Estratto del documento

Il silenzio

a.s. 2012-2013 Liceo Classico

Il silenzio

Italiano

Giacomo Leopardi - Il silenzio sovrumano e l’indifferenza della natura. “Infinito” pag. 2

Greco

Plutarco - Il silenzio come capacità di apprendere “l’arte di saper ascoltare” pag. 4

Latino

Seneca - Il silenzio delle passioni per la quiete dell’animo. Lettera a Lucilio LVI, libro IV pag. 6

Fisica

La trasmissione del suono. Amplificazione delle onde elettromagnetiche pag. 8

Filosofia

Søren Kierkegaard - Il silenzio della scelta di fede “Il silenzio di Abramo” pag. 10

Diritto

Effetti giuridici del silenzio. Silenzio assenso, silenzio inadempimento, pag. 13

Inglese

Samuel Beckett “Theatre of the Absurd”: the impossibility of comunication; pag. 15

Storia

L’Olocausto è il silenzio della ragione di fronte all’inenarrabile pag. 17

Arte

Magritte “L’unico desiderio che la mia pittura manifesta è quello di sentire il silenzio del mondo” pag. 19

In copertina: “La voce del silenzio” Magritte 1928 olio su tela (collezione privata)

Giacomo Leopardi

Il significato di silenzio in Leopardi è comprensibile nelle sue opere, in particolare ho analizzato i versi dell’“Infinito”: “Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo; ove per poco il cor non si spaura”. dove il silenzio della natura è immensamente più potente di quello umano, ma, al contrario di quest’ultimo, non fa paura. Rappresenta la pace, la serenità. È grazie ad esso che Leopardi si sente parte dell’universo. Il poeta si lascia prendere dall’assenza di suoni, si abbandona ad essa e ne è catturato. In questo modo riesce a diventare tutt’uno con la natura e, in questa condizione di calma, arriva a trovare una riconciliazione con se stesso.

Il silenzio come il suono dell’infinito. L’animo del Leopardi, dell’essere finito, supera i limiti della sua individualità e si sperde, smarrito, in quell’infinita vertiginosa vastità, che cancella ogni traccia della propria piccolezza. Il vento che passa fra le foglie e le fa stormire rappresenta un lieve sussurro se paragonato all’immaginato sovrumano silenzio.

Nell’opera leopardiana troviamo spesso il silenzio: il silenzio degli individui e delle storie dei popoli, ma anche il silenzio di stupore che avvolge l’uomo in preda a forti sentimenti: «Il silenzio è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell’amore [...] dell’ira, della maraviglia, del timore ec.» si legge nello Zibaldone. Inoltre, nel sostenere che «le ragioni e maniere occulte dell’esistenza [...] noi non conosciamo né intendiamo punto, [...] neppur quanto alla nostra specie e al nostro proprio individuo», Leopardi allude al fatto che il silenzio segna l’impossibilità della mente umana, e quindi del linguaggio, di cogliere il significato ultimo dell’esistenza.

Nel “Dialogo della Natura e di un Islandese”, egli riafferma l’amara verità che nell’universo l’uomo non conta nulla e che la sua sorte non è diversa da quelle delle altre specie viventi che, a differenza dell’uomo, non si sono immaginate né un destino eccezionale né l’eternità dopo la morte. Tutto concorre alla grandezza del dialogo, lo scenario deserto e remoto in cui esso è collocato, l’immagine solenne, silenziosa e impassibile della Natura, la figura squallida dell’Islandese. L’uomo virtuoso, ricorda il Leopardi, deve se mai mantenere un atteggiamento di fiera dignità, pur riconoscendo il “basso stato” che abbiamo avuto in sorte. Leopardi nelle sue opere ritorna su temi a lui cari: la nostra vita non è che silenzio e cade nell’indifferenza dell’universo, mentre a noi è riservato solo un eterno dolore.

L’Infinito

Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura.

E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei.

Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Nato a Recanati nel 1798, passò sette anni (1809-1816) nella biblioteca del padre dedicandosi ad uno studio ‘matto e disperato’ che compromise la sua salute. Imparò le lingue e approfondì il mondo classico. I suoi primi scritti furono Storia dell’Astronomia, e il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, affiancati da traduzioni da Orazio, Mosco, Virgilio, Omero, Esiodo. Negli anni dell’adolescenza scrive Il primo amore (Canti), dedicato ad una cugina.

Nel 1818 con il Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica si schiera dalla parte classicista influenzando le prime due canzoni: All’Italia, Sopra il monumento di Dante ispirate ai temi della celebrazione dell’antichità e impegno civile. Al 1819 risalgono i primi problemi alla vista, che accentuano il pessimismo sull’esistenza, accompagnato da un tentativo di fuga da Recanati. In questo periodo nascono i primi idilli cioè poesia soggettiva in cui la realtà naturale/paesaggistica diviene proiezione poetica di uno stato d’animo, tra cui ricordiamo l’Infinito. Leopardi desidera abbandonare il chiuso ambiente provinciale, parte per Roma nel 1822-1823, ma rimane deluso dall’ambiente culturale romano.

Parafrasi:

Sempre caro mi è stato questo colle solitario e questa siepe che impedisce di vedere l’orizzonte. Stando fermo e guardando fisso io immagino nel pensiero in spazi infiniti al di là di quella siepe e silenzi che un uomo non può percepire e questo periodo nascono i primi idilli cioè quiete profonde. Per poco il cuore non si smarrisce. E quando sento stormire le foglie a causa del vento io paragono quell’infinito silenzio a questa voce e mi viene in mente l’eternità, le stagioni passate e presenti e i scarsi rumori. Tra questa immensità si smarrisce il mio pensiero ma il lasciarsi andare in questo mare mi è gradito.

Commento:

L’idillio si configura come uno studio visivo-prospettico degli elementi del paesaggio per produrre nel lettore la suggestione “dell’Infinito”. La vaghezza del linguaggio, basata sull’uso di parole di significato indeterminato, le quali, più che precisare le cose secondo le categorie di spazio e di tempo, ne sfumano i contorni, e con il caratteristico vocabolario leopardiano (ermo, interminati, sovrumano, ecc.) producono quella poesia dell’indefinito che è spesso funzionale a quella dell’infinito.

Nell’Infinito Leopardi si concentra decisamente sull’interiorità, sul proprio io, dove il pensiero classico e contemporaneo si fondono sui temi di piacere, illusioni, gloria, morte, e lo rapporta ad una realtà spaziale e fisica, in modo da arrivare a ricercare l’Infinito. L’esercizio poetico, dunque, si pone come superamento di ogni capacità percettiva, di cui la natura è il limite, rappresentato dalla siepe. Tra la minaccia del silenzio (“e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo, ove per poco / il cor non si spaura”, versi dal 5 all’8) e la sonorità della natura (“E come il vento / odo stormir tra queste piante”, versi 8 e 9), il pensiero afferra l’inafferrabile universalità dell’Infinito, superando la contingenza di ciò che ci circonda, che è l’esperienza fortemente voluta dall’autore.

Per l’autore il desiderio di piacere è destinato a rinnovarsi; ricercando sempre nuove sensazioni, scontrandosi inevitabilmente con il carattere provvisorio della realtà, per terminare al momento della morte. Secondo questa teoria (teoria del piacere), espressa nello Zibaldone, l’uomo non si può appagare di piaceri finiti, ma ha necessità di piaceri infiniti nel numero, nella durata e nell’estensione: tali piaceri, però, non sono possibili nell’esperienza umana. Questo limite, tuttavia, non persiste nel campo dell’immaginazione, che diventa una via d’accesso ad un sentimento di piacere, espresso nell’ultimo verso, nella fusione con l’infinità del mare dell’essere.

È importante notare, tuttavia, che l’infinito leopardiano non è simile a quello di altri poeti romantici, in cui esso era straniamento dalla realtà per mezzo della semplice fuga nell’irrazionalità e nel sogno: la scoperta e l’esperienza dell’Infinito sono processi immaginativi sottoposti al controllo razionale. Il soggetto, cioè, crea consapevolmente il contrasto tra ciò che è limitato e ciò che è illimitato (l’ostacolo e l’infinito spaziale), e tra ciò che è contingente e ciò che è eterno.

Il poeta, seduto davanti ad una siepe, immagina oltre questa spazi interminabili, che vanno oltre anche la linea dell’orizzonte che la siepe in realtà nascondeva. Richiamato alla realtà da un rumore, da una sensazione uditiva, estende il suo fantasticare anche nell’immensità del tempo. L’Infinito, dunque, nella poesia ha una duplice valenza: spaziale e temporale.

L’Infinito, nella visione di Giacomo Leopardi, non è un infinito reale, ma è frutto dell’immaginazione dell’uomo e, quindi, da trattare in senso metafisico. Esso rappresenta quello slancio vitale e quella tensione verso la felicità connaturati ad ogni uomo, diventando in questo modo il principio stesso del piacere. Nella poesia, l’esperienza dell’Infinito è un’esperienza duplice, che porta chi la compie ad essere in bilico tra la perdita di sé stesso (“Così tra questa / immensità s’annega il pensier mio”) e il piacere che da ciò deriva (“e il naufragar m’è dolce in questo mare”). Tale considerazione ci porta a contemplare quello che è il pessimismo di Leopardi: egli è consapevole della vanità del suo tendere, sa che tutto è frutto della sua immaginazione, per quanto questa situazione sia dolce.

Nel 1825, a Milano, inizia la conversione filosofica con le traduzioni, dalla produzione in prosa e dalla stesura dello Zibaldone (con il quale si verifica il passaggio “dall’erudito al bello”, cioè alla poesia). (4500 pag diario, appunti, ricordi, riflessioni filosofiche-morali)

Operette Morali (24 testi) in cui con tono ironico, viene esteso il pensiero pessimistico Leopardiano riguardo all’infelicità umana attraverso dialoghi di personaggi storici, mitologici, o fantastici (pessimismo storico/pessimismo cosmico).

Nel 1827 è a Firenze, poi a Pisa. Alla fine del 1828 ritorna a Recanati, dove riesce a trovare conforto solo nella poesia: vengono composti i Grandi Idilli (irrimediabile vanità delle illusioni scritti in tono malinconico con rievocazioni del passato), nel 1830 si stacca definitivamente da Recanati. La Toscana è aperta a Leopardi, che a Firenze conosce il poeta Ranieri, celebrato nei 111 Pensieri, un volume che descrive in tono sentenzioso i caratteri degli uomini e la loro condotta nella società sottolineando la sfiducia nel progresso, e s’innamora di Fanny Targioni-Tozzetti da cui non è corrisposto, celebrata nei Canti con il ciclo di Aspasia in prosa (amore come ultima illusione) (illusioni, immobilità, silenzi contro il duro destino e la crudele natura in toni satirici), aggiornati nel 1831.

Fra il 1831-31 Leopardi si sposta a Roma, poi Firenze, in seguito a Napoli. Napoli giova al poeta (pessimismo reale eroico), che rivede le Operette e i Canti, con nuova ispirazione poetica. L’Italia è lontana da Leopardi, che pubblicherà le sue opere in Francia. Muore nel 1939 e viene sepolto nella chiesa di Fuorigrotta, poi trasferito nei pressi della presunta tomba di Virgilio.

Greco

Plutarco di Cheronea

L’arte di ascoltare

Circa duemila anni fa il pensatore-filosofo greco, Plutarco, scrisse l’opera “L’arte di ascoltare”. L’erudito antico immagina di rivolgersi ad un giovane allievo, Nicandro, con lo scopo di educarlo alla nobile arte dell’ascolto: “T’invio questi miei consigli, affinché tu sappia ascoltare correttamente chi cerca di persuaderti con l’arte della parola.” ma in generale ai giovani con l’intento di avvicinarli all’arte di ascoltare. Cerca di convincerli che la conoscenza del mondo, e di se stessi, passa dalla disposizione ad accettare gli altri per come sono e dalla capacità di usare i modi giusti per metterli in condizione di esprimersi.

Arriva a dire che “il silenzio, dunque, è ornamento sicuro per un giovane in ogni circostanza.” In un altro passaggio del testo sottolinea come:

“I più invece, a quanto ci è dato vedere, sbagliano, perché si esercitano nell’arte di dire prima di essersi impratichiti in quella di ascoltare, e pensano che per pronunciare un discorso ci sia bisogno di studio e di esercizio, ma che dall’ascolto, invece, possa trarre profitto anche chi vi s’accosta in modo improvvisato. Nell’uso della parola, invece, il saperla accogliere bene precede il pronunciarla, allo stesso modo in cui concepimento e gravidanza vengono prima del parto.”

L’arte di ascoltare (De recta ratione audiendi) di Plutarco di Cheronea.

1. Ti invio, caro Nicandro, la stesura del discorso da me tenuto su come si ascolta, perché tu sappia disporti in modo corretto all’ascolto di chi si rivolge a te con la voce della persuasione, ora che hai indossato la toga virile e ti sei liberato da chi ti dava ordini. Questa condizione di «anarchia», che alcuni giovani, ancora immaturi sul piano formativo, sono portati a confondere con la libertà, fa sì che le passioni, quasi fossero sciolte dai ceppi, diventino per loro padroni più duri dei maestri e dei pedagoghi di quando erano ragazzi.

Insieme con la tunica, dice Erodoto, le donne si spogliano anche del pudore: così ci sono giovani che nell’atto stesso di deporre la toga puerile, depongono anche ogni senso di pudore e di rispetto, e sciolto l’abito che li teneva composti si riempiono subito di sregolatezza.

3. Dal momento dunque che l’ascolto comporta per i giovani un grande profitto ma un non minore pericolo, credo sia bene riflettere continuamente, con se stessi e con altri, su questo tema. I più invece, a quanto ci è dato vedere, sbagliano, perché si esercitano nell’arte di dire prima di essersi impratichiti in quella di ascoltare, e pensano che per pronunciare, un discorso ci sia bisogno di studio e di esercizio, ma che dall’ascolto, invece, possa trarre profitto anche chi vi s’accosta in modo improvvisato. Se è vero che chi gioca a palla impara contemporaneamente a lanciarla e riceverla, nell’uso della parola, invece, il saperla accogliere bene precede il pronunciarla, allo stesso modo in cui concepimento e gravidanza vengono prima del parto. I parti e i travagli «di vento» delle galline si dice diano origine a gusci imperfetti e privi di vita: così realmente «di vento» è il discorso che esce da giovani incapaci di ascoltare e disabituati a trarre profitto attraverso l’udito, e grande, oscuro ed ignoto, si disperde sotto le nubi.

Da Atene, si recò per ben due volte a Roma, dove viene accolto come intellettuale, dopo aver tenuto alcune conferenze pubbliche che gli valsero numerose onorificenze da parte di Traiano e Adriano. Tuttavia, per il suo amore nei confronti della cultura greca, tornerà a Cheronea.

Nel tessere gli elogi di Epaminonda, Spintaro diceva che non era facile incontrare uno che sapesse di più e parlasse di meno. E la natura, si dice, ha dato a ciascuno di noi due orecchie ma una lingua sola, perché siamo tenuti ad ascoltare più che a parlare.

4. Il silenzio, dunque, è ornamento sicuro per un giovane in ogni circostanza, ma lo è in modo particolare quando, ascoltando un altro, evita di agitarsi o di abbaiare ad ogni sua affermazione, e anche se il discorso non gli è troppo gradito, pazienta ed attende che chi sta disertando sia arrivato alla conclusione; e non appena ha finito si guarda dall’investirlo subito di obiezioni, ma, come dice Eschine, lascia passare un po’ di tempo per consentire all’altro di apportare eventuali integrazioni o di rettificare e sopprimere qualche passaggio. Chi si mette subito a controbattere finisce per non ascoltare e non essere ascoltato e interrompendo il discorso di un altro rimedia una brutta.

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Sintesi

Introduzione: silenzio - tesina

Questa tesina di maturità prende in analisi il tema del silenzio. Gli argomenti che la tesina permette di sviluppare sono i seguenti: in Italiano il silenzio sovrumano e l’indifferenza della natura; “L'infinito” di Leopardi, in Greco Plutarco e il silenzio come capacità di apprendere “l’arte di saper ascoltare”, in Latino Seneca e il silenzio delle passioni per la quiete dell’animo. Lettera a Lucilio LVI, libro IV, in Fisica la trasmissione del suono, l'amplificazione delle onde elettromagnetiche, in Filosofia Søren Kierkegaard, il silenzio della scelta di fede “Il silenzio di Abramo”, in Diritto gli effetti giuridici del silenzio assenso, il silenzio inadempimento, in Inglese Samuel Beckett, “Theatre of the Absurd”: the impossibility of communication; in Storia l'Olocausto è il silenzio della ragione di fronte all'inenarrabile, in Storia dell'arte Magritte, “L’unico desiderio che la mia pittura manifesta è quello di sentire il silenzio del mondo”.

Collegamenti

Silenzio - tesina

  • Italiano - Giacomo Leopardi, il silenzio sovrumano e l’indifferenza della natura; “L'infinito”.
  • Greco - Plutarco e il silenzio come capacità di apprendere “l’arte di saper ascoltare”.
  • Latino: Seneca e il silenzio delle passioni per la quiete dell’animo. Lettera a Lucilio LVI, libro IV.
  • Fisica: La trasmissione del suono, amplificazione delle onde elettromagnetiche.
  • Filosofia - Søren Kierkegaard e il silenzio della scelta di fede “Il silenzio di Abramo”.
  • Diritto - Gli effetti giuridici del silenzio assenso, il silenzio inadempimento.
  • Inglese - Samuel Beckett, “Theatre of the Absurd”: the impossibility of communication.
  • Storia - L'Olocausto è il silenzio della ragione di fronte all'inenarrabile.
  • Storia dell'arte - Magritte, “L’unico desiderio che la mia pittura manifesta è quello di sentire il silenzio del mondo”.
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