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Storia → La Grande Crisi - 2ª guerra mondiale

Durante e dopo la Grande guerra, gli Stati Uniti erano lo stato capitalistico più avanzato in campo tecnologico, per esempio per il maggior numero di macchine nelle industrie che favorirono la crescita del settore terziario, ma allo stesso tempo provocarono un calo dell’occupazione, e anche sociale, grazie alla diffusione, nelle famiglie, di automobili ed elettrodomestici.

Perciò sembrava che gli Stati Uniti fossero avviati a uno sviluppo economico senza altre pause o interruzioni, come si poteva intendere dalla frenetica attività della Borsa di New York, Wall Street, dove risparmiatori e grandi finanzieri investivano il loro denaro comprando azioni per poi rivenderle a prezzo più alto.

In realtà proprio questa “corsa” all’acquisto di azioni fu una delle cause principali della grande crisi economica che dal 1929 sconvolse gli USA e tutto il mondo capitalistico, poiché la forte richiesta di azioni fece alzare il loro prezzo sproporzionatamente al loro rispettivo valore.

Contemporaneamente nel settore agricolo e industriale cominciò a presentarsi una sovrapproduzione; probabilmente la causa più specifica fu quella dei bassi salari degli operai.

A questo punto, quindi, le industrie dovettero ridurre le produzioni, conseguendo a un calo dei profitti e, a sua volta, alla perdita di valore delle azioni in borsa; per questo motivo coloro che le possedevano si affrettarono a venderle per non perdere l’investimento. La corsa alle vendite, però, determinò il crollo dei prezzi delle azioni.

Giovedì nero

Il 29 ottobre 1929, il giovedì nero, crollò Wall Street, colpendo i ceti ricchi e i risparmiatori e, in breve tempo, anche quasi tutte le industrie, le quali si trovarono piene di prodotti invenduti, provocando il fallimento di numerose società.

Inoltre la crisi toccò anche gli Stati dell’Europa che prima avevano instaurato rapporti commerciali ed economici con gli Stati Uniti; inizialmente si chiusero le importazioni per difendersi dalla concorrenza, ma ciò conseguì alla riduzione di oltre il 60% del commercio mondiale!

Il presidente degli Stati Uniti Roosevelt, eletto nel 1932, capì che bisognava porre un deciso cambiamento alla tradizionale politica liberalistica, forma politica secondo la quale lo Stato non doveva intervenire nelle questioni economiche; infatti con il New Deal egli attuò un piano di vasti lavori pubblici per far guadagnare le persone rimaste disoccupate e sfruttare in qualche modo i prodotti rimasti nelle fabbriche.

Inoltre stabilì leggi che garantivano le pensioni di vecchiaia e che limitavano la concorrenza tra le aziende.

Anche lo Stato italiano rispose alla crisi con forti interventi del fascismo al potere, principalmente attraverso lavori pubblici, monumenti, edifici, nuove strade, ferrovie, bonifica integrale e finanziamenti statali.

Per quanto riguarda quest’ultimo intervento furono creati l’Istituto mobiliare italiano, IMI, che era una banca pubblica che sosteneva le industrie in crisi, e l’Istituto per la ricostruzione industriale, IRI, il quale invece acquistò le azioni delle aziende in difficoltà.

Questi interventi apparentemente efficaci portarono invece in seguito a sostenere la politica nazionalista e militarista del fascismo.

Questa crisi portò ad un angoscioso senso di insicurezza che si diffuse in tutte le nazioni colpite.

Grazie a questa conseguenza, il nazismo poté prendere progressivamente potere in Germania, dove gli animi del popolo erano esasperati e alla ricerca di una soluzione definitiva; in tal modo vedevano l’ultima speranza nell’intervento di Adolf Hitler. Infatti alle elezioni del 1933 quest’ultimo vinse con circa il 52% dei voti.

Bisogna comunque ricordare che la vittoria del nazionalsocialismo fu facilitata anche dall’intervento delle Squadre d’Assalto (SA), alle quali fu ordinato di scatenarsi contro gli esponenti dell’opposizione di Sinistra e di Centro, e grazie pure alla colpa attribuita alla Sinistra riguardo all’incendio del Reichstag, il palazzo del Parlamento, invece appiccato dai nazisti come scusa per mettere in atto un articolo della Costituzione che permetteva al presidente della Repubblica, Hindenburg, di sospendere i diritti fondamentali dei cittadini.

Il punto principale del programma di Hitler sul quale doveva basarsi la ripresa della Germania fu l’esaltazione della superiorità della razza ariana, indoeuropea, su tutte le altre.

Su questo si basavano poi altri principi che avrebbero dovuto portare ad una rinascita della nazione tedesca:

  • Tutti i popoli di stirpe tedesca dovevano unirsi in una Grande Germania che fosse superiore al resto delle nazioni;
  • In Germania dovevano essere eliminati tutti gli Ebrei che “inquinavano” la purezza del resto del popolo;
  • Bisognava rilanciare la produzione industriale e fornire i mezzi per nuove conquiste;
  • Il potere doveva essere concentrato solo su poche persone;
  • Il popolo doveva avere come riferimento il Führer, capo, guida, a cui era dovuta obbedienza assoluta.

Con il regime hitleriano, il Terzo Reich, erano controllati tutti gli aspetti della vita quotidiana di un comune cittadino, perfino quelli più privati e intimi.

Si trattava quindi di un Regime Totalitario, che fu tuttavia accettato, anche se si trattava di un programma folle, poiché dava allo stesso tempo certezze e obiettivi e offriva capri espiatori.

Ottenuta la vittoria, il Führer cominciò a prendere duri provvedimenti per instaurare la sua dittatura; per prima cosa rese fuori legge il sindacato e i partiti dell’opposizione, rafforzò le squadre armate, le SS, esercito di protezione, e istituì una polizia segreta, la Gestapo.

Dal 1933 furono costruiti dei campi di concentramento chiamati anche lager, dove erano rinchiusi gli avversari del regime, figure politiche, e coloro che vennero considerati come non “perfetti tedeschi”, ad esempio zingari, omosessuali, vagabondi ed Ebrei.

Proprio con questi ultimi il regime di Hitler si accanì particolarmente, con lo scopo di costringerli ad emigrare dalla Germania, rendendo loro la vita impossibile sul territorio tedesco. E ci riuscirono.

Infatti, dopo aver boicottato le loro attività economiche, distrutto sinagoghe ed espulso dalle scuole gli studenti ebrei, 250.000 emigrarono tra il 1933 e il 1938.

I rimanenti furono al più presto costretti a vivere nei ghetti e in seguito ad essere trasferiti nei campi di sterminio, dove solo pochissimi riuscirono a sopravvivere, mentre il resto, circa 6 milioni, venne eliminato, provocando così un vero e proprio genocidio, meglio conosciuto con il termine ebraico Shoah.

Il regime nazista continuò la sua strada grazie alla forte propaganda che prese anche i giovani, educandoli già da piccoli alle idee naziste.

Un altro obiettivo che Hitler voleva raggiungere era riconquistare le terre perse con i trattati stipulati alla fine della Grande Guerra, grazie inoltre alle diverse collaborazioni stipulate: l’Asse Roma-Berlino, con l’Italia, e il Patto anti-Comintern, tra Giappone, Spagna, Ungheria ed Italia.

Nel 29-30 settembre 1938 a Monaco di Baviera si riunirono le potenze europee per stabilire che quella dei Sudeti sarebbe stata l’ultima annessione alla Germania, ma in realtà permisero al Führer anche la conquista della Cecoslovacchia.

Questa politica imperialistica della Germania però non poteva andare avanti ancora per molto. Infatti, dopo che il 1° settembre 1939 invase anche la Polonia, due giorni dopo Francia e Gran Bretagna dichiararono guerra alla Germania.

La seconda guerra mondiale ebbe un carattere totale perché coinvolgeva tutta la popolazione, in quanto all’interno delle nazioni si scatenava una vera e propria guerra civile, poiché sembrava trattarsi di uno scontro ideologico tra nazi-fascismo e antifascismo, che erano perfettamente il contrario l’una dell’altra.

Un’altra caratteristica di questo conflitto totalitario fu l’uso di strumenti bellici sempre più micidiali, specie bombardamenti aerei, con cui erano colpiti sia gli eserciti sia la popolazione civile.

Infine tutte le risorse economiche e scientifiche furono poste al servizio della guerra, costringendo la popolazione a pesanti razionamenti di cibo e beni di prima necessità.

Pochi giorni prima dell’invasione della Polonia, il 23 agosto 1939, inaspettatamente la Germania e l’URSS firmarono il Patto Molotov-Ribbentrop, che prevedeva una reciproca non aggressione da parte dei due Stati.

Come ricompensa per l’URSS si prevedeva la spartizione del territorio polacco e la possibilità di occupare Finlandia e le repubbliche baltiche, Lettonia, Estonia e Lituania.

In tal modo Hitler non avrebbe potuto avere problemi sul fronte orientale, dovendo affrontare quindi solo la reazione delle potenze occidentali: Francia e Gran Bretagna.

A fine settembre la Polonia si ritrovò divisa tra Unione Sovietica e Germania; la resistenza polacca durò pochi giorni per due motivi: il primo perché gli aiuti anglo-francesi furono assai limitati e il secondo perché fu attaccata nella parte orientale dall’URSS, mentre la Germania procedeva con le sue rapide avanzate, con bombardamenti aerei e carri armati, usando la cosiddetta guerra lampo.

Qualche mese dopo l’Unione Sovietica andò avanti con i suoi interessi e, infatti, poté godere dell’annessione delle repubbliche baltiche e della Finlandia.

Il 10 maggio 1940 Hitler cominciò l’attacco in Francia, passando dal territorio neutrale di Belgio, Olanda e Lussemburgo.

Il 14 giugno entrarono a Parigi e da questo momento il territorio francese fu sottoposto in gran parte al diretto comando tedesco; invece, per quanto riguarda l’area centro-meridionale, fu affidata ad un governo fantoccio con sede a Vichy, presieduto da Pétain, il quale collaborava strettamente con i nazisti.

Nel frattempo a Londra si formò un governo francese in esilio con a capo il generale Charles De Gaulle, che incitò i connazionali alla resistenza contro i tedeschi.

Ad aprile-giugno 1940 invece l’esercito nazista, con un’altra guerra-lampo, occupò la Danimarca e la Germania ignorando nuovamente la neutralità degli stessi Stati.

Sempre in estate 1940 ci furono altri due avvenimenti: l’intervento dell’Italia in guerra e la battaglia di Inghilterra.

Quando la guerra scoppiò, Mussolini si trovò impreparato poiché pensava che la Germania non avesse provocato la guerra prima di due o tre anni, secondo quanto stabilito con il Patto d’acciaio; tuttavia nel 1939 egli aveva dichiarato la “non belligeranza”, ossia che in quel momento l’Italia non sarebbe ancora entrata in guerra, ma che comunque era dalla parte della Germania.

Questa dichiarazione in realtà significava che l’esercito italiano non era in grado di resistere ad una guerra di simile calibro; infatti Mussolini annunciò l’entrata in guerra del nostro Paese il 10 giugno 1940, quando credeva che ormai la guerra stesse per finire e che Hitler avesse la vittoria in pugno.

Ma la debolezza dell’esercito italiano si manifestò ugualmente sui fronti di Francia, Mediterraneo, contro gli inglesi, Africa, dove gli inglesi gli strapparono la Libia, e in Grecia, dove si ritirò un mese dopo.

Ottennero solo qualche risultato grazie all’intervento dell’esercito tedesco, come nel caso della Grecia e della Jugoslavia.

Nel luglio 1940 iniziò l’attacco aereo dei tedeschi contro gli inglesi, distruggendo aeroporti, zone militari, industriali e città; ma il vantaggio della Germania non durò a lungo perché, grazie al radar, l’aviazione britannica rispose colpo su colpo agli attacchi.

Con la Battaglia di Inghilterra si ricorda quindi il fallimento tedesco, il primo grande fallimento aereo della storia.

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