alle sette il paese era circondato. Quando le SS giunsero a Sant’Anna, accompagnati da fascisti collaborazionisti che fecero da guide, gli uomini del paese si rifugiarono nei boschi per non essere deportati, mentre donne vecchi e bambini, sicuri che nulla sarebbe capitato loro, in quanto civili inermi, restarono nelle loro case. In poco più di tre ore vennero massacrati 560 innocenti, in gran parte bambini, donne e anziani. I nazisti li rastrellarono, li chiusero nelle stalle o nelle cucine delle case, li uccisero con colpi di mitra e bombe a mano, compiendo atti di efferata barbarie. Infine il fuoco, a distruggere e cancellare tutto. Non fu rappresaglia, non fu vendetta. Come è emerso dalle indagini della Procura Militare di La Spezia, si trattò di un atto terroristico, di una azione premeditata e curata in ogni minimo dettaglio. L’obiettivo era quello di distruggere il paese e sterminare la popolazione per rompere ogni collegamento fra le popolazioni civili e le formazioni partigiane presenti nella zona.

La battaglia e la strage di Forno

Spinti dall’entusiasmo i partigiani delle brigate "Luigi Mulargia" e della "Silvio Ceragioli" scesero in forze a Forno. In breve conquistarono il paese, erano le 15.30 del 9 giugno 1944. La situazione era comunque considerata eccessivamente rischiosa da alcuni dirigenti del Comitato di Liberazione Nazionale e l'11 venne consigliato alla "Mulargia" di rientrare alla base sulle quote più alte dei monti circostanti. Il comandante Marcello Garosi e gli altri comandanti decisero di rimanere, preparandosi ad accogliere la reazione dei tedeschi.

Nel frattempo fra i fascisti di Massa si sparse il panico mentre parallelamente nella popolazione della zona cresceva il fermento. La notizia arrivò fino a Lucca dove le diserzioni fra i repubblichini incrementarono copiosamente. Azioni sempre più audaci vennero messe in atto, ma i tempi non erano maturi e l'imperfetto coordinamento fra i vari gruppi sarà una delle cause della disfatta.

Il passo di Colonnata, che era d'importanza strategica, venne presidiato da un distaccamento che la sera del 12 giugno non venne raggiunto dai rifornimenti. I partigiani allora abbandonarono la posizione per poche ore per potersi rifocillare, senza attendere il cambio. Fu fatale:

all'alba del 13 un migliaio di soldati appartenenti alle SS, alla X Mas e alla Guardia Nazionale Repubblicana di La Spezia mossero contro Forno appoggiati da due semoventi. In particolare i militi della X Mas ebbero la fortuna di trovare il passo di Colonnata sgombro e di poter così operare un accerchiamento. Alle 3.20 venne dato l'allarme: patrioti della "Silvio Ceragioli" affrontarono le avanguardie tedesche e vennero fatte esplodere le cariche piazzate sulle pendici del monte Bizzarro. Tutta la testa della colonna nemica e tre camion di soldati vennero annientati. Ma la scarsità di munizioni impose comunque una ritirata per i partigiani. Nel frattempo la X Mas aveva sfruttato a pieno l'effetto sorpresa e alle 6 del mattino l'accerchiamento era completo. I partigiani che non riuscirono a mettersi in salvo operarono una efficace resistenza dai locali del cotonificio poco più a monte del paese. Il comandante Marcello Garosi che per una ferita ad una gamba non aveva preso direttamente parte alle ultime azioni era alloggiato fuori dal paese: tentò più volte di raggiungere i compagni assediati al cotonificio ma venne respinto e infine ferito gravemente. Continuò a sparare contro i nemici, infine conservò l'ultima pallottola per sé, per non cadere vivo nelle loro mani. Così Garosi, detto "Tito", morì in località Pizzacuto alle 9.30, poco distante dal cotonificio.

A mezza mattina i nazi-fascisti avevano riconquistato Forno. Subito dopo cominciò la vera carneficina. 72 giovani del luogo vennero fucilati sull'argine del Frigido, i partigiani presi prigionieri vennero rinchiusi nella caserma dei carabinieri e arsi vivi. Altre 400 persone vennero avviate verso i campi di concentramento in Germania e le loro case furono saccheggiate e date alle fiamme.

La strage del piroscafo Giudecca

È il 13 ottobre del 1944, In laguna la giornata concede profumi primaverili, tra le calli, i chioggiotti vivono una insolita tranquillità. Ma a qualche miglio dal porto di Chioggia, il vaporetto Giudecca, che da Vigo collega Chioggia a Venezia, naviga con quasi duecento passeggeri, in gran parte di Chioggia, Sottomarina, e d’altri centri del litorale. Dopo quindici minuti di navigazione, vale a dire: “Le dodici e quarantacinque”, Il piroscafo è già oltre il pontile di Caroman e diventa bersaglio di tre “caccia-bombardieri” dell’aviazione anglo-americana. Malgrado ciò, la nave a vapore riesce a giungere nei pressi dell’abitato di Pallestrina. I Velivoli scemano l’altitudine e a volo radente, iniziano a mitragliare il piroscafo. Non solo, precipita la prima bomba che involontariamente centra la cabina di comando ed uccide il timoniere. La seconda bomba impatta contro la prua dell’imbarcazione Acnil. La terza esplode all’interno del locale macchine. Il piroscafo, s’inclina, mutandosi in una trappola mortale. Non basta: gli effetti delle esplosioni scaraventano schegge di bombe, e frammenti della motonave, fino a raggiungere l’abitato d’Ognissanti. Il “battello Giudecca” è avvolto da fiamme, urla di terrore e scene rosso sangue. L’orrore della guerra, avvinghia la nave posandola sul fondo della laguna. Una bomba punta in direzione di una piccola imbarcazione e dilania un’intera famiglia. Intanto i caccia-bombardieri continuano le operazioni di mitragliamento, e le scene di panico si spostano sull’abitato d’Ognissanti. Corpi straziati d’ogni età, urlano il proprio desiderio di non morire. In tanti pregano per la vita dei più piccoli, ma non basta, i 20 mm dei caccia sono senza pietà. Tra densi ed acri fumi, ad Ognissanti il terrore si trasforma in distruzione. Ma la storia insegna e tramanda le virtù del popolo lagunare, infatti i pescatori della vicina Pallestrina indifferenti a bombe d’aereo, incuranti dei mitragliamenti s’imbarcano per prestare immediato soccorso ai 150 naufraghi del Giudecca. Ma lo sguardo della morte anticipa la propria opera su 67 incolpevoli cittadini, travolti dai baci di una guerra mai compresa

Le stragi di Civitella e San Pancrazio

Il 18 giugno 1944 arrivò nel paese di Civitella un gruppo di partigiani, entrati nel circolo ricreativo vi trovarono quattro soldati tedeschi. Nello scontro che ne seguì due dei tedeschi rimasero uccisi, gli altri invece riuscirono a scappare e a raggiungere dei commilitoni più a valle.

Dopo questi fatti la popolazione di Civitella abbandonò in massa il paese. Ci furono perquisizioni e violenze ma nessuno si fece delatore, tant'è che venne imposto un ultimatum di 24 ore, se entro quel tempo non fossero stati comunicati al comando tedesco i nominativi dei partigiani coinvolti vi sarebbero state rappresaglie.

I giorni passarono, da parte tedesca venne l'assicurazione che l'uccisione dei tre soldati (uno dei due che si erano salvati era poi morto per le ferite) era stata vendicata in scontri diretti coi partigiani e che Civitella poteva stare tranquilla. Il 29 di giugno a Civitella si festeggiavano i santi Pietro e Paolo, per le assicurazioni avute dai tedeschi quasi tutti gli abitanti rientrarono in paese. In realtà era una trappola: la notte vari reparti circondarono Civitella, Cornia e San Pancrazio.

Civitella

Durante la messa della mattina i soldati irruppero in chiesa e fecero uscire tutti, dividendo gli uomini dalle donne e i bambini. Poi, dopo aver indossato dei grembiuli per non macchiare le divise, iniziarono a uccidere gli uomini a gruppi di cinque con un colpo alla nuca.

Don Lazzeri, arciprete di Civitella, pur potendo facilmente sottrarsi alla morte scelse di condividere la sorte dei suoi parrocchiani, per questo è stato insignito della medaglia d'oro al valor civile. Scamparono solo un seminarista che scartò all'ultimo il colpo che doveva ucciderlo gettandosi dalle mura e un padre con una bambina in braccio, fatto fuggire di nascosto da un soldato. Dall'altra parte l'ufficiale nazista ucciderà uno dei suoi soldati perché si era rifiutato di partecipare al massacro.

Il paese venne poi dato alle fiamme, e così morirono anche quelli che si erano nascosti nelle cantine e nelle soffitte.

Oltre cento furono i morti nella piazza di Civitella, fra gli uomini pochissimi scamparono.

San Pancrazio

I tedeschi radunarono gli uomini di San Pancrazio nelle cantine dell'antico palazzo del Podestà e li fucilarono: 55 vittime.

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