L’Italia nel dopoguerra e fascismo
Dopo il conflitto, l’Italia era uscita vincitrice ma stremata per lo sforzo compiuto e avvolta da gravi difficoltà economiche.
Gli effetti della guerra furono particolarmente gravi: disoccupazione, inflazione e riconversione produttiva alimentarono un periodo di grandi lotte sociali che investì sia il Nord sia il Sud.
Molti colossi industriali, con il problema della riconversione, chiedevano molti prestiti alle banche che in seguito faticavano a restituire.
Per questo motivo anche le banche entrarono in crisi. Ci fu un aumento della disoccupazione, che insieme all’inflazione e al crollo della lira contribuì ad aggravare le condizioni di vita dei cittadini italiani.
Oltre questi problemi, c’era da affrontare la smobilitazione dei circa sei milioni di uomini, chiamati alle armi all’inizio del conflitto e che ora si trovavano inaspettatamente senza lavoro.
La guerra plasmò dunque la formazione di un sistema capitalistico monopolistico nel quale lo stato si configurava al contempo come organizzatore dell’offerta e regolatore della domanda.
Questa industria monopolistica era concentrata anche dal punto di vista territoriale: la guerra aveva esaltato il dualismo dell’economia italiana perché le aziende che fagocitavano le risorse pubbliche erano quasi tutte concentrate nel triangolo industriale Milano-Torino-Genova.
Nelle regioni meridionali una popolazione sovrabbondante di contadini poveri non riusciva ad avere accesso ad una proprietà fondiaria né a diverse opportunità di lavoro connesse allo sviluppo di altri settori produttivi. Ai contadini dunque non rimaneva che emigrare.
Dopo la conferenza di Parigi, l’Italia non aveva neppure raggiunto gli ampliamenti territoriali previsti dal patto di Londra (l’Italia, al termine del conflitto, avrebbe ricevuto la Venezia tridentina, parte della Dalmazia e in più un “compenso” in termini di possedimenti coloniali).
Per questo, su gran parte dell’opinione pubblica si sostenne il mito della vittoria mutilata, che riaccese le vecchie lotte interne fra i nazionalisti da una parte e i neutralisti dall’altra (i primi disposti a riprendere le armi per correggere le ingiustizie dei trattati di pace, i secondi decisi avversi ad ogni forma di violenza).
Nel 1922 ci fu la cosiddetta Marcia su Roma da parte dei fascisti.
Il presidente del consiglio Facta proclamò lo stato d’assedio, per impedire l’ingresso in città, ma il re Vittorio Emanuele rifiutò di firmarlo e invitò Mussolini a recarsi a Roma per formare un nuovo governo (30 ottobre).
III°
Il duce diede vita a un governo di coalizione e garantì formalmente una certa libertà alla stampa e ai partiti, mentre in realtà appoggiava le spedizioni punitive degli “squadristi”.
Per limitare il potere del Parlamento istituì il Gran Consiglio del fascismo, che divenne l’organo effettivo di governo.
Inoltre, istituì un esercito di partito, posto sotto la sua diretta autorità, trasformando le squadre d’azione in Milizia volontaria per la sicurezza nazionale.
Per assicurarsi una maggioranza parlamentare fece votare una nuova legge elettorale (legge Acerbo), destinata a favorire il partito che avesse ottenuto il maggior numero di voti.
Dopo i primi anni di crisi e delusioni per i vari fallimenti dei liberali, socialisti e cattolici, nel 1924 la lista nazionale, diretta da Mussolini, ottenne la maggioranza grazie a dei brogli, al clima di violenza che aveva instaurato nel paese, l’appoggio di alcuni uomini politici e alla propaganda fascista che influenzava molto la popolazione.
Matteotti, che denunciò in Parlamento i brogli elettorali compiuti dai fascisti, fu assassinato.
In un clima d’indignazione il governo si sciolse, mentre l’opposizione, in segno di protesta, fece il grave errore di abbandonare la Camera (secessione dell’Aventino).
La mancanza d’accordo tra le forze democratiche e gli appoggi di cui godeva il fascismo finirono per rafforzare Mussolini, che con un colpo di Stato instaurò la dittatura, trasformando il partito di governo in “partito di regime” (3 giugno 1925).