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Premessa

La democrazia non ha mai avuto vita facile in Italia, tanto meno negli anni che seguirono la Prima guerra mondiale. L’incapacità e le incertezze dei vari Governi che si susseguirono dopo quello di Giolitti che, nonostante Salvemini lo “diagnostica” come un ministro della “malavita”, fu sempre pronto ad offrire una mano d’aiuto per risolvere le tante crisi che alloggiavano nel Bel Paese (vedi il Trattato di Rapallo per risolvere la crisi Jugoslavia o ancora l’opera di mediazione tra sindacati e industriali), provocarono l’esplosione di scioperi e serrate del Biennio Rosso, la frammentazione del partito Socialista che favorì la nascita del partito Comunista di Gramsci e Bordiga e infine la disoccupazione e la “fame” di terra dei contadini che permisero a Benito Mussolini ed al suo movimento, di attirare l’attenzione pubblica prendendo in “prestito” le filosofie di sinistra, per poi abbandonarle del tutto mostrando una forza politica ferma e priva di scrupoli.

Infatti alle elezioni del 1924, tra violenze, soprusi e “sorseggi” di olio di ricino a cui si aggiunse la decisione del re d’Italia che non volle impedire la Marcia su Roma (1922), Mussolini fu incaricato di formare il governo ottenendo il controllo assoluto del Parlamento. Si intensificò allora la repressione delle opposizioni, che culminò con l’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti.

Il 3 gennaio 1925 in un discorso alle camere, il duce si assunse la responsabilità “politica, morale e storica” di quanto era avvenuto definendo il suo stesso movimento “un’associazione a delinquere!”. Si afferma la dittatura “fascistissima” e quindi l’abolizione di altri partiti politici, l’attività sindacale venne vietata e alla stampa libera venne messo il bavaglio.

Il 25 novembre 1926 entrò in vigore il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, che istituiva la pena di morte e prevedeva l’imprigionamento e il confino per gli oppositori del regime. Si stima che dal novembre 1926 al luglio 1943 vennero inviate complessivamente al confino tra le 12 e le 18 mila persone, e già si pensa a Lipari come una delle principali destinazioni.

L’esperienza del confino politico in isole come Lipari, Ustica e Pantelleria non fu di certo una vacanza, il solo fatto di trovarsi in un’isola appartenente ad un’altra isola, la Sicilia, o ad una penisola, l’Italia, fa pensare all’isolamento totale! Spesso, quindi, questa dolorosa esperienza del confino politico riusciva a “domare” chi aveva osato ribellarsi alla dittatura… ma ci furono uomini e donne che, anche nei momenti in cui le leggi si facevano sempre più “fascistissime”, non chinarono il capo e continuarono a lottare nel nome degli ideali di libertà e giustizia. Questa è la storia di alcuni di loro…

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Introduzione

Vico Dogana fu il luogo da dove nella notte del 27 al 28 luglio 1929 evasero dal confino politico di Lipari Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti. Si trattò di una notte speciale che avrebbe condotto alla libertà, alla voglia “eccessiva” di rimettersi in gioco dettata dalla voglia di nuovi progetti e dalla sete d’azione: “Lipari va bene per pensionati politici non per uomini che intendono battersi e lavorare” così esclama Rosselli in una delle tante lettere inviate ai famigliari durante la “vita banalissima” condotta nelle “Isole del Dolore”, così furono battezzate da Lussu.

Ma soprattutto la notte del 27 luglio fu “una notte delle notti”… sì, delle tante notti, storiche e travagliate, una fuga in quattro tempi (l’evasione riuscì dopo 3 tentativi), durante la quale i tre protagonisti organizzarono quella che poi si rivelò essere la strada maestra che porta alla libertà.

Come le normali prove di attori ed attrici che vengono girate per la nascita di un nuovo film d’azione, così si presentò quella che fu una delle più straordinarie avventure dell’antifascismo, l’unica fuga dal confino fascista. Lipari, insieme a isole come Favignana, Lampedusa ed Ustica, fu dunque scelta per ospitare i tre fuggiaschi.

1) La “villeggiatura”, ironicamente

La Lipari fascista: una prigione all’aperto

Definita da Carlo Rosselli per lamentare l’impotenza del suo soggiorno forzato nell’isola rispetto al gesto ribelle e cui si sentiva chiamato contro la dittatura, si presentava come una prigione all’aperto abitata, oltre che dai suoi diecimila abitanti, da 500 confinati di cui 400 politici, provenienti da ogni parte d’Italia rappresentanti tutti i partiti: democratici, liberali, repubblicani, cattolici, massoni, socialisti, comunisti, anarchici ecc.

In più, visto che si trattava di una prigione all’aperto, era sorvegliata continuamente dalla milizia fascista e da 2 motoscafi armati di mitragliatrici, i MAS.

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I confinati che vi arrivavano venivano alloggiati gratuitamente dal governo in camerate allestite nel castello fortezza a picco sul mare oppure, pur di vivere in una propria cameretta, era possibile prendere in affitto una casa nell’abitato purché dentro la cerchia di vigilanza, tenendo presente che la “mazzetta” (così era chiamata la piccola paga giornaliera) passata dal governo ai confinati era di 10 lire al giorno, somma che doveva mantenere anche i famigliari di chi aveva ottenuto la facoltà di far avere con sé moglie e figli!

Ovviamente, i confinati non andavano di certo in vacanza… cosa poteva offrire la Lipari degli anni ’20? Una passeggiata sul corso principale, quattro chiacchiere al bar dei “confinati”, i bagni nelle calde estati di luglio e agosto, una scorpacciata di fichi o ancora i festeggiamenti per il santo patrono dell’isola S. Bartolomeo.

Gli intrattenimenti più belli, più piacevoli erano di certo le albe eoliane e i tramonti estivi descritti dal confinato Rosselli mentre, per ingannare il tempo, faceva i conti con il marxismo scrivendo il suo Socialismo Liberale dove riconosceva nella tradizione del pensiero liberale lo strumento più adeguato per realizzare gli ideali socialisti.

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