La ricerca umana: un percorso tra spirito e scienza
Prima di affrontare la stesura di questo lavoro ritengo necessario fare una premessa.
L'argomento trattato è, sicuramente, di vaste proporzioni in quanto in se stesso racchiuderebbe, presumibilmente, tutto ciò che nel corso dei millenni l'essere umano si è dato pena di ricercare febbrilmente ed instancabilmente.
La mia ricerca però vuole essere, in primo luogo, un piccolo tributo all'umana conoscenza, quella che, indipendentemente dagli interessi, muove i ricercatori verso la scoperta con passione e dedizione, spesso tra le difficoltà e l'incredulità dell'opinione dei contemporanei, talvolta con insuccessi clamorosi che farebbero desistere chiunque ma non chi è spinto da quella forza inarrestabile che anima chi, realmente, ama il sentiero che conduce alla ricerca della Verità.
In secondo luogo, l'indirizzo che intendo dare a questa limitata opera è quello che il corso dei millenni ha proposto, facendolo provenire da opposte e contrastanti direzioni e che oggi, invece, pare allinearsi su un comune percorso.
L'incontro storico tra scienza e spiritualità è alle porte del nuovo millennio, e lo hanno condotto fino a noi eccelsi letterati, filosofi, psicologi, matematici, fisici, astronomi, poeti e artisti, scienziati di ogni sorta del passato e del presente.
Qualcuno che affermava l'esistenza del divino, qualcun altro che la negava ma, pure in questo contrasto le obiezioni, le divergenze, i contributi, collaboravano nella loro totalità, a definire un percorso di ricerca, tra sperimentazione ed intuizione, che era destinato a condurre all'illuminazione della coscienza umana.
Non mi soffermerò sui riscontri negativi che la società odierna, nella sua globalità, sta proponendo all'umanità, conducendola sulla strada della diseguaglianza sociale, etnica, economica né sul potere o sullo sfruttamento delle risorse o della corsa agli armamenti.
Questa ricerca vuole essere un fatto positivo nella certezza che il futuro, ricco del bagaglio di menti eccelse, farà emergere uno spazio del tutto inaspettato, dove ogni essere troverà la giusta collocazione nello spettacolo di un universo in continua evoluzione e dove gli esseri umani rappresenteranno ciò che da sempre avrebbero dovuto essere: i giardinieri della Terra, i floricoltori dello Spirito, i costruttori della Scienza.
E dove nessun essere vivente, né bimbo né debole, avrà più da soffrire a causa di interessi economici che spingono gli esseri umani a vivere i brevi momenti che sono concessi su questa nostra Terra, come furie distruttrici, incuranti del fatto che ogni vita, seppur piccola od apparentemente insignificante, merita il rispetto che le viene attribuito dalla sola appartenenza al grande progetto della Vita universale.
Tesina multidisciplinare sul XIX secolo
Tesina multidisciplinare sul XIX secolo e riguardante le seguenti materie:
- Italiano
- Storia
- Psicologia
- Pedagogia
Storia ed Italiano. Appunti di Pedagogia e Psicologia.
Il 1800: i grandi cambiamenti del mondo
L'animo umano, i suoi moti interiori, non possono prescindere dal periodo storico, dalle condizioni socio-economiche che esso attraversa, seppur nella brevità di un'esistenza che, riletta in un futuro, appartiene però ad un ciclo che difficilmente si può scomporre in fattori singoli.
Piuttosto essa scorre, insieme al tempo, coerente con esso e ci dà modo di rivivere le aspettative, le ansie, gli aneliti dei suoi protagonisti che, in qualche modo, continuano ad appartenerci.
I grandi cambiamenti presero l'avvio dalla rivoluzione industriale avvenuta in Inghilterra sul finire del 1700.
Nella seconda metà del Settecento, infatti, ebbe inizio in Inghilterra (e si diffuse gradualmente in Europa e nell'America settentrionale) un processo di industrializzazione che provocò cambiamenti tanto profondi in tutti gli aspetti della vita umana da essere definito: «rivoluzione industriale». Si trattò di una rivoluzione tecnologica che comportò trasformazioni sociali ed economiche sempre più rapide, oltreché in continua evoluzione. Da 2 quel momento la vita dell'essere umano non fu più la stessa: vennero gradatamente modificati o cancellati usi e costumi radicati nel tempo; si aprirono tra i ceti sociali nuove tensioni che avrebbero condizionato il successivo sviluppo della Storia.
Le conoscenze tecniche erano cresciute, ma non basterebbero a giustificare una rivoluzione sociale ed economica di tale portata se non vi avessero concorso in uguale misura una serie di fattori:
- La grande disponibilità di materie prime (in particolare ferro e carbone);
- L'aumento del capitale e del risparmio;
- La trasformazione tecnico-scientifica dell'agricoltura;
- L'intraprendenza della borghesia agricola e commerciale;
- L'aumento della popolazione e quindi la maggior disponibilità di manodopera.
A quell'epoca la Gran Bretagna era una grande potenza marittima, mercantile e coloniale: ciò le aveva permesso di procurarsi fonti di materie prime sempre più ampie e di aumentare le occasioni di guadagno sia con il commercio di materiali preziosi, sia con la tratta dei Neri.
Molto sviluppato era anche il commercio interno, soprattutto per opera di una borghesia operosa e risparmiatrice.
Tutto il Paese traeva vantaggio anche dal fatto che, isolato geograficamente dal resto dell'Europa, non era mai stato percorso da eserciti invasori e non aveva subito sul suo territorio i danni di una guerra.
Fu merito dell'Inghilterra l'aver saputo sommare le ricchezze con l'intraprendenza per trasformare in modo radicale i sistemi produttivi.
Le innovazioni tecnologiche rivoluzionarono radicalmente il sistema di lavoro e produzione.
Nel passato l'uomo aveva sempre costruito strumenti e macchine in grado di aiutarlo nel suo lavoro, ma incapaci di sostituirlo. Le varietà di energia in uso erano quelle prodotte dall'uomo, dagli animali o dalla natura, quindi forze incostanti e disponibili solo in determinate circostanze e in determinati luoghi.
Invece nel XVIII secolo gli uomini furono in grado di costruire macchine più complesse e di produrre energia costante. Le innovazioni furono graduali: alcune faticarono a imporsi e trovarono applicazione soltanto nelle industrie tessili e metallurgiche.
Altre modificarono totalmente e definitivamente l'assetto economico, le modalità di produzione e di trasporto delle merci e il fabbisogno di forza lavoro.
La macchina a vapore venne utilizzata soprattutto nell'industria tessile, ma anche in quella mineraria: applicata agli impianti per il pompaggio dell'acqua e per il sollevamento dei minerali, rese più economica l'estrazione del carbone da giacimenti sempre più profondi e venne poi utilizzata per l'attivazione degli altiforni.
La produzione aumentò in maniera rilevante e ciò comportò necessariamente un ampliamento della rete di distribuzione e di trasporto: i carri trainati da animali non erano più sufficienti, come non lo era più il trasporto fluviale.
L'uso delle macchine, sempre più perfezionate e quindi costose, richiedeva la concentrazione di manodopera nelle fabbriche, dove gli operai dovevano effettuare parti diverse ma complementari del lavoro. La meccanizzazione ebbe per conseguenza la divisione del lavoro: nella fabbrica l'operaio non realizzava l'oggetto in ogni sua parte sino a concluderlo, ma era addetto a una mansione sola e ripetitiva.
Così anche gli operai diventavano uno strumento di lavoro e dovevano accontentarsi del salario che veniva loro imposto. Il vecchio laboratorio artigiano e il lavoro realizzato all'interno delle mura domestiche a poco a poco vennero sostituiti dalle grandi fabbriche. Il filatore isolato, non più in grado di sostenere la concorrenza delle macchine, non possedeva il capitale necessario per adeguarsi al progresso tecnologico: solo chi disponeva di ingenti capitali poteva permettersi di aprire uno stabilimento e di acquistare nuovi macchinari.
Sempre più evidente diventò il divario tra capitalisti e proletari.
Altra conseguenza della rivoluzione industriale fu la nascita di nuove città in vicinanza delle miniere di carbone. Sia nei vecchi centri urbani sia in quelli di recente fondazione, una nuvola di fumo aleggiava senza sosta sulle fabbriche e sulle abitazioni.
Macchina a vapore.
Il lavoro minorile
Una delle conseguenze più disumane dell'industrializzazione fu il lavoro minorile. Bertrand Russell, pensatore inglese del XX secolo, così descrive le sofferenze patite dai bambini in una filanda (uno stabilimento per la lavorazione delle fibre tessili:
«I fanciulli entravano dai cancelli della filanda alle cinque o alle sei di mattina, e ne uscivano alle sette o alle otto di sera. (L'unica sosta durante questa reclusione di 14 o 15 ore era costituita dai pasti, al massimo mezz'ora per la colazione e un'ora per la cena. Ma questi intervalli significavano unicamente un mutamento di lavoro: anziché badare a una macchina in azione, pulivano una macchina ferma, sbocconcellando il loro pasto come meglio potevano in mezzo alla polvere e alla lanugine che soffocava i loro polmoni. Le 40 o 50 ore di reclusione per sei giorni la settimana erano ore regolari, ma nei momenti di gran lavoro l'orario diventava elastico e talvolta si allungava a un punto quasi incredibile.
Il lavoro dalle tre del mattino alle dieci di sera non era sconosciuto. Era materialmente impossibile mantenere intatto questo sistema se non con la forza del terrore. I sorveglianti non negavano che i loro metodi fossero brutali, ma dovevano o esigere la quantità completa di lavoro, o essere licenziati, e in queste condizioni la pietà era un lusso che padri di famiglia non potevano permettersi.
Le punizioni per il ritardo la mattina dovevano essere così crudeli da vincere la tentazione, nei fanciulli stanchi, di restare a letto più di tre o quattro ore.
In alcune filande a malapena un'ora in tutta la giornata passava senza rumore di battiture e grida di dolore. I padri picchiavano i figli per salvarli da battiture peggiori da parte dei sorveglianti.
Nel pomeriggio lo sforzo diventava così pesante che il bastone di ferro usato dai sorveglianti per picchiare era continuamente in attività, e anche allora non era raro il caso che un fanciullo più piccolo, nell'addormentarsi, rotolasse dentro la macchina accanto alla quale lavorava, in modo da rimanere storpio tutta la vita o, se era più fortunato, da trovare la morte».
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Nel resto dell'Europa e nell'America settentrionale l'industrializzazione si avviò con difficoltà in quanto mancavano alcuni dei fattori la cui presenza aveva determinato lo sviluppo tecnologico e industriale in Inghilterra.
In Italia il processo fu molto più lento (e soprattutto molto differenziato tra Nord e Sud della penisola) per diversi motivi: il tardo conseguimento dell'unità nazionale, la mancanza di materie prime e di un mercato coloniale, la carenza di manodopera dovuta all'emigrazione di milioni di persone verso le Americhe e i paesi del Nord Europa. Il vero sviluppo industriale italiano, ancora limitatamente a poche aree del Nord del paese, si ebbe solo all'indomani della seconda guerra mondiale.
Illuminismo, religione e scienza
Il fermento tecnologico era sorretto da un ben determinato sostegno filosofico: l'Illuminismo.
La fede nella ragione, la sperimentazione attraverso l'esperienza, la ricerca scientifica di Isaac Newton davano modo agli illuministi di ricavare una concezione del pensiero scientifico per cui la ragione umana, attenendosi all'esame dei fenomeni, è in grado di procedere verso i principi, fino a pervenire, come dimostrava la scoperta della legge della gravitazione universale, a un quadro unitario del mondo fisico.
La Chiesa cattolica venne identificata come la maggiore responsabile della sottomissione della ragione umana nel passato, e la religione in generale, indicata come causa della superstizione e del fanatismo.
L'eterno conflitto tra religione e scienza assunse aspetti sempre più evidenti.
La Chiesa cattolica aveva dominato come potenza indiscussa nei secoli passati, spesso la religione si era vestita di abiti regali, talvolta aveva ceduto a compromessi di potere, ad intrighi di corte, si era macchiata di orrendi crimini, ma annoverava tra i suoi sostenitori e fedeli, personaggi di innegabile pregio, uomini e donne di fede, educatori devoti, cultori dell'arte, studiosi delle lettere antiche e delle antiche Scritture.
La fede continuò a palpitare nel cuore dell'essere umano, ma l'evoluzione della conoscenza doveva porre interrogativi che non sarebbero mai più stati messi in disparte dall'intelligenza umana, dalla sua incontenibile curiosità, dal suo desiderio di elevazione scientifica.
Sorsero allora movimenti contrastanti: alcuni privilegiarono il sentimento, l'unione con la vita semplice e la natura, quasi infondendo nel Creato una spiritualità, ovunque diffusa e trepidante.
Altri, privati della fede e del senso di eternità, pur anelato, rinchiusi nel crepuscolo di un'esistenza destinata all'oblio eterno, cantavano nei cimiteri la fugacità dell'alito della vita, l'ingiustizia della natura crudele, il nulla eterno.
In conseguenza della promulgazione, nel 1804 dell'editto napoleonico di Saint-Cloud che poi fu esteso all'Italia il 5 settembre 1806 e che imponeva che i cadaveri fossero sepolti soltanto nei cimiteri e che non si facesse alcuna distinzione tra i defunti tra uomini comuni e celebrità, si accesero le dispute sulla legittimità di tale imposizione, che cancellava definitivamente l'unica memoria di grandezza di una storia trascorsa.
E poi ancora la forza della ragione, l'esposizione cruda della realtà, il rifiuto dell'idealismo come visione del mondo secondo cui tutto ciò che è reale è già contenuto preliminarmente (a priori) nella nostra mente. Come quelle filosofie, ad esempio il platonismo, che privilegiano la dimensione ideale rispetto a quella materiale, affermando che l'unico vero carattere della realtà sia di ordine spirituale. 5
Figure emblematiche del XIX secolo
Prenderemo in considerazione, in questa breve esposizione, alcune figure emblematiche della ricerca letteraria e dell'evoluzione storica del 1800, e i loro aneliti tra scienza e spiritualità.
Giacomo Leopardi
Giacomo Leopardi Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837
Giacomo Leopardi fu uno dei più significativi rappresentanti del Romanticismo italiano. Trattò nelle sue opere i temi centrali di questa corrente, come il sentimento drammatico e doloroso della vita, l'ansia religiosa, la ricerca di un fine e di un valore universale che dia un senso e un significato all'esistenza umana, ma furono temi trattati comunque in modo pacato, lucido, misurato ed equilibrato.
Secondo Leopardi, l'uomo è soggetto alle leggi di trasformazione della materia.
Non solo è una creatura debole e indifesa, che dopo una vita di sofferenza si annulla totalmente con la morte, ma è anche un essere insignificante nel contesto della vita universale.
Ma se per i pensatori del '700 questa concezione era motivo di orgoglio e di ottimismo, per Leopardi è invece motivo di tristezza e di pessimismo, perché egli avverte dolorosamente i limiti della natura umana, tutta chiusa nella prigione della materia, in contrasto con l'innata aspirazione dell'uomo all'assoluto e all'infinito.
Giacomo Leopardi è ricordato per il suo pessimismo, che trae origine dalla concezione meccanicistica del mondo e dell'uomo, che egli aveva appreso dall'Illuminismo.
Inizialmente, il pensiero di Jean-Jacques Rousseau aveva guidato Leopardi verso l'esaltazione della natura e delle illusioni, conducendolo ad una concezione sensistica nella quale primeggia il problema della felicità.
Le illusioni agiscono sull'uomo, originandosi da una determinata condizione dettata dai sensi.
È l'aspirazione al godimento, secondo la teoria del piacere, a scaturire qualsiasi umana condotta, ma il piacere mai riesce a realizzarsi in assoluto, oscillando tra un continuo desiderio e l'accettazione di un soddisfacimento perennemente illusorio. Il desiderio è sempre infinito: all'uomo resta solo l'immaginazione per «concepire le cose che non sono» e credere di porre fine alla sua sete di felicità.
L'adesione alla filosofia sensistica e l'accostamento al meccanicismo materialistico illuminista indussero Leopardi a elaborare il concetto di pessimismo cosmico, la revisione, dovuta a un progresso conoscitivo, di quell'atteggiamento agonistico verso il presente e il contemporaneo, avvertiti come nemici e corruttori dell'autenticità della natura, conosciuto invece come pessimismo storico. La natura non è più positività e bene, si trasforma in ostile e cieco vigore indirizzato alla umana specie; solo la consapevolezza della verità e dell'endemica infelicità dell'essere uomini riescono a svelare quanto effimere e vane siano le illusioni.
Nell'Infinito Leopardi si concentra decisamente sull'interiorità, sul proprio io, e lo rapporta ad una realtà spaziale e fisica, in modo da arrivare a ricercare l'Infinito. L'esercizio poetico, dunque, si pone come superamento di ogni capacità percettiva di cui la natura è il limite (rappresentato dalla siepe). Tra la minaccia del silenzio (e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura) e la sonorità della natura (E come il vento odo stormir tra queste piante), il pensiero afferra l'inafferrabile universalità dell'Infinito superando la contingenza di ciò che ci circonda.
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