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Percorso sul superomismo di Nietzsche e D’Annunzio, nazismo, Hitler, stalinismo

Stalin, atomizzazione sociale di Hannah Arendt, distruzione della “razza pura” ipotizzata da Hitler con la scoperta scientifica del DNA, Freud e la psicoanalisi, genio e follia, George Orwell e Apuleio.

Indice

  • Prefazione
  • Decadentismo e D’Annunzio
  • Il superuomo di Nietzsche
  • Il superuomo e il nazismo
  • Hitler
  • Freud
  • Genio e follia
  • DNA
  • Stalin
  • Hannah Arendt
  • George Orwell
  • Apuleio

Prefazione

Il percorso che ho intenzione di intraprendere con il presente lavoro ha lo scopo innanzitutto di inquadrare le caratteristiche di personalità molto forti, che hanno profondamente influenzato, sia pur in modi diversi, la società del loro tempo.

Da D’Annunzio, il cui egocentrismo si manifesta soprattutto nelle sue folli azioni politiche, nel suo “vivere inimitabile”, nel suo superomismo, che mettono in rilievo solo l’aspetto estetico del ben più complesso pensiero del tedesco Nietzsche: il filosofo della liberazione o del nazismo?

Purtroppo l’ambiguità della sua concezione ha dato sfogo alla cultura nazista, che identifica il soggetto della liberazione con un’élite, o peggio ancora con “la razza ariana”.

Ma la curiosità mi ha spinto oltre, fino ai meandri più oscuri della personalità più influente del nazionalsocialismo: Hitler, le cui fattezze non saranno mai dimenticate dall’umanità, il cui fanatismo ha prodotto solo violenza, intolleranza e ben 18 milioni di vittime.

Forse, analizzando le sue idee, la sua vita, speravo di trovare almeno una motivazione per l’ingente genocidio a cui sono stati sottoposti gli ebrei, ma in realtà ne accorrerebbero ben 18 milioni ed, ahimè, non ne ho trovata nemmeno una che possa giustificare un tale massacro.

“Razza inferiore”, “diavolo”, “bacillo” rappresentano alcune delle tante assurde qualificazioni attribuite agli ebrei e quel che è peggio è che tutto ciò che tale popolo ha dovuto subire è stato pianificato, organizzato, deciso come obiettivo finale di un programma politico.

Come si può parlare di inferiorità nei confronti di un altro essere umano? Da che cosa nasce tanto odio e rancore?

Beh, quel che è certo, è che da tale orribile esperienza il mondo ha imparato una dura lezione: l’uomo è l’unico essere vivente dotato di intelligenza, eppure, talvolta, viene completamente rapito dal fanatismo di un personaggio carismatico e agisce in modo “selvaggio” e “disumano”.

Da alcuni studiosi Hitler è considerato un genio ma da altri un folle e così sorge spontanea la domanda: esiste un nesso tra genialità e follia?, o tutto si può collegare alla divisione della psiche in parte conscia e inconscia fratta da Freud?

Il decadentismo

Con il termine Decadentismo si definiscono tutti quei movimenti artistici e letterari sviluppatisi in Europa a partire dalla seconda metà dell’Ottocento fino agli inizi del XX secolo che si contrappongono dialetticamente alla razionalità del positivismo scientifico.

L’origine del termine

Il termine Decadentismo deriva dalla parola francese décadent, che significa appunto decadente, e si riferisce al sonetto “Languore”, pubblicato il 26 maggio 1883 su un periodico francese intitolato “Il gatto nero” (Le Chat Noir) dal poeta francese Verlaine.

Questo tema della “decadenza sociale” fu ripreso da un gruppo di scrittori, che intitolarono una rivista con il nome di “Le Decadent”, che trattava proprio i vari aspetti della crisi. Nello stesso anno, Verlaine pubblica “Poètes maudits”.

Il termine originariamente indicava un determinato movimento letterario nato nella Parigi di fine Ottocento. Siccome all’interno di questo movimento vi erano altre correnti che poi si sarebbero sviluppate autonomamente, la storiografia letteraria italiana, nel Novecento, ha assunto il termine a designare un intero movimento letterario di portata europea. L’uso del termine con questo suo secondo significato è prevalentemente diffuso in Italia mentre in altri paesi sono preferite diverse denominazioni, quali ad esempio il “simbolismo”.

La critica ufficiale usò il termine decadentismo proprio per sottolineare la sensazione di crollo di una civiltà. La critica usò questo termine con un’accezione negativa ma gli intellettuali che facevano parte di quel gruppo, definito come “decadente”, ribaltarono il significato, arrivando ad indicare un privilegio spirituale e ne fecero una sorta di bandiera da esibire con orgoglio e dedizione.

Il crollo del positivismo

Il positivismo, movimento dedito al progresso e alla ricerca scientifica, non fu più capace di dare risposte all’uomo, e le scoperte scientifiche vennero “sentite” quasi come un senso del limite, perché incapaci di spiegare gli interrogativi umani. Infatti, tutte le risposte, tra cui esistenziali, che l’uomo cercava attraverso la scienza non furono trovate. La scienza dovette ammettere i suoi limiti, come per i fenomeni naturali, che non era propriamente in grado di spiegare, ma solamente di classificare e categorizzare.

Le basi filosofiche e scientifiche

La nascita di nuove correnti spiritualistiche e irrazionalistiche, così come nuove filosofie, aiutarono a screditare ulteriormente il positivismo e la scienza in generale, favorendo la ricerca spirituale e interiore.

Infine, la nascita della psicoanalisi di Sigmund Freud fu interpretata come una base scientifica del Decadentismo, in quanto riusciva a spiegare i vari istinti e riflessi inconsci che erano alla base della creazione poetica e letteraria di ogni artista decadente. L’eroe decadente si chiude infatti sempre più in se stesso, cercando di ascoltare quelle voci interiori e quelle folgorazioni che lo portavano a trovare le famose “correspondances”, cioè le corrispondenze che collegano in modo misterioso tutte le cose.

Il precursore è Charles Baudelaire che sottolinea i due aspetti entro cui si dibatte la crisi dell’intellettuale: lo Spleen, noia e disgusto della vita, e l’Ideal, ricerca di un ideale, come fuga verso mondi lontani, esotici, dalla natura incontaminata o verso paradisi artificiali.

Il decadentismo in Italia

In Italia si è soliti individuare due periodi distinti di decadentismo: il primo, di cui facevano parte D’Annunzio e Pascoli, è ancora caratterizzato dalla necessità di costruire miti decadenti. Al contrario nel secondo, di cui occorre ricordare in particolare Pirandello e Svevo, la coscienza della crisi è ormai acquisita e la realtà viene sottoposta ad una critica molto lucida e distruttiva. Il termine “Decadente” fu, in origine usato in senso dispregiativo, per indicare giovani poeti che vivevano fuori dalle norme comuni. Più tardi passò a designare la dilagante “decadenza” della società materialista di fine secolo, orientata verso l’esaltazione delle conquiste tecnologiche e dalla quale gli intellettuali si sentivano estranei. Essi, infatti, si considerano decadenti, con un atteggiamento di superiorità spirituale, in quanto inclini a cogliere i segni della raffinatezza e dell’eleganza intellettuale delle epoche di “decadenza”.

Gli aspetti del decadentismo

Il poeta veggente

Il Decadentismo è caratterizzato da una nuova tipologia di poeta che diventa veggente, cioè colui che vede e sente mondi arcani ed invisibili in cui si chiude.

Il poeta è così un artista solitario, capace di scavare nell’interiorità umana e nel mistero dell’ignoto. Anche la parola poetica cambia: non si usa più per descrivere sentimenti ma, soprattutto, per decifrare sensazioni e per illuminare l’oscuro che è in noi. Da qui la grande importanza della poesia come mezzo per esprimere il proprio intimo. Caratteristica generale è quindi un forte senso d’individualismo e soggettivismo.

Le poetiche

Grazie alla natura intrinseca del decadentismo questo movimento diede origine a diverse correnti o poetiche particolari. Fra le tante sono presenti il simbolismo, l’estetismo, l’impressionismo, il surrealismo, il dadaismo, e nell’ambito italiano il panismo, l’ermetismo, il futurismo e il crepuscolarismo.

Simbolismo

Il simbolismo infatti tende ad una descrizione soggettiva piuttosto che ad una oggettiva, come accadeva nel realismo. Questa sua natura la porta ad avere un grande sviluppo con la nascita del decadentismo, che predilige il lato misterioso e onirico piuttosto che quello scientifico e reale. In contrasto con la simbologia tipicamente medievale il simbolismo decadente viene definito istintivo, e predilige le sensazioni e le corrispondenze segrete tra tutte le cose, così come figure retoriche come l’analogia, la metafora o la sinestesia, scovate tramite folgorazioni ed intuizioni dal poeta veggente.

Estetismo

L’estetismo afferma che l’arte deve ispirare le vita, perché tutta la cattiva arte trae origine dal ritorno alla vita e alla natura. Viene spesso considerata la più frivola delle correnti affini al decadentismo, in quanto il solo scopo è quello di esaltare il gusto del bello e dell’arte, tanto da mettere i valori sociali e familiari in secondo piano. Tra gli esponenti di questa corrente ricordiamo Oscar Wilde con “Il ritratto di Dorian Gray” e Gabriele D’Annunzio con “Il piacere”.

Panismo

Il panismo deriva dal greco, significa tutto, e si riferisce alla tendenza del confondersi e mescolarsi con il Tutto e con l’assoluto, due concetti chiave del decadentismo. In D’Annunzio il tutto prende la forma della natura, riferimento al dio greco Pan, divinità dei boschi.

Superomismo

Altra corrente legata al decadentismo è il “superomismo”, teorizzato in chiave filosofica da Nietzsche. Il superomismo è alimentato dalla filosofia di Nietzsche e dalla sua esaltazione del vitalismo, della volontà di potenza propria dell’uomo superiore, trasforma l’esteta in qualcosa di diverso: in superuomo, esteta armato. L’esteta abbandona la sua clausura, la passività, il ripiegamento su sé stesso, ed esce allo scoperto cercando l’azione. È proprio nell’azione che questo nuovo tipo di esteta-superuomo troverà il senso della propria esistenza, la propria affermazione, che rappresenta l’unico valore nel tempo della morte di Dio, cioè alla fine di tutti i valori della civiltà europea improntata sul cristianesimo.

Anche il concetto di azione è inteso dal punto di vista etico: da qui l’esaltazione del “bel gesto”, del gesto memorabile, dell’azione rischiosa e spericolata, dell’azzardo in cui in un attimo ci si gioca tutto; ed ecco il culto per la “bella morte”, nella sua prefazione assimilabile a un’opera d’arte tramite la quale attingere una sorta di immortalità.

Gabriele D’Annunzio

Si colloca nel contesto del Decadentismo in ragione di una vita vissuta all’insegna del “vivere inimitabile”, all’insegna del gusto estetico della vita che deve essere vissuta come un’opera d’arte.

Fu cultore dell’estetismo, cioè la tendenza a esaltare l’arte e la bellezza come valori di vita che sostituiscono quelli tradizionali della morale borghese, ragione per cui D’Annunzio conduce una vita anticonformista al pari degli intellettuali decadenti; infatti incarna il Dandy. Possiamo considerare l’estetismo la parola chiave della poetica dannunziana e lo è in particolare nella prima fase che arriva fino al 1889, anno in cui viene pubblicato Il piacere che segna la crisi dell’estetismo. D’Annunzio vive una vita in cui i criteri di ispirazione non erano i principi del bene e del male ma erano quelli del lusso, della moda, della bellezza e del gusto raffinato per l’arte. D’Annunzio è un intellettuale che lotta contro la borghesia ma che tuttavia è vittima di questo sistema e questo rappresenta il conflitto che non saprà mai sanare. Il poeta era consapevole che l’artista aveva perso l’aureola, la posizione di privilegio all’interno della società, perciò sceglie di vivere la vita a suo modo, attirando l’attenzione del pubblico.

Gabriele D’Annunzio nasce a Pescara nel 1863 da una famiglia aristocratica. Compie gli studi liceali a Prato in Toscana, poi si trasferisce a Roma, dove si iscrive alla facoltà di lettere senza conseguire la laurea. A Roma conduce l’attività di giornalismo vivendo una vita all’insegna dello scandalo. Nel 1879, a sedici anni pubblica la prima raccolta di liriche.

“Primo-Vere”

Sono questi gli anni in cui si costruisce la maschera dell’Esteta, cioè dell’individuo superiore che si rifugia in un mondo fatto di arte; di fatto rifiuta la morale borghese e accetta come regola il bello; non si rifà agli ideali del bene e del male. Negli anni 90 abbiamo poi una crisi: a cui trova la soluzione dopo la fare della Bontà le sue scelte contenutistiche mirano ora a tematiche morali. La soluzione la trova in una concezione di vita attivistica ed eroica: è questa la fase del Superonismo: che segna il superamento dell’estetismo ma non l’abbandono.

L’adesione totale gli sarà poi offerta dalla storia, nel periodo della prima guerra mondiale, nel 1915, quando egli si schiera a favore degli interventisti dopo aver militato prima nella destra e poi nella sinistra. L’adesione al superomismo si ha con la prima guerra mondiale quando D’Annunzio si fa interprete dell’insoddisfazione degli italiani per il mito della vittoria mutilata, con una frase storica: “Vado verso la vita”, 1897.

Egli stesso a 52 anni si arruola, ma non combatté una guerra di trincea ma una guerra di clamore e campeggia una marcia sulla città di Fiume dove instaura una Repubblica indipendente personale, sfidando lo Stato italiano nel 1920. Il fascismo che si alimenta di questo esalta D’Annunzio come padre della patria. Trascorre gli ultimi anni della sua vita presso la sua casa museo, il Vittoriale degli italiani, sul lago di Garda; qui si dedica alla cura dell’edizione delle sue opere, fino alla morte, avvenuta nel 1938.

La figura di D’Annunzio incide profondamente sulla cultura, sulla mentalità e il suo modello di vita sarà chiamato dannunzianesimo. Incide anche sulla politica tant’è che egli elaborerà slogan che saranno fatti propri dal fascismo.

Troviamo tre fasi in D’Annunzio

  • Fase dell’estetismo.
  • Bontà.
  • Fase della bontà come soluzione intermedia alla crisi dell’estetismo e dedita allo sperimentalismo.

D’Annunzio subisce il fascino del romanzo russo che si riscontra nel “Giovanni Episcopo” e ne “L’innocente”. In questa fase sono trattati i valori morali ed essa comprende anche la raccolta “Poema paradisiaco” (1893) in cui è evidente il desiderio di recuperare l’innocenza dell’infanzia, di ritornare alle cose semplici, agli affetti familiari. In realtà però vi sono anche temi più ambigui provenienti dal decadentismo francese come atmosfere sfatte, paesaggi percossi da un senso di morte. La bontà è solo una soluzione provvisoria, uno sbocco alternativo alla crisi dell’estetismo; una soluzione scaturirà dalla lettura del filosofo Nietzsche, nel 1892.

Terza fase: superomismo.

Nel 1892 si apre quella del superomismo. In questa fase è evidente l’influenza del pensiero di Nietzsche, infatti abbiamo il rifiuto del conformismo borghese, l’esaltazione dello spirito dionisiaco, una sorta di vitalismo gioioso, il rifiuto della pietà e dell’altruismo e l’affermazione del mito del superuomo. Dunque abbiamo qui un atteggiamento antiborghese e antidemocratico, infatti D’Annunzio si scaglia violentemente contro la realtà borghese proponendo invece un’energia violenta, il gusto per l’azione eroica, il culto del bello, perciò vagheggia l’affermazione di una nuova aristocrazia che sappia elevarsi grazie al culto del bello. Il motivo del superuomo di Nietzsche è interpretato da D’Annunzio come il diritto di pochi esseri eccezionali ad affermare se stessi, disprezzando le leggi comuni del bene e del male. Il dominio di questi porterà ad una politica aggressiva dello Stato italiano che avvii il dominio sul mondo.

Il personaggio che incarna il superuomo è un personaggio aggressivo, energico, vitalistico che non si distacca dall’esteta ma lo ingloba in sé. L’eroe dannunziano non fugge più dalla vita sociale, ma si impone in un mondo meschino come quello borghese. Alla figura dell’artista è affidata la funzione di “vate”, si tratta cioè di una missione politica e intellettuale che mediante la propria attività deve aprire la strada al dominio di un’élite che ponga fine al caos, quindi il risarcimento della declassazione non è soltanto uno stato immaginario, vissuto nel sogno e nella fantasia, ma si trasforma in azione.

I romanzi del superuomo sono

  1. Il trionfo della morte;
  2. Le vergini delle rocce;
  3. Il fuoco;
  4. Forse che sì forse che no.

Un’opera in cui vi è la figura del superuomo è “Il trionfo della morte” (1894), dove non viene ancora proposta compiutamente la nuova figura mitica, ma c’è la ricerca ansiosa e frustrata di nuove soluzioni.

È incentrato sul rapporto contraddittorio ed ambiguo di Giorgio Aurispa con l’amante Ippolita Sanzio. Il protagonista cerca di trovare l’equilibrio tra superomismo e misticismo, e aspira a realizzare una vita nuova.

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Sintesi

Introduzione Il sonno della ragione genera mostri, tesina

Questa tesina di maturità tratta i seguenti argomenti: superomismo di D'Annunzio e Nietzsche, nazismo, stalinismo, Hannah Arendt, la scoperta del DNA come distruzione della "razza pura" di Hitler, Freud e la psicanalisi, genio e follia, Orwell e Apuleio.

tesina su sonno e ragione
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