Estratto del documento

Al mio amore, che, comunque andrà, avrà reso questi 5 anni un po’ più sopportabili.

A quell’idiota del mio amico di banco, perché alla fine riusciamo a sentirci realmente e straordinariamente immortali solo di fianco alle persone a cui vogliamo veramente bene.

Alla V B perché un pezzo della più grande avventura l’ho vissuta lì, con loro come compagni di viaggio, a ridere e scherzare come fossimo bambini. Perché sia questo che alla fine ognuno di noi riesca a diventare: un fanciullo sempre capace di ridere, scherzare e soprattutto perdonare. 1

Indice

  • Pag. 3
    Il simbolismo (Introduzione)
  • Pag. 6
    L’avvento del Figlio dell’Uomo (S. Agostino) (Latino)
  • Pag. 13
    Un simbolismo “Divino” (Italiano)
  • Pag. 19
    Il codice di Leonardo (Ed. Artistica)
  • Pag. 24
    Symbolism in Blake (Inglese)
  • Pag. 27
    La simbologia dell’Inconscio (Filosofia)
  • Pag. 30
    Il Simbolo della Pazzia (Storia)
  • Pag. 43
    Il Simbolo di un’Era (Fisica)
  • Pag. 46
    Simboli nelle stelle (Scienze)
  • Pag. 52
    La matematica: la scienza dei simboli (Matematica) 2

Il simbolismo

E le sue manipolazioni nella storia

Symbolum

La parola “simbolo” deriva dal latino che a sua volta deriva dal greco σύμβολον che possiede il significato approssimativo di “mettere insieme” due parti distinte. In greco antico il termine simbolo aveva il significato di “tessera di riconoscimento” secondo l’usanza per cui due individui, famiglie o due città, spezzavano una tessera di terracotta e ne conservavano ognuno una delle due parti a conclusione di un accordo o un’alleanza.

Nella storia il medesimo ha avuto, chiaramente, una larga diffusione proprio perché, pur non essendo la realtà che rappresenta, la richiama immediatamente in modo semplice ed universale. La richiama in un modo che prescinde dalla lingua di appartenenza di un popolo, in un modo così elementare che non poteva non fare gola alle religioni che ne hanno fatto uno dei principali sistemi di propaganda.

Nonostante tutto, quella simbologia intrisa di significati metafisici (che si identifichino essi in una croce o in una stella a sei punte), affonda le sue salde radici in una ben più vasta tradizione pagana di cui mantiene parzialmente i significati pur riadattando gli stessi alle nuove esigenze.

La croce, simbolo per antonomasia della Cristianità, trova ed affonda le sue radici in una cultura pagana ben più ampia di quanto non si possa immaginare: gli indiani utilizzarono la croce equilatera (associata ad un disco rotondo) legandola all’adorazione del sole; durante l’età del bronzo, specialmente tra i galli, la croce appare di frequente sulle ceramiche, gioielli e sulle monete; la croce è ritrovata in Messico, Perù e soprattutto nell’America Centrale, in questi luoghi, la stessa allude ai quattro venti; in Cina il simbolo antico della parola “terra” era una croce equilatera all’interno di un quadrato.

Con l’avvento e la diffusione del Cristianesimo uno dei simboli più adorati dai pagani viene riadattato al nuovo culto divenendo ben presto una colonna portante ed essenziale di tutta la religiosità Cristiana. Didron afferma:

“La croce ha ricevuto un’adorazione simile, se non eguale, a quella di Cristo; questo legno sacro è adorato quasi allo stesso modo di Dio stesso”.

E in questa affermazione si risolve tutto il significato dell’idolatria di un simbolo che, pur essendo alla base della Cristianità, di cristiano non ha proprio nulla. Tanto più se si considera che storicamente la croce usata dai romani per la crocifissione non era la classica croce latina ma un semplice albero o un palo al quale venivano inchiodati i condannati. 3

Senza contare che l’adorazione della croce in sé (o di qualsiasi altro simbolo) è condannata dai Dieci Comandamenti secondo la Sacra Bibbia. “Non farti

Il libro dell’Esodo così espone il secondo dei dieci comandamenti:

scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il Signore, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.”

Si può quindi tranquillamente affermare che è la Chiesa stessa (estrema devota della croce come simbolo cristiano) ad avere, nei suoi precetti fondamentali, l’assoluto divieto di adorare un idolo al di fuori di Dio stesso, sia esso una croce, un quadro, una statua o un vitello d’oro.

È chiaro quindi che, nonostante tutto, il “simbolo” in sé possiede un potere intrinseco, che lo porta ad esercitare un estremo fascino sulle masse. Ma se da una parte il “lavoro” della chiesa è stato quello di rielaborare il significato di antichi simboli pagani riadattandoli alla nuova fede, altri simboli sono stati utilizzati come strumento per la demonizzazione di quella fede agricola (paganus in latino significa “abitante della campagna”) che, coloro che si mantenevano lontano dalla società civile, continuavano ad adorare.

Il pentacolo (una stella a cinque punte cerchiata) è legato alla tradizione pagana e soprattutto al culto della natura. Anticamente, infatti, si credeva che il mondo fosse diviso in due parti, la metà femminile e quella maschile. Gli dei maschili e quelli femminili mantenevano l’equilibrio del mondo. Fin quando c’era l’equilibrio, nel mondo c’era ordine e pace, quando l’equilibrio veniva rotto sul mondo piombava il caos.

Detto questo bisogna ora sottolineare che il pentacolo simboleggia Venere (dea della bellezza femminile e dell’amore sessuale) in quanto la sua costruzione grafica deriva proprio dal pianeta che, come poterono notare le popolazioni antiche, ogni otto anni sulla propria eclittica disegna un pentacolo perfetto.

La Chiesa Cristiana dei primi secoli “demonizzò” questo simbolo proprio perché il suo intento era quello di convertire le masse. Si avviò quindi una campagna denigratoria contro gli dei e le dee che erano state pagane.

Durante questa dura lotta la cultura pagana perse alcuni dei suoi simboli portanti: il tridente di Nettuno divenne il forcone del diavolo, il cappello a punta degli erboristi divenne il cappello delle streghe e, infine, il pentacolo di Venere che subì numerose modifiche. Già la scuola pitagorica usava il pentacolo come segno salvifico che stava per “salute”, in seguito sin dal XVI secolo, il pentacolo divenne il simbolo dei medici messo in relazione con le cinque ferite di Cristo. In seguito la Chiesa, prima di demonizzare completamente quel simbolo, lo ricondusse all’uomo: infatti le cinque punte 4

stanno a simboleggiare le cinque estremità del corpo umano. Assunse quindi il pentacolo un significato strettamente umano e legato all’uomo. Ed è proprio sulla base di questo stretto legame assunto (così lontano dal suo significato originale) che la chiesa demonizzerà il pentacolo riconducendolo al culto di Satana. Difatti uno dei precetti del Satanismo stabilisce che l’uomo è l’unico Dio e in quanto tale egli deve sottostare solo alle leggi che si impone da solo ignorando quelle imposte da Dio. Da questo pentacolo come simbolo dell’uomo venne fuori quello capovolto che, per analogia, doveva negare l’uomo. Fu allora che la Chiesa intervenne identificando quel simbolo che era stato puramente umanistico e materiale, con l’entità metafisica e nefasta per eccellenza: Satana. Difatti nel pentacolo capovolto, oltre che poter inscrivere la figura dell’uomo del tutto simile a quella del normale pentacolo ma a testa in giù (il capovolgimento grafico indica il capovolgimento del significato quindi in quel caso il pentacolo assumerebbe un valore del tutto anti-umano), è possibile inscrivere la testa di un caprone simbolo del demonio. È così che il pentacolo, in origine simbolo positivo di amore sessuale, fecondità, bellezza vide modificato il suo iniziale significato in un miscuglio di significati religiosi che con la sua origine avevano ben poco a che fare ma che rispondevano in modo chiaro e conciso alle esigenze della nuova fede religiosa che andava sviluppandosi.

Ecco quindi spiegato con due semplici esempi il tipo di manipolazione che la Chiesa (quella Cristiana in particolare) ha fatto dei simboli lasciati in eredità dalle culture pagane. Ma quelli illustrati non sono gli unici esempi riportabili, numerosi sono i paralleli tra le religioni pagane e quella cristiana che, allora, servirono per convertire in modo non troppo traumatico coloro che ancora rifiutavano di seguire quella che sarebbe diventata la religione con il più alto tasso di aderenti. Valgano per tutti gli esempi dell’agnello sacrificale che i pagani sacrificavano agli dei che diventerà Cristo sacrificatosi per l’umanità o l’immagine di Dio come un signore attempato con i capelli e la barba lunghi e bianchi dall’aria importante che può essere ricondotta alla figura di Zeus (re degli dei pagani).

Ma per meglio analizzare quello che è il percorso dei simboli nella storia della Cristianità, dobbiamo per forza di cose scandagliare quelle che sono le origini culturali di questo movimento che interessò in modo intenso tutti i campi della cultura. Dobbiamo analizzare con cura il contesto storico e sociale nel quale la Cultura Cristiana nacque e crebbe per meglio offrire un quadro vasto di come la simbologia sia stata influenzata e modificata a seconda degli eventi storico-culturali nei quali fu immersa. 5

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L’avvento del Figlio dell’Uomo

Ed il diffondersi della cristianità come movimento culturale

È utile ai fini del discorso, fare un panorama generale sul contesto storico e sulla forza con la quale il Cristianesimo si impose.

La nascita di Cristo aveva portato una nuova ventata di idee che, per il loro estremo fascino popolare, ebbero un’estrema diffusione anche in quegli ambienti che, alla fine, erano restii ad accettare la diffusione di quelle nuove idee proprio perché ne avevano timore. Ma il diffondersi di queste idee non modificò solo il credo o il modo di pensare delle masse ma, di rimando, anche tutta la cultura che, in questo periodo, ebbe un estremo sviluppo in questo senso. Nacquero nuove forme di letteratura, dette cristiane, che, proprio per la loro tendenza a darsi dei nuovi obbiettivi, diversi dagli obbiettivi decadenti di un impero oramai in rovina, ebbero un ampio sviluppo.

Per il nostro percorso è utile soffermarci un attimo sull’impronta che il Cristianesimo diede alla letteratura antica.

La letteratura cosiddetta “cristiana” si affermò relativamente tardi rispetto a quella corrispondente in lingua greca. I primi scritti originali risalgono alla fine del II secolo, nonostante il Vangelo fosse predicato in Occidente fin dalla metà del I, e nonostante in Oriente si fosse già avuta con gli autori del Nuovo Testamento, con i Padri Apostolici e con vari apologisti una grande fioritura letteraria in lingua Greca.

I motivi di tale ritardo sono vari, ma la causa principale è il fatto che il cristianesimo, sorto nell’area orientale dell’impero dove si parlava normalmente la koinè (lingua comune), per molto tempo si è avvalso, per la propaganda anche nel mondo occidentale, della lingua greca, che per i primi due secoli era assurta a lingua ufficiale non solo nella funzione del culto ma anche nell’indottrinamento dei fedeli.

Alla difficoltà del cristianesimo di affermarsi in una lingua che non era la sua, si deve aggiungere la resistenza che la cultura latina opponeva all’introduzione del nuovo credo. Nell’impero occidentale le comunità cristiane erano viste ancora come delle sette pericolose, ed il messaggio di Cristo era ancora considerato un misto di fanatismo e di superstizione.

Relativamente tardi la cultura pagana si aprì dapprima alla comprensione, di poi all’accettazione della nuova fede. Nacque allora la grande letteratura cristiana in latino, nell’ambito della quale possiamo distinguere almeno due periodi: l’età apologetica, che comprende tutto il terzo secolo e i primi decenni del IV, e l’età della patristica, da Costantino alla fine dell’impero romano d’occidente, caratterizzata dall’opera di approfondimento dogmatico e dottrinario dei Padri della Chiesa.

I documenti più antichi della letteratura cristiana sono state le traduzioni delle Sacre Scritture. Non tutti i fedeli delle comunità cristiane occidentali conoscevano il greco per cui si rendeva necessaria una versione della Bibbia 6

in latino. La tradizione attesta una versione latina dei testi sacri eseguita in Africa, e perciò nota con nome di Afra (sottinteso, versio), ma sicuramente ve ne furono altre (dalle citazioni della Bibbia che si trovano presso gli scrittori cristiani si ricava l’esistenza anche di un’Itala, forse di età più tarda rispetto a quella africana), prima di quella di Gerolamo, chiamata Vulgata, che diventerà ufficiale per l’intera Chiesa.

Si trattava di traduzioni del tutto letterali del testo originale, nelle quali, come apprendiamo da Gerolamo, anche l’ordine delle parole veniva conservato, perché nelle Sacre Scritture la disposizione delle parole è Mysterium. Il rispetto sostanziale della struttura sintattica e lessicale fece sì che entrassero nella lingua latina elementi espressivi del tutto estranei non solo alla lingua letteraria ufficiale, ma alla stessa lingua volgare.

Perciò il latino di queste versioni, con la sua morfologia inconsueta, i calchi semantici ed i suoi tecnicismi lessicali desunti dal greco biblico e dall’ebraico, è apparso a molti studiosi una vera e propria lingua speciale, in cui, a prescindere dai costrutti sintattici, entrano termini di derivazione ebraica e greca, ma anche parole già esistenti con significati diversi.

Altre versioni dal greco, oltre quelle bibliche, sono l’Epistola di Clemente Romano alla Chiesa di Corinto, scritta intorno al 96, e il Pastore, un’opera in cui l’autore, un cristiano di Roma di nome Erma, racconta alcune visioni simboliche.

Ma la più drammatica testimonianza di quanto la cultura cristiana si fosse imponentemente insidiata nella mente delle persone, sono gli Acta Martyrum.

Con il termine Acta si indicano i resoconti dei processi a carico dei cristiani destinati al martirio. La tradizione attesta l’esistenza di diversi scritti di questo genere, sia in greco che in latino e risalenti al II e III secolo. Anche per questi scritti si può trovare un precedente illustre negli exitus inlustrium virorum, così diffusi nel primo secolo dell’impero. Ma tale accostamento è possibile solo sul piano dei contenuti, non su quello letterario. Se, infatti, comune ad entrambi è l’esaltazione della fermezza di fronte alla morte, gli Acta non superano lo stile scarno e un po’ impersonale dei puri resoconti processuali.

Altra testimonianza (anche se più che gelida testimonianza è un sentito racconto) dei martiri sono le Passiones che presuppongono un redattore che presenti in una struttura narrativa più ampia le varie fasi del martirio, dall’arresto al carcere, dal processo all’esecuzione. Ma ciò che principalmente distingue la passio dell’actum è l’esplicito intento celebrativo: l’autore delle Passiones interviene a commentare ed esaltare la fermezza e soprattutto la serenità di fronte alla morte.

I documenti fin qui esaminati hanno valore più sul piano storico e linguistico che su quello specificatamente estetico ma la vera e propria letteratura cristiana nasce con l’apologetica. Con tale termine si indica una vasta produzione che si propone di difendere (da apologhia: difesa) la religione cristiana dagli attacchi dei pagani, da una parte confutandone le accuse, dall’altra esaltando i valori della nuova fede. Per quanto tale genere letterario non sia un’assoluta novità degli scrittori cristiani, perché sia nella letteratura giudaica che in quella di ispirazione stoica già si erano largamente trattati temi che saranno propri dell’apologetica (la rivendicazione della vita interiore, la non accettazione della maestà divina 7

dell’imperatore, il rifiuto dei culti politeistici, ecc.), tuttavia esso si rivelò per tanti aspetti originale, anche perché l’angolo prospettico da cui tali principi venivano affermati era del tutto nuovo.

Per quanto, nonostante tutto, vi siano punti di contatto tra l’apologetica in lingua greca e quella in lingua latina, tuttavia sono molte anche le differenze. Quella greca mira maggiormente ad approfondire l’esegesi biblica e le questioni di natura dottrinaria e dogmatica. L’apologetica latina si caratterizza, invece, per un maggiore spirito polemico: gli scrittori tralasciano spesso il tono dimesso, proprio di chi deve difendere, per assumere quello sostenuto e violento dell’accusatore. Anzi, di alcuni autori (Tertulliano, Arnobio) l’aspetto accusatorio prevale su quello apologetico.

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